ACCOGLIENZA
Solo da poco tempo l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, e ciò ha messo a dura prova sia le leggi che la società e la cultura. Uno dei naturali effetti di tale situazione è l’emergente necessità di considerare lo straniero immigrato come partecipante, in misura crescente a seconda dei casi, dei diritti e dei doveri del cittadino italiano, e non come semplice fornitore di manodopera o, peggio, come un soggetto potenzialmente pericoloso per la sicurezza pubblica. Naturalmente, condizione essenziale è che sussistano le condizioni di legalità, cioè che gli stranieri siano presenti sul territorio italiano in condizioni di piena regolarità. Soltanto una chiara definizione di chi abbia titolo a soggiornare in Italia può dare una base solida anche ad una sana politica dell’accoglienza, fondata su un chiaro ventaglio di diritti legalmente riconosciuti. Questi diritti devono, tendenzialmente, essere gli stessi dei cittadini italiani, sul posto di lavoro come nell’accesso ai servizi pubblici, per cui anche gli stranieri pagano la loro quota di tasse. Sul piano dei diritti politici, agli stranieri residenti da un certo numero di anni dovrebbe essere riconosciuto anche il loro diritto a partecipare alle scelte della comunità, attraverso il riconoscimento del voto nelle elezioni locali, secondo l’antico principio del liberalismo inglese, no taxation without representation (no alla tassazione senza rappresentanza). L’accesso alla cittadinanza italiana, infine, per chi vive ormai da lungo tempo nel nostro Paese, dovrebbe essere reso meno complesso: l’Italia è una grande Nazione, aperta e dinamica anche nella composizione del suo popolo, non una piccola ”Padania“ chiusa in sé stessa e timorosa degli apporti dell’umanità che la circonda.
Il controllo dei flussi di clandestini è uno strumento essenziale del governo dell’immigrazione, senza alcun compiacimento xenofobo, ma al contrario per porre gli immigrati regolari e legali al riparo dai rigurgiti di razzismo, intolleranza e demagogia. La tratta dei clandestini è infatti un terribile business criminale, in combutta con i datori di ”lavoro nero“ e gli evasori fiscali italiani, quando non addirittura con le mafie della prostituzione e della droga, e con i troppi italiani, ”buoni padri di famiglia“ e giovani ”perbene“, che di queste mafie sono i clienti. Il più controverso, tra gli strumenti di controllo dell’immigrazione, è quello del trattenimento presso i ”centri di permanenza temporanea (Cpt)“ degli stranieri che devono essere identificati e trattenuti in attesa di una eventuale espulsione. Questa misura, voluta dai governi di centrosinistra sin dal 1998, incide innegabilmente sulla libertà personale dello straniero, determinandone uno stato che i più critici hanno definito di ”detenzione senza reato“. E’ però necessario far sì che l’espulsione dei clandestini sia, quando necessario, effettiva e realizzabile; è allora indispensabile che nei ”Centri di permanenza temporanea“ sia assicurata non solo la dignità e il benessere di coloro che vi sono temporaneamente reclusi, ma anche l’informazione sui diritti garantiti dalla legge italiana, l’accesso senza difficoltà alla difesa e agli interpreti, e sia garantita la trasparenza di quanto vi avviene, anche con la vigilanza delle agenzie umanitarie indipendenti. La gestione dei ”Cpt“ sotto il governo Berlusconi lascia invece a desiderare su tutti questi piani, e suscita giustificate preoccupazioni nell’opinione pubblica più garantista e illuminata. Anche i presidenti di molte Regioni hanno contestato una gestione dei flussi migratori che dedica la gran parte delle risorse alla repressione di piccoli numeri di clandestini, mentre lesina i fondi per la prevenzione, l’accoglienza e l’integrazione. In conclusione, la legge Bossi-Fini, che si proponeva nelle sue intenzioni propagandistiche di assicurare un regime più severo dei flussi immigratori, si è rilevata del tutto controproducente e fallimentare.
