Economia di mercato
L’economia di mercato è ormai un sistema universale dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Est che ha allargato gli spazi della libertà, nono-stante le risorgenti involuzioni autoritarie che si registrano, a cominciare dalla Russia. Persino in Cina, dove la classe dirigente si definisce ancora ”comunista“ e vige un sistema totalitario con una dittatura di partito, si sta pragmaticamente costruendo una economia di mercato. La Cuba di Fidel Castro, nonostante le speranze che la rivoluzione generò al suo inizio, appare ormai una sorta di riserva naturale del comunismo, isolata e gelosa custode della propria identità. Insorgono nuovi movimenti contro la globalizzazione, che tuttavia hanno in larga parte accenti libertari, non paragonabili con il comunismo e i comunisti. Persistono partiti e gruppi comunisti e neocomunisti, ma il loro respiro è corto; tra essi i più attivi, come Rifondazione comunista in Italia, tendono a superare la propria origine comunista attraverso analisi critiche e a trasformarsi in movimenti antagonisti slegati da tradizioni totalitarie. Il comunismo è stato sepolto dall’Ottantanove. La memoria di ciò che è stato, con i suoi slanci ideali rivolti all’avveramento di un’utopia ugualitaria e con la sua pratica al potere fatta di errori e di orrori, non può e non deve essere rimossa. Infatti il vecchio conformismo ideologico, che avvolge ancora parte della cultura di sinistra, frena tuttora il pieno riconoscimento del valore che ha avuto la lotta per la libertà contro il comunismo totalitario al potere. L’economia di mercato è l’unico sistema nel quale si possono sviluppare democrazia e libertà, ma in sé non ne è la garanzia. Il tema della libertà e delle libertà rimane la frontiera che ancora oggi divide e contrappone.
Il rapporto che va realizzato tra economia e mercato divide persino gli schieramenti democratici. Da una parte stanno quelli che vedono nella economia di mercato l’unico metro regolatore dello sviluppo, dall’altro coloro che vogliono, sì, un’economia di mercato, ma non una società di mercato, perché la società è formata da donne e uomini i quali hanno diritti fondamentali più importanti del mercato. Da una parte stanno gli ultra-liberisti e i conservatori. Dall’altra stanno quelli, socialdemocratici, liberaldemocratici e liberali riformatori, che vogliono una politica capace di condizionare gli automatismi, talvolta spietati, del mercato. I socialisti, con l’Internazionale socialista e il Partito del Socialismo Europeo, si sono collocati più avanti di altri su questi temi. Il valore dell’economia di mercato era già da tempo acquisito dalle socialdemocrazie, insieme alla necessità di effettuare interventi che ne riequilibrassero il funzionamento, soprattutto nel segno dell’equità sociale. La globalizzazione è la novità che richiede continui aggiornamenti e revisioni. Alla base delle più recenti revisioni della socialdemocrazia c’è la volontà di aprirsi a tutte le correnti di pensiero politiche, filosofiche e religiose sulla base dei principi riformisti e di libertà. Un approccio alla diversità fondata sulle categorie del relativismo culturale non può portare all’indifferentismo, a mettere cioè valori e disvalori sullo stesso piano, o addirittura ad essere indifferenti di fronte ai valori che connotano la propria identità.
I socialdemocratici, poi, non ritengono più che, pur in un contesto di economia mista, il pubblico (con l’eccezione della sanità e quella della scuola) sia in linea di principio più efficace del privato per raggiungere i propri scopi riformisti. Anzi, si è ormai constatato che l’espansione della sfera pubblica nell’economia, invece di espandere la democrazia, rischia di accentrare la burocratizzazione e l’inefficienza: così è caduta l’ultima frontiera che separava i socialdemocratici dai liberali riformatori. Nel mondo senza frontiere, del resto, è giunta l’ora di ”socializzare i valori liberali“ cresciuti in Occidente.
Mentre si procede nei modi e nei tempi possibili, tuttavia, non bisogna rinunciare a sognare e a guardare lontano. Questo chiede alla politica un numero crescente di giovani. Questo suggerisce la tradizione dei socialisti.

Eguaglianza
Il tema dell’eguaglianza sta alle origini della moderna democrazia e del socialismo, ma ha subito nel corso dell’800, e poi nell’esperienza del socialismo realizzato, gravi distorsioni.
Nel pensiero socialista delle origini si pensava che l’eguaglianza formale (cioè di fronte alla legge) non fosse sufficiente a garantire un’effettiva parità tra uomini e donne di condizioni famigliari e sociali diverse. Occorreva perciò anche una distribuzione di risorse materiali. Ma tale distribuzione di risorse non poteva avvenire al prezzo di una espropriazione delle libertà civili e politiche.
Il socialismo realizzato nell’URSS dopo il ’17 cercava di giustificarsi con il tema dell’eguaglianza. I peggiori crimini di Stalin venivano compiuti in nome della distribuzione paritaria delle risorse: la lotta ai Kulaki (i contadini con un po’ più di terra), la discriminazione dei borghesi, la cancellazione di etnie considerate intrise di valori controrivoluzionari.
L’eguaglianza materiale non può non avere come obbiettivo la piena realizzazione della persona umana, alla quale bisogna riconoscere quindi le libertà che l’affrancano dal bisogno e anche le libertà spirituali.
Si tratta di un compito a cui deve assolvere soprattutto lo Stato attraverso lo strumento della legge, che in modo generale e astratto definisce standard e strumenti volti a garantire le pari opportunità, grazie alle quali può realizzarsi l’eguaglianza materiale. Il fine delle pari opportunità è appunto quello di garantire non l’egualitarismo, un’eguaglianza cioè che prescinde dai meriti e dai bisogni, ma quel tanto di protezione giuridica e di mezzi disponibili che sono necessari perché la persona umana esprima pienamente le sue potenzialità.
Una società egualitaria è una società statica, che rischia di distruggere ogni stimolo all’innovazione.
Il socialismo democratico moderno come il nuovo laburismo di Tony Blair o il socialismo di Louis Zapatero, non chiede egualitarismo, ma chiede più eguaglianza nella libertà.
Il principio fondamentale non è l’aritmetica spartizione delle risorse, è piuttosto la garanzia data dall’individuo di potere svolgere una vita indipendente, di non dovere dipendere dal benvolere di altri per la propria esistenza (di avere quindi dei diritti), di essere libero nelle scelte che riguardano il suo lavoro, di potere vivere del proprio lavoro. E questo vale non solo nei confronti dei gruppi economici e finanziari, ma anche verso le vecchie e nuove burocrazie dello Stato.

