Carceri
Il sistema carcerario italiano presenta aspetti fortemente contraddittori dovuti alle situazioni estremamente differenziate sia nella qualità delle strutture che nelle attività trattamentali dei detenuti.
Accanto a rari esempi di civiltà, ci sono nella maggior parte dei casi situazioni dove il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena non trova alcuna applicazione. Le carceri rappresentano quindi un luogo di ulteriore incentivazione dell’attività criminale.
Il lavoro, come momento volontario rieducativo e di emancipazione, è un privilegio riservato a meno del 10% della popolazione carceraria; al contrario, esso dovrebbe essere fattore predominante per la sua valenza formativa e per la sua funzione positiva per un corretto reinserimento sociale del cittadino, una volta scontata la pena.
Manca poi totalmente nelle carceri il rispetto dei diritti dei cittadini non condannati, e pertanto in una condizione di presunzione di non colpevolezza; per essi non dovrebbe essere prevista una reclusione eguale ai condannati definitivi, ma una restrizione volta solo a impedire il pericolo di fuga, il rischio di reiterazione del reato o il rischio di inquinamento delle prove.
E’ quindi indispensabile per il futuro, se si vuole rispettare quanto è scritto nella Carta Costituzionale, attivare circuiti differenziati per detenuti in attesa di giudizio, per quelli condannati per reati non particolarmente gravi, garantendo così livelli di trattamento adeguati alla pericolosità sociale del detenuto ed al programma rieducativo.
Nell’immediato, per rendere vivibile la vita nelle carceri, al fine di garantire anche la sicurezza degli operatori, oltre che quella dei detenuti, non è più rinviabile il varo di un provvedimento di amnistia e indulto.
La situazione di sovraffollamento delle carceri, che esiste ormai da molti anni, diverrà ancora più drammatica dopo l’approvazione della legge ex Cirielli. La popolazione carceraria ha raggiunto il suo massimo storico di 60 mila unità (quasi un terzo più del consentito dalla capienza delle strutture). La scelta fatta dal governo di centrodestra di accorciare i termini della prescrizione (mandando così all’aria molti processi che durano da gran tempo anche perché gli imputati possono permettersi difensori capaci, in grado di utilizzare tutte le tecniche dilatorie che il diritto processuale offre), e, però, di dare un giro di vite al regime carcerario che colpisce soprattutto cittadini che vivono in condizione di marginalità sociale, farà scoppiare le carceri nei prossimi mesi. La ex Cirielli determina un aumento della popolazione carceraria nella misura di circa il 20%. Il carcere torna quindi a essere il luogo attraverso il quale si argina la pericolosità sociale degli esclusi (trattasi di una concezione diametralmente opposta a quella alla quale si ispirava la legge Gozzini, che tendeva fare del carcere un luogo di socializzazione dei reclusi). L’idea della giustizia e della pena che ispira la ex legge Cirielli è inaccettabile, perché essa tende a darci uno Stato debole con i forti, cioè con i colletti bianchi a cui si offre la ciambella di salvataggio della prescrizione, che è una pseudo-amnistia, e intransigente con i deboli, con coloro che essendo recidivi, anche se autori di piccoli reati non potranno più usufruire dei benefici della Gozzini, non potendo mai rientrare nella normalità. La ex Cirielli insomma condanna il sistema carcerario a essere il simbolo più eloquente del fallimento della giustizia italiana. La stragrande maggioranza dei detenuti appartiene infatti al sottoproletariato, al mondo della immigrazione e della tossicodipendenza. Un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio. Sono queste le ragioni per le quali la lotta per l’amnistia promossa e sostenuta da Marco Pannella della Rosa nel pugno, che ha trovato un vasto consenso trasversale anche nella componente libertaria delle altre forze politiche.

Cirami
La legge Cirami, che reintroduce il legittimo sospetto nel codice di procedura penale italiano e che quindi consente all’imputato di ricusare il giudice che non appare sufficientemente ”sereno“, tale cioè da non garantire un giudizio equo, è stata oggetto di violenti conflitti nel Parlamento e nel paese. Il ”legittimo sospetto“ non è un istituto inventato da questo governo per proteggere personalità politiche di questa maggioranza attualmente imputati in alcuni processi, ma è un istituto che era previsto nel vecchio codice di procedura penale e che, per un errore della Commissione incaricata di redigere il nuovo codice, era stato erroneamente depennato. L’istituto quindi, dal punto di vista della sua compatibilità con l’impianto garantista del cpp non ha bisogno di complesse giustificazioni. Ciò che lascia perplessi è la tempistica di questa riforma del cpp, che incide su un nugolo di processi, tra cui quello Imi Sir, che interessa il Presidente del Consiglio e uomini a questi particolarmente vicini.