Il Trattato di Amsterdam prevede che l’immigrazione sia materia comunitaria, non più riservato dominio delle politiche interne dei singoli Stati dell’Unione Europea: i controlli alle frontiere, interne ed esterne all’Unione, i visti di breve periodo, le condizioni di ingresso e di soggiorno dei cittadini extracomunitari con relativo rilascio di visti di lungo periodo, il rilascio di permessi di ricongiungimento familiare, la mobilità di tali persone tra uno Stato e l’altro, il rimpatrio degli immigrati irregolari. Insomma, si prospetta l’opportunità di istituire per la prima volta una vera e propria politica europea dell’immigrazione. I socialisti europei sono anche impegnati a fare dell’Europa una terra d’asilo per chi è perseguitato per le sue idee o la sua appartenenza etnica. Ma questo non vuol dire che l’Europa possa sollevare l’Italia dai suoi doveri: per anni l’Italia ha ”scaricato“ sui suoi vicini europei migliaia di profughi e rifugiati, nonostante la Convenzione di Dublino che regola i doveri dei Paesi europei nel dare asilo a chi lo richieda con valide motivazioni.
Una vera politica dell’accoglienza deve, inoltre, compiere lo sforzo di comprendere le culture degli altri, anche con un sincero sforzo di mediazione culturale, ponendosi in una prospettiva che non definisca come assolute le scelte e i valori culturali tradizionali, né quelli di chi ospita, né quelli di chi è ospitato: la via giusta è quella del dialogo tra culture e persone, nel quadro dello Stato di diritto e nello spirito di una convivenza civile ispirata a mutua tolleranza e rispetto.

AGRICOLTURA
Si profilano per la nostra agricoltura tempi difficili, sia con riferimento alle nuove problematiche comunitarie, sia con riferimento alla situazione interna. Le competenze della UE in materia di agricoltura sono molto estese. Ciononostante, la commercializzazione dei prodotti agricoli ha dato e darà luogo ad incomprensioni e conflitti tra gli Stati membri. Nuovi problemi peraltro si porranno a seguito dell’allargamento dell’UE. Non sarà facile, infatti, tutelare le nostre produzioni mediterranee dalla concorrenza di Cipro e Malta e, in prospettiva, della Romania e della Bulgaria.
Ancora più forte sarà la concorrenza, dopo il 2010, con i paesi mediterranei extracomunitari, considerato che l’UE intende realizzare da quell’anno una zona di libero scambio (Conferenza di Barcellona del 1995: EUROMED). In questo contesto, la situazione soprattutto per le produzioni meridionali non si presenta rosea.
L'allargamento ad est inoltre assorbirà risorse ingenti; i fondi strutturali dell'UE, che finora è stata generosa con la nostra agricoltura, rischiano di prendere altre strade.
Sul piano interno, bisogna poi evitare che la politica agraria nazionale perda di coesione a seguito della cosiddetta riforma federalista. Tra le poche competenze rimaste allo Stato centrale vi è la tutela del patrimonio boschivo per il quale occorre una reale azione per la prevenzione dagli incendi.
Tenuto conto di queste rilevanti novità che cambieranno il volto del mercato agricolo, gli agricoltori dovranno escogitare strategie originali per affrontare insieme il problema della gestione dei costi e della produzione di prodotti regionali.
Come per tutte le attività commerciali, anche l’agricoltore dovrà trovare la sua collocazione tra globalizzazione e regionalizzazione. Ambedue le strategie possono portare al successo, a condizione che vi siano capacità imprenditoriali personali e adeguati presupposti dal punto di vista regionale.
I capitali investiti nell’agricoltura sono già oggi molto elevati e aumenteranno ancora.
Un’agricoltura sempre più capitalizzata richiede un’elevata elasticità delle tecniche di produzione e la garanzia della disponibilità di capitale proprio o di terzi. Ciò comporta un aumento della produttività e la migrazione di forza lavoro dall’agricoltura.
In futuro si dovrà abbandonare il modo di pensare secondo cui da una parte vi è l’agricoltura e dall’altra la vendita al dettaglio.
Le richieste della società vanno oltre la pura produzione di prodotti agricoli; di ciò una moderna agricoltura europea deve tenere conto. Il fine deve essere quello di integrare questi servizi supplementari dell’agricoltura nel sistema di economia di mercato; si dovranno garantire sia i posti di lavoro che le comunità agricole.
A tale proposito si discute di un modello agrario europeo che non può essere fondato sulla capacità degli agricoltori di individuare nuove ragioni per sollecitare più sovvenzioni, anche se sono evidenti le ragioni economiche che portano a sostenere che il mantenimento di un’agricoltura multifunzionale è nell’interesse dell’economia globale di paesi come il nostro.
