Sez. Sandro Pertini

Storia di Pertini

Tesi Congresso Fiuggi

Dizionario Socialista

Il Partito Socialista

F

Famiglie

Federalismo  fiscale

Fondamentalismo

FBI europea

Femminismo

Forma di Governo

Fecondazione  assistita

Flessibilità

Formazione  continua 

Federalismo

Foibe




Famiglie


Il diritto di ogni persona a vivere a fianco di coloro che amano è il semplicissimo principio che ci guida: non esiste dunque per noi un unico modello di vita familiare, imposto da convinzioni religiose, o tradizioni. Lo Stato ha, quindi, il dovere di rimuovere quegli ostacoli sociali e culturali che impediscono la libera espressione dei sentimenti e degli affetti. Oggi, lo stesso istituto del matrimonio, così come si è consolidato nei secoli, non è più sufficiente: occorrono nuove forme di riconoscimento giuridico delle convivenze, tra un uomo e una donna, o tra due uomini, o tra due donne, che tutelino le scelte di vita liberamente intraprese di fronte alla società, per quanto concerne i problemi pratici di eredità, fisco, ma anche per la necessaria dignità di un riconoscimento morale. Quest’approccio libertario alla libertà di scelta familiare non significa che la società e la legge abdichino alle regole e alla priorità riconosciute: in primo luogo il diritto dei minori alla sicurezza, alla salute e all’educazione, e la tutela di ogni individuo dai rischi della violenza familiare.

Un altro aspetto essenziale di questo tema è quello relativo ai tempi della vita sociale (v. ”conciliazione“): l’apertura continuata degli uffici pubblici e dei negozi, l’accesso ai servizi telematici diffusi sul territorio, il rafforzamento dell’offerta pubblica di asili nido e assistenza domiciliare ai malati, sono tutti bisogni non residuali, ma essenziali alle famiglie di oggi. La diffusione del lavoro di ”badante“, troppo spesso clandestino o non garantito, così come la grande sofferenza sociale intorno ai malati di cancro e agli altri cittadini e cittadine affetti da malattie croniche e irreversibili, sono spie anche della disperata necessità di una riforma del lavoro di cura, che non può più essere delegato, com’è stato per secoli, alla figura della madre o della moglie o dei figli, ma deve essere assunto da nuovi servizi di welfare o da un’offerta di lavoro flessibile ma trasparente e garantita.

E’ difficile fronteggiare il fenomeno della denatalità, che affligge molte società occidentali, ed in modo particolare l’Italia, senza fare una politica della famiglia che crei all’interno di essa un reale clima di sicurezza. E’ difficile fare più figli in una società in cui la coppia non può più contare sul sostegno che veniva dai genitori e, comunque, dalle famiglie di origine. La ”grande famiglia“ non c’è più, non solo perché essa si è smembrata per gli spostamenti imposti dalla ricerca del lavoro; ma anche perché l’allungamento della vita fa sì che uomini e donne svolgano un ruolo attivo nella società fino ad una età avanzata, e quindi non sono in grado di svolgere le funzioni alle quali, fino a qualche decennio fa, assolvevano i nonni. Inoltre, la maternità è ostacolata dalle difficoltà crescenti delle donne di trovare lavoro (vd. ”Welfare delle donne“).

Questa analisi deve essere arricchita da un ulteriore mutamento che interessa, oggi, l’istituzione familiare come soggetto decisivo nelle politiche di welfare.

L’indagine empirica dimostra, infatti, come la famiglia sia oggi una realtà variegata che si esprime in forme anche diverse dalla istituzione delineata dal Costituente all’art. 29 (vd. Famiglia normocostituita).

La tipologia delle possibili aggregazioni familiari include: famiglie ricostituite, composte da coniugi divorziati, famiglie nuove, ricomposte da un coniuge divorziato o vedovo, unioni civili costituite da coppie non sposate con figli e registrate negli elenchi civili comunali, famiglie con un unico genitore, single ovvero famiglie unipersonali, famiglie lunghe.