Si è voluto che la legge operasse immediatamente sui processi in corso, e su uno in particolare, appunto quello Imi-Sir.
Per realizzare questo obiettivo si è realizzato un vero e proprio strappo ai principi che regolano la materia processuale prevedendo che essa avesse effetto retroattivo, così da costituire un vero e proprio salvacondotto per gli imputati.
Il punto debole della legge è proprio questo.
Non paiono discutibili i principi di civiltà giuridica cui la legge si richiama. Ciò che pare discutibile è lo scopo pratico di essa, quello di influire sullo stesso esito dei processi in corso. Il Parlamento insomma è stato chiamato sostanzialmente a ”scrivere“ delle sentenze o a condizionarle fortemente approvando leggi che per le circostanze che le determinano sono vere e proprie leggi ad personam.

Cng (Consiglio Nazionale Giovani)
Per far partecipare i giovani alla vita politica, occorre offrire loro adeguate sedi di confronto politico e culturale all’interno dei quali essi non si sentano meri ospiti. La struttura centralistica dei vecchi partiti offriva ai giovani possibilità formative e di carriera politica, ma spesso li isolava dal mondo giovanile.
La questione di organizzare rappresentanze istituzionali dei giovani è una questione ancora aperta. Eppure il mondo giovanile reclama un coinvolgimento pieno nelle discussioni e nelle iniziative che riguardano la ”riforma della società“.
Basta pensare alla quantità di ragazze e ragazzi impegnati nei servizi di volontariato per comprendere come sia forte la voglia di partecipazione dei giovani, allorché si tratta di affermare alcuni valori. L’Italia è l’unico paese in cui manca una forma di rappresentanza giovanile che sia riconosciuta come parte sociale nei rapporti con il governo. Le proposte di legge quadro sulle politiche giovanili che si sono succedute, da ultime, le proposte Turco, Cossa e Moroni, si sono sempre smarrite lungo l’iter parlamentare. Per la stesura del Manifesto del Forum dei Giovani, si è svolta una fase costituente durata circa 6 mesi, nella quale si sono dapprima elencati i valori fondanti, identificate le finalità ed infine posti degli obiettivi precisi nei primi mesi di attività.
L'Italia è ancora l'unica nazione europea in cui non opera il Consiglio Nazionale dei Giovani (CNG), organo in grado di incidere seriamente sulle linee guida e la gestione delle politiche giovanili, nonché di rappresentare democraticamente la volontà politica della gran parte delle associazioni giovanili. Un organismo dunque in grado di fare emergere e valorizzare pienamente le aspirazioni e le opinioni di una generazione altrimenti definita "invisibile".
La legge istitutiva del CNG, pur presentando difetti, incongruenze e lacune, definiva chiaramente i compiti del CNG stesso, affermando che esso:
b) partecipa a fori associativi internazionali;
d) promuove indagini e ricerche sulla partecipazione dei giovani nelle istituzioni nazionali e locali, negli organismi rappresentativi scolastici e universitari e nelle realtà associative ed aggregate;
f) entro il termine di un mese dalla richiesta, esprime parere sulla designazione dei membri del Centro nazionale;
Allo stato attuale non esistono momenti di incontro ”istituzionali“ tra le varie realtà del mondo giovanile, se si eccettuano le varie forme di Consulta Giovanile istituite nel Paese che tuttavia non hanno reali poteri di indirizzo, né di controllo sulle attività pubbliche che riguardano le politiche giovanili.

Concertazione
Per concertazione si intende l’insieme di pratiche negoziali e di accordi preventivi fra i diversi attori (sociali e istituzionali) a vari livelli allo scopo di mettere sotto controllo l’andamento di alcune variabili economiche e sociali (ad esempio, inflazione o politiche per il lavoro) sia per l’intera economia che per i singoli settori per il raggiungimento di obiettivi di interesse comune. Il modello della concertazione si traduce, in altre parole, in una tecnica giocata su impegni non giuridici, ma politici; essa si sviluppa nel quadro delle relazioni industriali e le connota con i caratteri della integrazione-cooperazione tra forze sociali non strutturalmente conformata ma occasionale. Il modello emerso con vigore in Italia tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 è quello dello scambio politico: un soggetto (generalmente il governo), il quale ha beni da distribuire, è pronto a scambiarli con il consenso sociale che un altro soggetto (in genere le organizzazioni sindacali) ha facoltà di dare o ritirare.