In occasione di future trattative con il WTO dovrà essere identificato un ambito per il riconoscimento internazionale degli standard europei per gli agricoltori e i consumatori, cercando di raggiungere un equilibrio accettabile tra l’ulteriore liberalizzazione del mercato ed una maggiore attenzione alla multifunzionalità dell’agricoltura.
In definitiva, l’imprenditore agricolo del 2010, anno in cui entrerà in vigore la zona di libero scambio, dovrà trovare una nuova collocazione nel quadro economico e sociale. I tempi dell’agricoltore tuttofare, che dedica tutte le sue risorse, mentali e finanziarie, all’azienda, appartiene al passato.
L’agricoltore diverrà un imprenditore professionale che attraverso la crescita dell’azienda, le diverse forme di cooperazione, l’acquisizione di professionalità messe a disposizione dal movimento cooperativo potrà affrontare la concorrenza globale. Ciò creerà nuove prospettive anche per le aziende agricole familiari.
Si può prevedere che entro l’anno 2010 la gran parte delle aziende agricole lavorerà a livelli di ottimizzazione dei costi. L’agricoltore del futuro utilizzerà tutti i progressi tecnici, biologici e organizzativi per rimanere concorrenziale, grazie alla diminuzione dei costi unitari. Impiegando adeguati mezzi aziendali potrà garantire un quantitativo sufficiente di alimenti della migliore qualità, senza recare danno al patrimonio ambientale.
La modernizzazione e lo sviluppo tecnico porteranno ad un maggiore rispetto dell’ambiente e della sua fauna, e ad un miglioramento dell’economia.
Piante e varietà ad alto rendimento determineranno il futuro ”in campo“. Esse saranno scelte in base alla loro resistenza alle condizioni del luogo, alla situazione climatica e all’attacco di parassiti e agenti patogeni. La ricerca nel campo della tecnologia genetica poi sarà particolarmente sollecitata a sviluppare piante che necessitino di pochi trattamenti antiparassitari e che contribuiscano ad una sana alimentazione della popolazione mondiale.
Coloro che nella discussione sulle biotecnologie non tengono conto della crescita della popolazione mondiale, hanno un orizzonte ristretto. Chi rifiuta o ostacola soluzioni tecnicamente possibili per l’Europa, spostando enormi problemi sull’emisfero australe, rivela un comportamento irresponsabile.
Entro il 2010 l’agricoltura, insomma, subirà, nel quadro della globalizzazione, numerosi cambiamenti. Vi sarà una rivoluzione tecnologica in molti settori dell’allevamento, della chimica, dell’organizzazione del lavoro e dell’informazione tecnica, rivoluzione dovuta alla rapida unificazione dei mercati, dei beni, dei servizi, del capitale, del lavoro, delle scienze e delle finanze. Questa integrazione dei mercati offre nuove possibilità allo sviluppo dell’agricoltura, ma presenta tuttavia rischi per coloro che non si adeguano in tempo alla nuova situazione sapendosi adattare alla concorrenza.

Ambiente
Il matrimonio tra riformismo e ambientalismo non è per i socialisti fattore contingente, legato ad alleanze e ad opportunità politiche, ma un cardine della politica riformista. Il trattato di Kyoto, approvato alla Convenzione sui cambiamenti climatici nel dicembre 1997, costituisce ancor oggi un punto di riferimento essenziale, nonostante le contestazioni dell’amministrazione Bush. Tenuto conto degli esiti conseguenti dal vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, che si è tenuto nel 2002, deve essere incrementata l’azione politica, anche in Italia, perché si raggiungano in questo campo risultati positivi. Il tema dello sviluppo sostenibile non è solo legato alla tutela dell’ambiente, ma costituisce uno snodo essenziale nei rapporti con i paesi poveri.
La crescita economica può essere ampia e duratura se riesce a garantire il livello più alto possibile di qualità ambientale. Va fino in fondo condiviso in questo senso l’indirizzo dell’Unione Europea che attraverso il Quinto e il Sesto Programma Quadro, ha indicato alcuni obiettivi prioritari sui quali intervenire. In particolare quelli indicati nel Sesto Programma Quadro sono:
a) la protezione del funzionamento dei sistemi naturali, arrestando la perdita di biodiversità;
b) un approccio prudenziale e preventivo nei confronti dei contaminanti che possono rappresentare un possibile rischio per la salute umana.