In uno scenario siffatto, il sostegno alle famiglie non può esaurirsi in un aiuto economico una tantum, al momento della nascita del figlio. E non possono neppure bastare gli assegni familiari e le detrazioni fiscali. A parte il fatto che questi strumenti, di modesta efficacia, si rivolgono esclusivamente a chi è titolare di un rapporto di lavoro e di una pensione, ed hanno una limitata applicazione nei confronti dei cd. lavoratori atipici e nessuna nei confronti dei disoccupati, essi non tengono conto della domanda di assistenza e dei bisogni che altre aggregazioni, diverse dalla unione di una coppia eterosessuale nel matrimonio, richiedono. A tal proposito in altri ordinamenti europei vanno diffondendosi sempre più strumenti pattizi riconosciuti dagli Stati che disciplinano i diritti reciproci di natura economica, assistenziale, previdenziale, i benefici fiscali e il rispetto della fedeltà (ricordiamo che la Francia dal 1999 riconosce il PACS, Pacte civil de solidarité, che regola le unioni e le convivenze, anche tra coppie gay) (v. ”Unioni di fatto“).

Per il resto in Europa le politiche per la famiglia sono prevalentemente incentrate, oltre che su un ”premio di natalità“, erogato al momento del parto o dell’adozione, su contributi per i figli, che variano per entità a seconda del numero e che vengono erogati almeno fino al diciottesimo anno. Dobbiamo definire un quadro di intervento che, assieme a forme analoghe di sostegno diretto, modulate in funzione del reddito, orienti in maniera decisa le politiche dei servizi per l’infanzia, considerando le famiglie oltre che soggetti passivi anche operatori del welfare (valorizzando il cosiddetto privato sociale o base familiare). Al fondo le politiche per la famiglia debbono favorire sempre di più una crescita dell’occupazione familiare, agendo per il riequilibrio dei tempi di lavoro e di vita.



FBI europea


Per combattere il terrorismo l’Europa non ha soltanto bisogno di un coordinatore politico che sia alle dipendenze dei governi e che solleciti gli Stati a scambiare dati e a meglio coordinare il lavoro di intelligence, ma di un vertice tecnico in grado di sopperire alle carenze che sul piano investigativo si registrano nelle strutture di contrasto del terrorismo di cui dispone ciascuno Stato membro.

Certo non è facile che si accetti un coordinatore politico unico che operi a livello dei governi per le attività anticrimine, quando non si riesce a far decollare l’Europol che peraltro non è una polizia operativa. Questa agenzia va potenziata. Essa non deve solo occuparsi dei progetti sollecitati da uno Stato membro che chiede ad altri Stati le informazioni su un determinato filone di indagini, ma deve esprimere una task force investigativa capace di operare su tutto il territorio dell’UE, con agenti quindi abilitati ad operare fuori dal paese di provenienza.

Si tratta di vincere gelosie e sospettosità reciproche tra gli apparati dei diversi paesi membri per arrivare al più presto ad una sorta di FBI europea.


 


Fecondazione  assistita


Vivaci polemiche ha sollevato la questione della fecondazione assistita, in particolare con riferimento alla fecondazione eterologa. I socialisti si sono sempre dichiarati favorevoli alla fecondazione eterologa.

