Declino italiano
Il cattivo andamento della congiuntura economica, il fatto che i segni di ripresa tardino ad arrivare, rende necessari forti interventi anticiclici. Il sistema-paese appare alle prese con una situazione economica che continua a peggiorare, a giudicare dagli indici di competitività e produttività, dalle difficoltà di cassa in cui si dibatte lo Stato, dall’accentuato innalzamento delle tariffe pubbliche, dalla incapacità di controllare evidentissime manovre speculative che incidono pesantemente sul costo della vita. Di fronte ad una situazione che volge al peggio, il Governo continua a ricorrere a provvedimenti transitori che tendono a rastrellare attraverso condoni e vendite del patrimonio pubblico risorse necessarie a tamponare le falle dei conti pubblici in tempi brevi, senza intervenire sulle cause strutturali che producono il carovita e la stagnazione economica. A giudizio dei sindacati e degli imprenditori, mai come negli ultimi mesi il declino del nostro apparato produttivo ha presentato caratteri di difficile reversibilità in tempi brevi.
A dire che il paese sta andando di male in peggio non sono solo i vertici sindacali, ma anche il Presidente degli imprenditori, Luca Cordero di Montezemolo, che parla di ”crisi dei valori e dello spirito del dopoguerra“. Tale situazione, sempre a giudizio degli imprenditori, non dipende solo dalla difficile congiuntura internazionale, ma dal clima di sfiducia che regna nel paese. Le bugie del Governo in campo economico, improntate ad un vuoto altissimo, hanno le gambe corte, e i cittadini non hanno bisogno di leggere gli indicatori economici per rendersene conto. Tenuto conto di questa condizione del paese, le politiche pubbliche, se non devono alimentare aree di dipendenza cronica dallo Stato sociale, devono tuttavia essere dettate da principi di inclusività. Restano centrali, per lo sviluppo e per il risanamento, politiche di concertazione tra le parti sociali, che hanno dato in passato ottimi risultati. La propensione del Governo a voler dividere il mondo sindacale pone in essere schemi di tipo classista ormai del tutto superati. Fare dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori il principale punto d’attacco alle organizzazioni sindacali è stato del tutto controproducente. La maggiore flessibilità, che è richiesta dai mercati globali, si deve conseguire in una nuova cornice di sicurezza sociale. Il richiamo, che è stato fatto dall’economista Giavazzi alla flex-security di tipo danese, comporta la complementarietà tra piena flessibilità e piena sicurezza, con una partecipazione attiva delle organizzazioni sindacali. La situazione italiana è molto diversa da quella della Danimarca, ma questa, comunque, deve essere la strada da seguire con un attento bilanciamento tra più flessibilità e più ammortizzatori sociali. Il contenimento della spesa pubblica nella sua parte corrente, ferma restando l’incidenza della spesa sociale, deve essere raggiunto proseguendo l’azione svolta dal centrosinistra (contenimento selettivo e riqualificazione professionale del personale delle P.A., informatizzazione della macchina burocratica, eliminazione delle zone di inefficienza e di spreco).
L’efficienza e la competenza della P.A. sono alla base delle capacità di successo delle politiche pubbliche. Contributi sociali più leggeri e fiscalità più equa, flessibilità e mobilità nel mercato del lavoro, investimenti pubblici nelle infrastrutture e nella ricerca e aumento di spese nel campo della formazione, nuova rete di sicurezza sociale devono essere al centro delle iniziative dell’opposizione.

Deriva plebiscitaria
Le anomalie introdotte nella democrazia italiana dall’ingresso in campo di Silvio Berlusconi non sono né poche, né piccole. La prima delle quali è la saldatura fra un gruppo di potere economico e il potere politico: una saldatura assai pericolosa per il corretto funzionamento della vita democratica. La seconda è che Berlusconi ha fondato un partito di cui è l’esclusivo proprietario: mai nulla di simile si era visto nella storia delle democrazie occidentali. La terza è che Berlusconi è il proprietario di ben tre reti televisive di dimensioni nazionali e che, in aggiunta, dopo la vittoria elettorale del 2001, può condizionare la Rai. Siamo, dunque, in una situazione di completo monopolio del più potente e influente mezzo di informazione e formazione: la televisione. Come se tutto ciò non bastasse, Berlusconi non perde occasione per denunziare il carattere non rappresentativo del terzo potere dello Stato: l’ordine giudiziario. E lo fa sulla base di una concezione plebiscitaria della democrazia: la democrazia basata sull’investitura carismatica del capo che non riconosce altro potere che quello affidatogli dal popolo. Ora, ciò che in tutto l’Occidente si chiama democrazia è, in realtà, la democrazia liberale, cioè a dire la democrazia costituzionale, la democrazia che si basa non solo sulla volontà espressa dal popolo, ma anche sul governo basato sulle leggi, che pongono limiti invalicabili al titolare (temporaneo) della sovranità e garanzie poste a presidio delle libertà dei cittadini. Si tratta di un sistema di contro-poteri che sono essenziali perché la democrazia non degeneri in tirannia della maggioranza. Ma in un Paese come il nostro, caratterizzato dalle anomalie indicate, nonché dalla propensione di Berlusconi a delegittimare tutte le istituzioni che non sono espressione della volontà del popolo, la logica della democrazia liberale risulta alterata, se non proprio minacciata. Di qui le tante preoccupazioni che ha suscitato la vittoria elettorale della Destra; una Destra anomala poiché anomalo è il soggetto politico – Forza Italia – che la egemonizza. Certamente, non ci troviamo di fronte a un regime; ma, altrettanto certamente, ci troviamo di fronte a una situazione caratterizzata da quella che è stata giustamente chiamata la ”deriva plebiscitaria“, che potrebbe, se non fosse efficacemente contrastata, portare l’Italia fuori della logica della democrazia liberale, verso un sistema sui generis, basato su una pericolosa concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo.