La mancanza di previsioni legislative generali per la concertazione di livello nazionale (altro discorso si potrebbe fare per il dialogo sociale comunitario e per i patti sociali di ambito territoriale), sommata all’assenza di indicazioni giurisprudenziali, non aiuta a ricostruire né un regime legale dei patti sociali, né a valutare dal punto di vista giuridico i requisiti di ”partecipazione“ degli attori sociali stipulanti gli accordi di concertazione. Alla situazione appena descritta fa riscontro, sul piano delle relazioni sindacali, un certo grado di stabilità e di formalizzazione che riesce per lo più a condizionare i comportamenti dei soggetti concertanti.
Il modello appena descritto ha subito negli ultimi anni un rallentamento nell’utilizzo; il governo in carica ha palesato, almeno nelle intenzioni, la sostituzione della pratica della concertazione con quella del dialogo sociale sull’esempio di quello utilizzato in sede comunitaria. A tale manifestazione di volontà, però, non ha dato seguito, dimostrando nella prassi di ignorare le istanze delle forze sociali e delle opposizioni.

Conciliazione (Tra tempi di vita e di lavoro)
I sistemi di welfare devono incoraggiare il lavoro. Ma per fare ciò il lavoro non deve incidere negativamente sui tempi di vita né pregiudicare valori la cui realizzazione è essenziale per una società bene ordinata.
Anzitutto bisogna affrontare i temi vecchi e nuovi della tutela del lavoro femminile. Un basso tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro costituisce uno spreco di risorse. Una politica per le famiglie ben strutturata potrebbe incoraggiare la partecipazione e aumentare la probabilità che i giovani decidano di avere figli. L'assistenza all'infanzia è a tal fine fondamentale.
Se non esiste un'assistenza per l'infanzia sicura e a costi accessibili, le madri (e in alcuni casi i padri) avranno pochi incentivi a lavorare. Anche gli assegni per i figli che coprano alcune delle spese dei genitori sono importanti, così come un sistema fiscale individuale che eviti di imporre le tasse marginali più alte al reddito più basso nella famiglia.
Non saranno certo solo gli incentivi economici a fare nascere più bambini, ma se un'ampia percentuale della popolazione giovane ritiene di non potersi permettere di crescere i propri figli (dedicando ad essi il tempo necessario per un'educazione che impegni entrambi i genitori) e che la madre debba abbandonare le proprie ambizioni lavorative, allora sarà necessario ridurre i disincentivi se vogliamo fare salire i tassi di nascita.
Migliorare la qualità della vita a partire dagli orari e dai tempi che la caratterizzano richiede una grande capacità di investimento attraverso l’attivazione di risorse e conoscenze diffuse nel tessuto sociale e la previsione di adeguati spazi e strumenti per la rilevazione e l’analisi delle diverse proposte. Ancor oggi il problema della conciliazione è affrontato in modo marginale, è un problema ”giovane“ e viene risolto in modo individuale: gli asili nido sono carenti, le famiglie si rivolgono ai nonni, alla baby sitter quando se la possono permettere o, purtroppo, sacrificano il lavoro della donna, che è nella maggior parte dei casi quello che produce minor reddito. La Legge 53 del 2000 si propone di promuovere la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, una legge che non deve essere pensata come una legge a ”sostegno delle donne“ ma per la famiglia e la società nella sua interezza prendendo in esame i congedi parentali, i congedi per la formazione continua, il coordinamento dei tempi di funzionamento delle città. Ecco perché sono necessarie sperimentazioni di azioni mirate a promuovere azioni family e personal friedly attraverso la progettazione e attivazione di interventi innovativi e flessibili che valorizzino le specificità territoriali e rappresentino i bisogni di conciliazione e riequilibrio delle responsabilità familiari tra i sessi.
Il modello di welfare che consente di conciliare lavoro e famiglia è ricco di indicazioni nel senso di facilitare chi desidera avere dei figli e coniugare la vita lavorativa con la famiglia.