Per attuare questi obiettivi, sulla base delle strategie indicate dalla UE, bisogna promuovere:
a) il miglioramento nell’applicazione della legislazione ambientale esistente;
b) l’integrazione delle tematiche ambientali nelle altre politiche dello sviluppo;
c) l’introduzione di modelli di produzione e consumo più sostenibili (premi per le migliori produzioni, prodotti ecologici, innovazione ambientale, tecnologie pulite);
d) una informazione ai cittadini di migliore qualità e più accessibile;
e) la diffusione di buone prassi per la gestione del territorio.

Americanismo - Antiamericanismo
Le proteste contro la guerra in Iraq spesso sono tradotte in manifestazioni antiamericane, contestando il modello sociale e i simboli culturali degli Stati Uniti.
L’antiamericanismo non è un sentimento nuovo in Occidente. Esso però trova oggi un’interpretazione particolarmente aggressiva nelle forme di lotta contro l’Occidente intraprese da un fondamentalismo islamico che individua nell’esistenza della ”civiltà americana“ la causa del sottosviluppo a cui sono condannate tante società del terzo mondo. Questo atteggiamento antiamericano, che coinvolge centinaia di milioni di uomini che vivono nei territori dell’Islam, viene strumentalmente sfruttato spesso in Occidente, e in particolare in Italia, da gruppi di antiamericanisti da sempre attratti da un progetto anticapitalista, adesso fondato sul terzomondismo, come visione antagonistica rispetto al capitalismo occidentale.
L’antiamericanismo nasce dall’incapacità di comprendere l’americanismo, di saperlo interpretare evitando di collocarlo all’interno di concezioni e tradizioni politiche che poco hanno a che vedere con lo sviluppo della Nazione americana.
Si guarda infatti alla rivoluzione americana come a una rivoluzione interna ai processi di decolonizzazione del Nord America, in contrapposizione con l’Illuminismo francese che invece ha segnato una svolta epocale nella storia della democrazia in Europa.
La rivoluzione americana fu invece una vera rivoluzione per i coloni americani, perché mutò il loro status sociale e creò una classe media con caratteri affatto diversi dalla ristretta classe media europea. Si è trattato, quindi, di una rivoluzione democratica senza precedenti e che ha creato una vasta società in continua espansione, più egualitaria, appiattita al centro e dominata dagli interessi della gente comune, che può impegnarsi nella tutela di tali interessi con probabilità di successo superiori a quelle degli europei. Ciò è avvenuto perché il capitalismo americano è più efficiente, creativo e ”popolare“ rispetto ai capitalismi presenti in altre parti del mondo.
Gli antiamericani di ieri e di oggi più o meno consapevolmente contestano gli Stati Uniti, la più grande potenza capitalistica del mondo, perché contestano il capitalismo. Questa ideologia anticapitalistica nutrita da massicce dosi di terzomondismo è sopravvissuta al crollo del comunismo.
L’antiamericanismo si vivifica in presenza del fenomeno della globalizzazione, cioè della americanizzazione del mondo, mettendo insieme i contestatori dell’Occidente, compresi molti reduci del ’68, e segmenti radicalizzati soprattutto dal mondo islamico, per il quale termini come ”democrazia e libertà“ non hanno mai avuto alcun significato, anche perché in quel mondo non si è stati in grado di proporre un sistema economico e un sistema politico in grado di garantire benessere e democrazia alle popolazioni.
Continua ad accadere, quindi, che l’antiamericanismo costituisce il supporto ideologico di ogni forma di contestazione del liberalismo occidentale, cioè dell’unica, vera libertà storicamente realizzata.

Ammortizzatori sociali
E’ evidente che la crisi generalizzata dei paesi che hanno privilegiato le tutele di breve periodo, a danno delle ristrutturazioni che garantiscono nel lungo periodo, ha negli ultimi anni creato serissimi problemi ai governi, ed anche al movimento sindacale. E, tuttavia, da queste difficoltà si esce solo se il sindacato trova adeguate sponde nel terreno istituzionale.
L’idea, coltivata da tanti ultra-liberisti, che ogni modernizzazione debba prescindere dalla concertazione ha spinto il sindacato ad arroccamenti che, anche se comprensibili, creano pericolose fratture sociali.