Differenze
Il tema delle differenze di genere (vedi ”Gender“) sta ottenendo crescente rilevanza in ambito sociale, istituzionale e organizzativo. L’attenzione è stata rivolta alla presenza asimmetrica di uomini e donne nei diversi settori della vita sociale, evidenziando i fenomeni di segregazione e discriminazione e cercando di individuare soluzioni mirate ad un riequilibrio della composizione di genere. Si sono sviluppati spazi di riflessione relativi alla costruzione sociale del genere, inteso come forma cultuale e simbolica attuata nei processi di interazione. E’ quindi crescente l’esigenza di figure professionali ad alta specializzazione in modo da gestire, promuovere e sviluppare azioni, servizi e politiche del lavoro, di riconoscere e valorizzare le differenze di genere, contrastando i fattori di discriminazione e promuovendo politiche e azioni mirate e favorire la cittadinanza di genere.

Diritti civili
I socialisti hanno avuto un ruolo di primo piano nell’introduzione delle leggi sul divorzio e sull’aborto; come nel respingere i tentativi di abrogarle per via referendaria. Tentativi che, seppure in modo meno esplicito, di tanto in tanto riaffiorano con riferimento all’aborto (vd. ”Fecondazione assistita“ e ”Libertà di coscienza“).
Abbiamo più volte parlato di ”leggi“ (e, quindi, di battaglie) ”di civiltà“.
Per quanto li riguarda, i socialisti hanno promosso e difeso il diritto al divorzio e all’aborto perché questi diritti rappresentano importanti punti di equilibrio nei rapporti tra esigenze della collettività e diritti degli individui, tra Stato e cittadino. Nel caso del divorzio si tratta di garantire il diritto/dovere di intervenire per garantire vie d’uscita in situazioni interpersonali di difficoltà e di dolore; nel caso dell’aborto si tratta di rimettere alle coscienze individuali, e solo ad esse, la scelta di valutare le condizioni necessarie per una maternità responsabile.
Bisogna riconoscere ad ogni individuo il diritto a decidere. Nulla vieta allora che aggiornamenti e perfezionamenti legislativi possano ridurre tensioni e difficoltà che continuano a registrarsi. L’importante è riconoscere la sovranità suprema della coscienza individuale. Le istituzioni devono sapere aiutare a decidere. Ma aiutare a decidere non deve in nessun caso vincolare o ledere la libertà di decisione della coppia e della donna. Quello che però non è lecito fare è superare la linea che separa l’obiezione di coscienza individuale di fronte ad una legge dello Stato dalla partecipazione ad un’azione organizzata ed eterodiretta per sabotarla e renderla inoperante come quella che è stata avanzata con la richiesta di far partecipare i rappresentanti del movimento per la vita ai consultori, trasformandoli così in una sorta di tribunali ecclesiastici. In un’ipotesi del genere si violerebbero infatti i principi di laicità e di libertà essenziali per garantire la libertà di tutti, e si aprirebbe un’emergenza istituzionale dalle conseguenze incalcolabili.
Una moderna politica dei diritti civili non può non valorizzare la responsabilità individuale di chi sceglie, osservando la legge, di esercitare la propria libertà nel rispetto dei propri convincimenti etici.
Nessuna autorità può interferire nella sfera della libertà individuale, pretendendo che la legge possa sostituirsi all’individuo nelle decisioni attraverso le quali la libertà personale si esprime. Non può essere la legge a definire quando inizia la vita e quando finisce; si tratta in questo campo di fare delle opzioni etiche in relazione alle quali nessuna forma di coercizione è tollerabile; fermo restando in ogni caso il diritto di ogni autorità morale o religiosa, di far sentire la propria voce e di esercitare la propria capacità di orientamento. Ma le istituzioni pubbliche non possono essere limitate nella loro libertà decisionale da ingerenze private, provengano esse da autorità religiose o da gruppi di pressione che tendono ad imporre visioni particolari del bene collettivo.

