Bellezza (Diritto alla)
Il patrimonio artistico dell’Italia è un giacimento culturale di grandissimo rilievo, che deve essere tutelato e valorizzato. E’ un bene che appartiene all’intera umanità e di cui gli italiani sono i custodi.
C’è stato un lungo periodo nella storia della sinistra, non soltanto italiana, in cui i valori estetici sono stati interpretati in chiave estranea agli interessi che dovevano essere propri di una battaglia politica che aveva soprattutto, come sua finalità, il miglioramento delle condizioni economiche dei ceti più disagiati. Oggi si ha maggiore consapevolezza che i bisogni dell’uomo sono non soltanto quelli materiali. I bisogni immateriali hanno assunto un rilievo sempre crescente, e vanno riferiti all’intera comunità e non soltanto ad élites.
La fruizione sempre più diffusa del patrimonio artistico, l’acquisizione di valori estetici nel patrimonio di conoscenze di ciascuno, la sensibilità nei riguardi del ”bello“ non costituiscono soltanto componenti essenziali di una migliore qualità della vita, ma rappresentano anche il modo migliore per opporsi alla invasione della mediocre banalità, del cattivo gusto, del becero appiattimento, che sembra costituire la ”cifra“ privilegiata che caratterizza mezzi di comunicazione di massa, con indubbi riflessi anche sul terreno della politica.
I problemi che nascono da una corretta fruizione di un patrimonio culturale, che nel nostro Paese per vastità ed articolazione (beni artistici, paesaggistici, storici, demoantropologici, archivistici etc..) raggiunge livelli di assoluta singolarità, non si può risolvere in una rozza contrapposizione tra pubblico e privato.
Nell’un campo e nell’altro esistono esempi in negativo e in positivo. Il criterio non può quindi essere che quello delle possibilità di fruizione diffusa, basata sulla più ampia conoscenza, che faciliti un consapevole approccio al bene ed ai valori estetici e culturali che lo stesso può trasmettere. In questo senso l’utilizzo della più moderna tecnologia costituisce un potente fattore che facilita il giusto rapporto tra un vastissimo patrimonio culturale e una utenza destinata a diventare sempre più ampia.
Compito soprattutto affidato allo Stato è in ogni caso quello di far rientrare il diritto al bello come componente non secondaria di una moderna politica del welfare. Ridurre i costi per la cultura, nell’errato presupposto di una difficile produttività di essa, non tiene conto di quanto alti possono diventare i costi della ”non cultura“, che finirebbero per gravare sull’intera comunità.

Biotecnologie
E’ osservazione ormai comune quella secondo cui le potenzialità delle biotecnologie sono assai ampie nel campo della cura della salute. Già oggi oltre il 40% dei prodotti in sperimentazione nel mondo è ottenuto mediante l’impiego delle biotecnologie, e nel futuro l’ingegneria genetica ci permetterà di disporre di farmaci che non ci forniscono oggi i laboratori tradizionali.
Anche in agricoltura l’ingegneria genetica ha permesso di incrementare qualità e quantità delle colture migliorando al tempo stesso l’impianto ambientale.
Questo enorme potenziale di sviluppo ha scatenato in tutto il mondo una vera e propria corsa per favorire l’innovazione nel settore.
In questo campo ‘purtroppo’ l’Europa fino al 2002 aveva accumulato notevole ritardo. Solo due anni fa la Commissione ha prodotto un documento di orientamento politico per valorizzare e promuovere lo sviluppo delle biotecnologie, che ha ottenuto il sostegno dei capi di Stato riuniti al Consiglio Europeo di Barcellona. E’ emersa quindi a livello europeo finalmente la consapevolezza che l’accesso a queste nuove tecnologie rappresenterà il reale spartiacque tra paesi avanzati e non. La Commissione Europea ha deciso una concreta inversione di rotta, ponendo le biotecnologie tra le conoscenze strategiche per raggiungere l’obiettivo di far diventare l’Europa leader quanto a competitività nell’economia basata sulla conoscenza entro il 2010.
In un contesto europeo internazionale nel quale la promozione delle biotecnologie riveste una crescente importanza, in un paese come il nostro, dove si contano solo una cinquantina di realtà imprenditoriali, o poco più, dedicate alle biotecnologie contro le circa trecento della Germania e del Regno Unito.
In Italia infatti, benché vi sia un ampio consenso sulla necessità di favorire la ricerca, alcune strumentalizzazioni elaborate su principi di carattere etico, politico o ideologico sono stati determinanti nel creare una sostanziale situazione di stallo in ambito biotecnologico, danneggiando così non solo le aspettative dei cittadini e gli interessi dei lavoratori, ma anche il mondo scientifico imprenditoriale.
Le tecnologie consentono produzioni ad alto valore aggiunto se si supportano attivamente la capacità di ricerca, di supporto, di utilizzo dei cervelli di cui il paese dispone.
Si possono insomma su questo terreno costruire campi di competitività che non influiscono semplicemente sul contenimento dei costi di produzione, ma anche nello creazione di nuova ricchezza.

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