Non è, questo, solo il caso italiano. Si tratta di ridefinire i contenuti complessivi di un moderno Stato sociale; e per fare ciò non si può prescindere da una attenta lettura delle dinamiche socio-economiche. Chi sono i nuovi poveri? Quali i bisogni da privilegiare?
La rivoluzione demografica ha comportato gravi, ulteriori diseguaglianze sociali, spostando consistenti risorse dal Welfare State alla Previdenza. Si impone una riforma della Previdenza, ma contestualmente occorre allocare, secondo criteri di giustizia sociale, le somme che dalla riforma si attingono per dare chances efficaci ai vecchi e nuovi esclusi. Non basta, di fronte alla crisi fiscale del Welfare, rendere più efficace l’allocazione della spesa pubblica impegnando solo i livelli di governo locali, i privati, o la società, cioè i nuovi protagonisti della sussidiarietà. Occorre individuare contestualmente ammortizzatori sociali capaci di prevenire fenomeni di diffusa insicurezza sociale e un conflitto devastante per la stessa coesione sociale tra vecchie e nuove generazioni.
E’ giusto parlare di reddito minimo garantito di fronte ai rischi prodotti dalla flessibilità del mercato del lavoro, di fronte ad un esercito di precari, quasi tutti giovani che si interrogano angosciati sul loro futuro (vd. ”Salario minimo“). Ma è giusto anche ricordare che in larga parte del Sud si vive già di salari minimi garantiti attraverso forme surrettizie di occupazione pubblica. Si pensi alla Sicilia dei lavori socialmente utili. O alla Calabria dei forestali. In verità, dal salario di sussistenza di Marx al reddito minimo garantito il salto non è solo ideologico. E’ storico-culturale. Dal capitalismo nascente al capitalismo declinante dell’Europa occidentale e dell’Italia in particolare, è il sistema dei valori che si è capovolto, sono le categorie dell’accumulazione che si sono modificate, non le regole dell’accumulazione. Ed a capirlo sono stati soprattutto i paesi emergenti come la Cina o paesi dal pragmatismo spinto come gli USA; l’Europa non può non seguire lo stesso percorso coniugando coerentemente ai processi di globalizzazione ideologia, economia e sviluppo. La definizione dei fini, più che degli strumenti, contraddistingue la diversità dei singoli paesi nell’affrontare la sfida della globalizzazione. Non è un caso la ricerca sempre più esasperata di autonomia. Ogni singola identità, sia essa di carattere economico o socio-storico, deve valutare i contenuti di un proprio processo di crescita compatibile con le dinamiche complessive dell’economia globale.
Per certi versi si assiste ad uno strano fenomeno. La globalizzazione non regolata spinge verso un ruolo incisivo del vecchio Stato-Nazione sul piano delle politiche pubbliche. Gli Stati-Nazione, a causa della frammentazione culturale, sono a loro volta posti in discussione dall’interno dai processi di autonomizzazione. Come dire che siamo solo all’inizio di una ridisegnazione degli ambiti di intervento dai contenuti ancora indefiniti.

Anziani
Un capitolo delle politiche sociali mai adeguatamente affrontato sul piano nazionale, e che fatalmente si presenterà sempre con maggiore evidenza, è quello delle forme di assistenza e integrazione degli anziani. Non basta che essi abbiano una qualche pensione. Le solitudini disperate che mietono vittime nelle estati torride, sono più che un campanello di allarme e richiedono l’individuazione di interventi prioritari, creando schemi e standard nazionali che prevedano, ad esempio, forme di incentivazione, sulla base di convenzioni con le Onlus, finalizzate ad interventi di assistenza e supporto. Ma occorrono anche interventi di edilizia pubblica, di riqualificazione di sedi residenziali che agevolino il mantenimento di capacità autonome degli anziani e che li coinvolgano in una partecipazione organizzativa. In uno spirito veramente europeo, dobbiamo anche aver l’umiltà di importare, in questo settore, le buone pratiche di quanti sono più avanti di noi, come i paesi che danno un bonus per il riscaldamento, o trasporti gratuiti, o incentivazioni fiscali per l’instaurarsi di reti spontanee di solidarietà territoriale, o che erogano contributi alle famiglie che provvedono direttamente all’assistenza dei propri anziani.

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