Diritti umani
Nel mondo assai disordinato del dopo guerra fredda le violazioni dei diritti umani sono sempre più frequenti e gravi. L’esplosione di conflitti interetnici e religiosi che spesso culminano in operazioni di pulizia etnica, il tentativo di creare nuovi Stati monoetnici producono gravi emergenze umanitarie anche negli stati vicini all’area del conflitto, investiti da flussi migratori imponenti. Le lunghe guerre civili hanno prodotto la distruzione di ogni forma di statualità in paesi poverissimi, creando una pericolosa confusione tra attività di governo e attività criminali. Impiantare una normale vita democratica in paesi senza tradizioni democratiche alle prese con questo tipo di emergenze non è facile, ma non è neppure impossibile.
I fatti di questi anni dimostrano che laddove non c’è un vero pluralismo politico istituzionale, laddove non c’è sviluppo, soprattutto laddove lo Stato non riesce ad affermare il primato della società civile rispetto alla società religiosa, il rischio che il terrorismo antioccidentale si possa infiltrare dividendo la società, dando forza al fondamentalismo e organizzando basi militari dove vengono addestrati uomini o donne da impiegare nella guerra contro l’Occidente, è molto concreto. Il terrorismo va combattuto senza se e senza ma. Le società occidentali hanno il diritto di garantire la propria sicurezza e di difendere il proprio stile di vita.
L’Occidente non può però in nessun caso combattere i nemici della democrazia senza rispettare i diritti umani. E’ inammissibile l’atroce paradosso di limitare i diritti umani e la democrazia in nome di una guerra a difesa della democrazia: la tortura e la detenzione senza processo sono inammissibili, la morte di civili in Iraq, in Afghanistan o in Pakistan qualcosa di più grave di un semplice ”danno collaterale“. Anche la pena di morte, tuttora praticata in parte dell’Occidente, per i socialisti deve scomparire dalle pene previste per qualsiasi delitto.“
Ma l’Occidente ha nel contempo il dovere di impegnarsi per eliminare quegli squilibri geopolitici e socioeconomici che possono costituire il bacino di coltura nel quale si forma il consenso che il terrorismo riesce pure ad avere in alcune zone del pianeta. La questione israelo-palestinese è stata e continua ad essere presa a pretesto dal fondamentalismo terroristico per giustificare le proprie terrificanti iniziative. L’Occidente, in particolare l’Europa, deve impegnarsi per il superamento della questione arabo-palestinese, in modo da assicurare a Israele il diritto alla sicurezza e ai palestinesi una patria.
Tentare di bonificare poi la società alle prese con la minaccia fondamentalista, intervenendo in armi, e solo in armi, rischia di creare divisioni profonde tra gruppi etnici religiosi, o addirittura di accendere la miccia di lunghe guerre civili.
Le operazioni di democracy building richiedono una forte capacità di governo delle missioni da parte delle Nazioni Unite. Non si tratta di assegnare solo torti o ragioni, attraverso un’attività normativa da affidare poi alla interpretazione degli stati chiamati a realizzare l’ingerenza umanitaria, ma di adempiere a quanto previsto dall’art. 43 della Carta ONU che fa riferimento ad una task force in grado di gestire tutte le operazioni di polizia previste, e posta alle dipendenze del Consiglio di Sicurezza. Ma occorre sviluppare anche il sistema delle sanzioni incruente; dalle sanzioni economiche tradizionali – anche se spesso l’embargo colpisce, più che i governi, le popolazioni civili – a nuove sanzioni capaci di mettere al bando della comunità internazionale regimi che praticano la violazione dei diritti come metodo di governo, o addirittura che sono ostaggio di potenti bande criminali. Le violenze subite dalle popolazioni civili dei paesi nei quali le guerre interne spesso tendono a coprire lo svolgimento di affari illeciti – i casi della Liberia, della Sierra Leone, della Cecenia, sono emblematici – si possono prevenire e fronteggiare isolando nella comunità internazionale i ”signori della guerra“, a cui spesso fanno capo attività illecite che coinvolgono anche i paesi occidentali. Il tema dell’ingerenza nella vita degli Stati è, quindi, assai complesso e delicato. Nessuno oggi sosterrebbe di sospendere il non intervento nei confronti di casi di genocidio o di pulizia etnica. Nessuno, però, sarebbe disposto a dare carta bianca neppure alla più grande potenza democratica del mondo ad intervenire a suo piacimento. Si tratta, invece, come ha scritto recentemente Barbara Spinelli, di porre le basi di un nuovo diritto internazionale che eviti il puro arbitrio senza cadere nell’indifferenza. E non si tratta solo degli interventi di carattere militare. Un ruolo importante in questo senso potrebbe essere svolto dal WTO. Si tratta di chiudere le porte dei mercati internazionali ai prodotti di paesi i cui governi sottopongono intere popolazioni o gruppi etnici minoritari a vere e proprie forme di schiavitù, costringendo, per es., anche giovani e giovanissimi a partecipare ai combattimenti. Penalizzare questi regimi impedendo loro di fare affari con il mondo sviluppato può costituire una misura di prevenzione di tante guerre locali, ma anche può garantire la trasparenza dei mercati internazionali, ogni forma di illecita concorrenza. Il WTO ha lottato contro la corruzione anche per garantire la leale concorrenza; non meno grave della corruzione sono la guerra o la guerriglia volte a proteggere organizzazioni criminali per impedire alle popolazioni l’autogoverno, e quindi il controllo sul potere.

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