Le tariffe ridotte e fisse per l'assistenza all'infanzia mirano a ridurre i grossi effetti marginali che derivano da qualunque sistema correlato al reddito e a ridurre i costi. In particolare si è prolungato il tempo che ciascun genitore ha il diritto di trascorrere a casa con i propri figli neonati fino a tre mesi con l'80% del reddito coperto dall'assicurazione parentale. A breve termine questo riduce l'offerta di manodopera, ma a lungo termine ha un effetto positivo in quanto permette di trascorrere, sia alle madri che ai padri, una naturale quantità di tempo con i figli neonati senza smettere di lavorare o ridurre le ore di lavoro. Questo intende anche aumentare la partecipazione dei padri. Lo stesso genitore può utilizzare fino a 11 mesi e, quindi, i padri hanno un forte incentivo a chiedere almeno due mesi di congedo parentale.
Insomma occorre che il nuovo welfare si faccia carico nell'ambito dei nuovi rischi della difficoltà di conciliare lavoro e "casa", vita professionale (incluse le aspirazioni di carriera) e vita familiare, soprattutto per le donne.
Attraverso strategie di politica sociale adeguate si riuscirà a tutelare le madri che lavorano e le famiglie a doppio reddito.
Da anni si stanno facendo in Italia ricerche sui processi di cambiamento della società complessa, a partire dall’approccio culturale legato alla distribuzione sociale ed individuale del tempo. Questa categoria di interpretazione può essere letta sia come ”tempo di vita“ e, quindi, soprattutto come strategia di rapporti tra sfera della produzione e della riproduzione, ma anche semplicemente come possibilità di accesso al sistema dei servizi e, quindi, soprattutto come risorsa e soddisfacimento di bisogni. Questa duplicità del piano dei tempi (domanda e offerta) costituisce il tramite tra i cittadini/e e le Istituzioni nell’ambito di un cambiamento delle politiche degli orari: è, quindi, uno strumento necessario per il buon governo della città. La città è il luogo di incontro di esperienze, culture, ritmi, tempi e stili di vita, è il luogo dell’interazione sociale, dello sviluppo dei rapporti interpersonali; è uno spazio fisico, cognitivo, affettivo, relazionale, esistenziale, dove anche i bisogni inediti possono/devono trovare cittadinanza. Un ambiente sociale ”amichevole“ passa però attraverso l’accessibilità positiva dei servizi della città. E’ un requisito fondamentale, in termine di tempo, ma anche di modi e di contenuti per rispondere in maniera flessibile e finalizzata alle diversità e alle pluralità.
Il tema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro sta assumendo un’importanza sempre più crescente. Le trasformazioni in atto nelle strategie di vita e nelle identità delle donne e degli uomini (soprattutto giovani), come le modificazioni nel mercato del lavoro, rendono il tema della conciliazione un problema che non può essere lasciato alla capacità equilibristica delle donne, degli individui, ma che chiama a coinvolgimento l’intero sistema sociale nel suo complesso. Rafforzare, pertanto, la capacità programmatoria orientata a favorire l’integrazione tra le politiche di sostegno all’occupazione femminile nel territorio, le politiche sociali dei servizi e quelle legate all’Istruzione, l’organizzazione degli orari e politiche di conciliazione familiare. Esiste un desiderio insito di vivere meglio i propri tempi di vita, ma anche la necessità, soprattutto da parte delle donne giovani-adulte, di dare un valore più forte e un contenuto maggiormente realizzato alle ore che si passano sul luogo di lavoro, facendone un tempo significativo sul piano delle capacità espressive e dei contenuti professionali.

Conflitto d’interessi
Nel nostro Paese, e nella legislatura attuale, il problema del conflitto d’interessi è drammaticamente esploso con l’insediamento del Governo Berlusconi: il potenziale, gravissimo conflitto di interessi è dovuto al fatto che il Presidente del Consiglio è proprietario di metà del sistema radiotelevisivo nazionale e di un impero imprenditoriale che opera nei settori più diversi della economia, dalla finanza alle costruzioni, alle assicurazioni. Ma anche il Ministro delle Infrastrutture è nella vita privata progettista di opere pubbliche. Si tratta di situazioni che determinano scontro nell’opinione pubblica e che finiscono con il diffondere tra la gente l’idea che la politica non sia un servizio reso all’interesse generale ma, viceversa, un’opportunità per perseguire il soddisfacimento di interessi personali ai danni di quelli della collettività.
I socialisti vogliono una soluzione normativa equa, chiara ed efficace al problema del conflitto di interessi. Non vogliono né una legge vendicativa né cambiamenti di facciata. I cambiamenti di facciata della situazione patrimoniale di chi ci governa finirebbero con l’aggravare i danni di immagine prodotti dal conflitto di interesse. Occorre che le situazioni di conflitto di cui si discorre vengano accertate (anche sotto il profilo della congruità dei rimedi posti in essere per eliminare il conflitto) da Authorities come l’Antitrust o l’Authority per le Telecomunicazioni. Le sanzioni da comminare alle imprese coinvolte in conflitti di interesse devono essere reali.