Empowerment
Empowerment è una parola inglese che può essere tradotta in italiano come ”dare il potere, mettere in grado di“. Deriva dal verbo to empower che include una duplice sfumatura di significato: intende sia il processo necessario per raggiungere il risultato, sia il risultato stesso, cioè quando il soggetto è empowered, ha ottenuto quel potere che gli mancava, superando una condizione di impotenza. Empowerment è dunque ”accrescere la possibilità dei singoli e dei gruppi di controllare attivamente la propria vita“. Consiste essenzialmente nella crescita costante, progressiva e consapevole delle potenzialità degli esseri umani, accompagnata da una corrispondente crescita di autonomia ed assunzione di responsabilità. Quindi, i programmi incentrati sull’empowerment tendono ad aumentare il senso del potere personale del soggetto, ma anche la sua capacità di leggere la realtà che lo circonda, individuando condizionamenti e minacce, ma anche occasioni favorevoli ed opportunità.
Il concetto di empowerment compare negli studi di politologia statunitensi negli anni ’50, in riferimento all’azione per i diritti civili e sociali delle minoranze, e ai movimenti per l’emancipazione delle donne. Negli anni ’70 entra a far parte della letteratura socio-politica sulla ”moderna“ teoria democratica, che attribuisce maggiore importanza ai movimenti per i diritti civili, ai movimenti femminili e delle minoranze, allo sviluppo del cosiddetto Terzo mondo. Dagli anni ’80 il termine viene adottato anche nel mondo delle organizzazioni e del management.
In ambito sociale il processo di empowerment mette a fuoco gli squilibri tra i diversi soggetti sociali, anche rispetto alle differenze di ”genere“, mentre in ambito politico-istituzionale è elemento essenziale di una democrazia che consenta ai cittadini di ridefinire liberamente ogni dimensione della vita comune, l’organizzazione del governo, della proprietà, del lavoro e delle relazioni interpersonali. Negli ultimi anni il concetto di empowerment ha interessato in modo particolare le teorie e i modelli che propongono l’emancipazione femminile e l’aumento di potere delle donne nei vari ambiti d’azione sociale. L‘ultima conferenza mondiale sulla condizione della donna nel mondo, tenuta a Pechino nel settembre 1995, ha concentrato l’attenzione su tempi e modalità dell’empowerment per le donne.

Eutanasia
Il tema forse più controverso in materia di questioni bioetiche è quello dell’eutanasia. Nel 1985, pochi mesi prima di morire, Loris Fortuna presentò una proposta di legge sull’eutanasia mai approvata. Oggi radicali e socialisti riprendono insieme quella battaglia emblematica. Come per la libertà della scienza, anche per l’eutanasia il diritto di decidere la propria morte di fronte a una fine certa e imminente, e magari di fronte a sofferenze inaudite non può trovare dei limiti in una volontà etoronoma che decide al posto di chi ha perduto il senso della propria esistenza, sulla base di una teoria del dovere di vivere che si fonderebbe su principi indiscutibili. Al suicidio assistito, come rivelano i dati dei sondaggi in molti paesi come l’Inghilterra, è favorevole la stragrande maggioranza dei cittadini. In Italia non c’è un favore così diffuso, ma il problema è sempre più sentito. E’ giusto per partiti socialisti e radicali promuovere un’iniziativa su questo tema che crei una sensibilità sociale favorevole, così come negli anni ’70 è avvenuto per alcune battaglie di libertà. Il tema del suicidio assistito non è ancora presente nel dibattito pubblico. Maggiore sensibilità si registra sulla questione del testamento biologico. Oggi la medicina è nelle condizioni di allungare anche per tempi non brevi la fase terminale incosciente della vita. Il testamento biologico, appunto, vuole consentire al soggetto di decidere in ordine alle modalità della propria morte.
Si tratta di una dichiarazione che va fatta in piena salute mentale e che mira a scongiurare l’accanimento terapeutico.
Si tratta non solo di discutere le questioni di principio coinvolte da questa iniziativa, ma di dare una regolamentazione chiara a ciò che in molti casi già avviene in modo occulto. Si tratta di stabilire attraverso la legge ciò che si può fare in questi frangenti proprio per coprire il medico da eventuali responsabilità. L’insegnamento che viene da un grande scienziato, come Umberto Veronesi e recentemente da un suo saggio ”Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza“, va interamente accolto.

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