La legge sulla procreazione medicalmente assistita nasce dall’esigenza di dare la possibilità di avere figli anche a chi, pur essendo in età potenzialmente fertile, è tuttavia sterile o infecondo. In questo caso, la scienza interviene come supporto alla natura, così come accade per i trapianti di cuore, e non certo per sostituirsi ad essa. Il processo di procreazione medicalmente assistita si svolge a partire da una scelta responsabile e da una ben precisa volontà di persone che, se non colpite da infertilità o infecondità, potrebbero procreare in modo naturale. In altre parole, la scienza e il diritto intervengono in questo caso a sanare una situazione di svantaggio, senza tuttavia alterare i processi naturali. Pertanto, chi ricorre alla procreazione medicalmente assistita deve poter godere di tutti i diritti di chi, più fortunato, può procreare in modo naturale. Sono in molti a ritenere che l’esercizio di questo diritto vada sottoposto a speciali vincoli, che impediscono, a chi se ne avvale, di porsi in una condizione di eguaglianza rispetto a chi ha la fortuna di poter procreare in modo del tutto naturale. Ciò avviene nella convinzione che il ricorso alla fecondazione assistita possa mettere in crisi i fondamenti della società e le coscienze dei credenti, che in Italia rappresentano la maggioranza della popolazione (cfr. ”Ricerca“, ”Libertà di coscienza“). In realtà, l’interpretazione restrittiva di questo diritto mette in discussione importanti conquiste sociali – quali l’aborto e il riconoscimento delle coppie di fatto – che ormai vengono sentite come irrinunciabili anche da parte di chi, come i cristiani credenti e praticanti, non le condivide sul piano etico. La società italiana, in questi ultimi decenni, si è molto laicizzata, senza che questo processo si accompagnasse ad una riduzione dei credenti e, quindi, soprattutto dei cattolici. La stragrande maggioranza degli italiani dà per scontato che vi sia una netta distinzione tra l’ambito della fede religiosa – dove vengono fatti valere i valori della tradizione cristiana sia attraverso la pratica religiosa sia attraverso le esperienze comunitarie e di solidarietà – e l’ambito della vita politica e civile, dove le regole e le scelte devono avere un carattere assolutamente laico. Del resto, è spesso proprio la coscienza del credente che si ribella all’intrusione dello Stato in materie dove invece debbono intervenire i cristiani in prima persona, attraverso l’apostolato e la missione. Non dimentichiamo che in Italia, nel 1974, la maggioranza dei cattolici – dei cattolici non solo di nome, ma dei credenti e dei praticanti – votò a favore del divorzio.

I punti su cui c’è discussione a proposito della fecondazione artificiale sono diversi. Anzitutto si è posto il problema di consentire anche alle coppie di fatto di potersi avvalere della fecondazione assistita. C’è una parte del mondo cattolico che vorrebbe limitare il diritto del ricorso alla procreazione medicalmente assistita alle coppie cosiddette ”regolari“. Ma le coppie di fatto sono ormai solidamente riconosciute non solo dal costume, ma anche dal diritto. La coppia di fatto è ormai una coppia a tutti gli effetti. Se essa ha la possibilità di mettere al mondo e riconoscere un figlio in modo naturale, non si capisce perché non debba avere anche il diritto di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. Si tratta di una disparità di trattamento incomprensibile alla gran parte degli italiani. Ma la polemica più forte è scoppiata sulla questione della fecondazione eterologa. Si ha fecondazione di tipo eterologo quando o gli spermatozoi o gli ovociti provengono da un donatore anonimo e esterno alla coppia. Ci pare però che la fecondazione eterologa sia assolutamente in linea con la filosofia a cui si ispira la fecondazione assistita. Se ci sono persone infertili – vuoi per una menopausa precoce, vuoi per una chemioterapia – che potrebbero avere un figlio grazie alla donazione di gameti da parte di un volontario, perché impedirglielo? Il volontario rimane ovviamente anonimo, e ai genitori che hanno scelto di ricorrere alla donazione è fatto divieto di disconoscere il bambino. Non è molto più giusto sottoporre questi casi ad una commissione appositamente istituita? Il divieto della procreazione di tipo eterologo risulterebbe ingiusto e incomprensibile agli occhi della gran parte della popolazione italiana. Molte persone dovrebbero recarsi all’estero – magari nella cattolicissima Spagna, dove tale tecnica è consentita – per avere questa opportunità. Le difficoltà più serie tuttavia si sono sollevate, nel corso della discussione sulla legge sulla fecondazione assistita, su una questione di principio di cui si discute da sempre. La questione dello statuto dell’embrione. Taluni, come è noto, vogliono a tutti i costi vedere nell’embrione una persona umana. Ma in questo modo si mette in discussione la stessa legge 194 sull’aborto. Chiunque, sulla base della legge sulla procreazione assistita, potrebbe sollevare un problema di conflitto con la legge sull’aborto. Esiste, indubbiamente, il rischio di abusi. Ma come dimostra la legge sull’aborto, gli abusi possono essere prevenuti e combattuti solo se lo Stato rinuncia al proibizionismo assoluto, e si impegna in una gestione razionale e umana del problema. L’idea che l’embrione sia un essere umano non ha nulla a che fare con la scienza, ma riguarda l’ambito della filosofia e della religione. Stabilire per legge che l’embrione sia una persona, oltre a mettere in discussione la legge sull’aborto, provoca delle conseguenze disumane e paradossali. Chi, infatti, propone di considerare l’embrione una persona, conseguentemente propone anche di vietare la crioconservazione e la soppressione degli embrioni, nonché la loro produzione oltre il numero ”strettamente necessario a un unico impianto“ e ”comunque non superiore a tre“. Questo divieto renderebbe praticamente inservibile il diritto alla procreazione assistita.