Le soluzioni, predisposte dal Governo, non hanno risolto alcun problema, ma sono servite solo a legalizzare il conflitto d’interesse.
Non bisogna perseguire l’obiettivo di colpire singole personalità al vertice del mondo politico, ma quello di garantire l’interesse pubblico minacciato dalla tentazione di chi governa da far prevalere comunque i propri interessi privati. Sarebbe utile assumere un modello di riferimento per legiferare in questo campo sì da essere al di sopra di ogni sospetto. Ci pare che la regolamentazione che il conflitto di interesse adottata dall’ordinamento USA potrebbe essere per l’Italia una buona soluzione, considerato che essa concilia efficacemente interesse pubblico e interesse dell’impresa.

Consumatori
La garanzia dei diritti dipende anche dall’efficace controllo svolto dai cittadini utenti sul buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi pubblici. Un ruolo decisivo in questo senso può essere svolto dalle associazioni dei consumatori.
Dalle indagini condotte in molti Paesi europei risulta che le associazioni dei consumatori sono ritenute, dagli stessi utenti, come i soggetti pubblici di cui essi più si fidano; il 72% degli intervistati le considera come uno strumento efficace per difendere i propri interessi.
E’ quindi decisivo che il principio del perseguimento di un elevato livello di tutela del consumatore sia stato inserito tra gli obiettivi enunciati dall’art. 3 del Trattato Costitutivo dell’UE.
Inoltre i cinque diritti riconosciuti a livello comunitario ai consumatori nell’art. 153 del Trattato (alla salute e alla sicurezza, alla protezione degli interessi economici, all’informazione, all’educazione e all’organizzazione per la salvaguardia dei propri interessi) non sono più sufficienti. Ad esempio non si comprende come, tra i diritti riconosciuti ai consumatori, non vi sia quello all’erogazione dei servizi pubblici secondo standard di qualità ed efficienza. L’art. 153, quindi, in una nuova formulazione, dovrà includere anche, tra i diritti da tutelare, l’accesso ai servizi di interesse generale, il diritto di scelta, la sicurezza e la qualità dei servizi oltre che dei prodotti.
Importante poi sarà il ruolo che potranno svolgere le Authority, intese come autorità indipendenti, al fine di garantire l’obiettività di giudizio della verifica sull’attività degli operatori del mercato. Alla base del buon funzionamento delle autorità indipendenti deve esservi una chiara attribuzione dei compiti e dei poteri, in modo da evitare confusione e sfiducia sul loro operato.
La tutela dei consumatori potrà poi essere attuata tramite l’introduzione delle cosiddette class actions, le azioni giudiziarie collettive, che potranno diventare uno strumento utilissimo in tutti i casi in cui i diritti dei consumatori siano violati.

Corte Costituzionale federale
La nuova Corte Costituzionale disegnata dalla riforma costituzionale, approvata dal centrodestra, rischia di stravolgere l’identità e la stessa unità del nostro ordinamento giuridico. La soluzione approvata modifica sostanzialmente la composizione della Corte costituzionale. I 15 giudici della Corte verrebbero, infatti, nominati come segue: 4 ognuno sia da parte del Presidente della Repubblica, sia da parte delle supreme Magistrature, che ora ne nominano 5 per parte, e ben 7 dal Senato federale. Si vuole così evidenziare il collegamento tra la Corte e le Regioni. Nessun giudice verrebbe nominato dalla Camera dei Deputati (mentre finora 5 giudici sono stati nominati dal Parlamento in seduta comune).
L’idea di avere una Corte costituzionale, che esprime in termini paritari la cultura (giuridica?) nazionale e quella regionale, è una idea che pare aberrante. Anche se è evidente il carattere del tutto propagandistico della riforma, tuttavia non pare possibile fare della Corte costituzionale materia di baratto politico tra i partiti della coalizione che governa. L’idea di lottizzare, infatti, una delle istituzioni costituzionali dello Stato e di sottrarre l’elezione di una parte significativa dei membri di essa all’organo che esprime a livello politico la rappresentanza unitaria del paese è un’idea che nessuna persona di buon senso può sottoscrivere. La scelta di affidare ad un Senato federale quasi la metà dei membri della Corte, considerando quindi che le regioni non si sentono rappresentate dall’organismo attuale, va energicamente rifiutata. Lo scopo è quello di rendere meno indipendente la Corte costituzionale, di fare di essa un organo di alta amministrazione, di porre in un certo senso la stessa attuazione della Costituzione sotto il controllo delle regioni.

Costituzione Europea
Il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa è stato adottato dai venticinque capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles il 18 giugno 2004 e firmato dagli stessi il 29 ottobre 2004 a Roma durante una cerimonia solenne.
La sottoscrizione della Costituzione europea risponde all’impegno preso dal Consiglio europeo, attraverso la ”Dichiarazione sul futuro dell’Unione europea“ (Laeken il 15 dicembre del 2001), di rendere l’UE più democratica, trasparente ed efficiente avvicinandola sempre più alle attese dei cittadini. La Costituzione sostituisce l’insieme dei trattati esistenti con un testo unico, più chiaro e comprensibile, strutturato in quattro parti. La Parte I contiene le disposizioni che definiscono l’Unione, i suoi obiettivi, le sue competenze, le sue procedure decisionali e le sue istituzioni. La Parte II è costituita integralmente dalla Carta dei diritti fondamentali proclamata solennemente a Nizza nel dicembre del 2000. La Parte III della Costituzione riguarda le politiche e le azioni dell’Unione e riprende un numero considerevole di disposizioni degli attuali trattati. L’ultima parte, infine, contiene le disposizioni finali, comprese le procedure di adozione e revisione della Costituzione stessa.
L’Unione, dunque, con tale importante atto, amplia le proprie competenze prefiggendosi di promuovere la pace, sia al proprio interno che fuori dal proprio territorio attraverso il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli, offrendo ai propri cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia e un mercato interno nel quale la concorrenza è libera e non è falsata. Si adopera, altresì, per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, combattendo l'esclusione sociale e le discriminazioni.
La Costituzione stessa ha previsto la ratifica del testo entro due anni dalla firma, da parte di tutti gli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali (approvazione parlamentare e/o referendum). La mancata ratifica da parte di Francia e Olanda, ha bloccato tutto questo processo. La piena operatività della Costituzione e, dunque, della Carta di Nizza, avrebbe consentito al diritto comunitario di sganciarsi dalle logiche economiche e mercantilistiche, oramai largamente soddisfatte e per certi versi superate, per concentrarsi in maniera definitiva sulla costruzione di una Europa sociale che rappresenta – come è intuibile – una sfida di ben altra portata. Ora si tratta di riprendere questo cammino, che appare comunque irto di ostacoli, senza perdere di vista l’obiettivo della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, come era indicato con grande antiveggenza dal Manifesto di Ventotene.

CSM
Il CSM si è trasformato negli anni in un ”parlamentino dei magistrati“, gestito dal sindacato (ANM). Il CSM, che avrebbe dovuto vigilare sull’estraneità dei magistrati alla vita politica, ne è divenuto invece la palestra di attività politica, il laboratorio culturale in cui sperimentare il ”piacere della politica“, il luogo privilegiato dello scambio tra politica e giurisdizione.
Una riforma del CSM, che ad esso ridia l’originaria identità di alta amministrazione, e non di organo di promozione delle carriere politiche (quanti sono i magistrati che sono passati dal CSM al Parlamento o che hanno tentato di farlo?) rafforzerebbe l’immagine e il ruolo della Magistratura, quale garante della sicurezza dei cittadini e custode della certezza del diritto.
Un’intesa accettata da tutti i partiti, che li impegni a non candidare i magistrati in servizio nelle proprie liste, costituirebbe la più efficace forma di responsabilizzazione degli stessi attori politici in una azione volta a combattere ogni forma di collateralismo politico dei magistrati, a isolare coloro che praticano lo scambio politico con uomini, donne e settori della magistratura, a prevenire tanti fenomeni di malagiustizia prodotti dalla politicizzazione dei giudici.
Il magistrato che sceglie la politica deve preventivamente dimettersi dalla magistratura. Una folta schiera di magistrati dediti alla politica associativa per poi passare a quella nelle istituzioni, di magistrati che agiscono all’interno della ANM per fare proseliti e per portare dentro di essa le istanze di partito, verrebbe così scoraggiata. Un rigido regime di incompatibilità tra carriera giudiziaria e carriera politica, non dettato da ragioni di vendetta politica, ma solo dal bisogno di rendere fino in fondo affidabili le istituzioni giudiziarie, incoraggerebbe il cittadino a diffidare pubblicamente del giudice di parte, che potrebbe, quindi, essere oggetto di ricusazione.

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