La verità è che il conflitto ideologico esploso a proposito di questa legge ha portato a soluzioni di compromesso che hanno prodotto una pessima legge. Purtroppo le posizioni legate a convinzioni e valori privati (individuali) ed anche le convenienze politiche sono prevalse sul merito del problema e, cioè, la scelta di tante coppie che cercano nella scienza medica l’aiuto per soddisfare la più umana e naturale delle aspirazioni: avere un figlio.

La legge approvata in teoria dice sì alla procreazione assistita, nella pratica prevede degli ostacoli che trasformano questi sì in altrettanti no. No alla fecondazione eterologa, no alla fecondazione di più di tre ovuli, no alla congelazione degli embrioni per garantire maggiori possibilità di successo, no agli accertamenti diagnostici sugli embrioni per verificare se siano portatori di malattie.




 

Federalismo


Lo Stato centrale tende inevitabilmente a disarticolarsi verso il basso per trovare forme più efficienti di perseguimento dei suoi fini.

La ”scoperta“ del federalismo è dettata da precise ragioni pratiche.


a.         C’è una crisi nella rappresentanza politica del Parlamento, che è nato per rappresentare società omogenee attraverso una struttura centralistica e oggi non è in grado in interpretare la società delle differenze, ma soprattutto non è in grado di interloquire con strutture governative sempre più forti, perché basate sulla personalizzazione delle leadership. La democrazia parlamentare pare quindi sempre più squilibrata. Il check and balance può essere garantito soprattutto da contropoteri locali, capaci anche di esprimere politiche alternative a quelle del governo.

b.         Vi sono società regionali che hanno conquistato un alto livello di benessere ed esse vogliono difendere con l’autogoverno questo benessere.

c.         C’è una forte crisi fiscale dello Stato assistenziale; e ciò impone la necessità di ripensare il Welfare, creando non uno ”Stato minimo“ (che si spogli cioè del perseguimento dei fini che sono connaturati alla sovranità), ma uno ”Stato limitato“, che non si occupi delle forme di gestione delle erogazioni.


Rispondono a questa logica le crescenti competenze devolute alle regioni.

Così come a questi fini risponde l’attenuarsi dei sistemi dei controlli sul modo come tali competenze vengono esercitate dalle regioni. Cioè gli strumenti di mercato possono meglio consentire il raggiungimento dei fini tipici dello Stato; ma la sussidiarietà orizzontale e verticale in questo senso non erode la sovranità, nel senso di svuotarne il ruolo, ma pone al suo servizio risorse che magari quaranta o cinquant’anni fa non c’erano. Lo Stato insomma si limita a regolare le attività necessarie per realizzare i propri fini, ma riduce i settori del proprio intervento cedendo la gestione di molti di essi ad altri soggetti. Il perseguimento dei fini che tendono a garantire l’ordine sociale resta però saldamente in mano allo Stato.

L’art. 120 della Costituzione, che costituisce una delle norme-chiave per capire il tipo di federalismo che si può realizzare in Italia, prevede che il Governo possa sostituirsi ad organi delle regioni, delle città metropolitane, delle province e dei comuni, non solo nei casi classici di turbativa delle relazioni internazionali intrattenute dallo Stato (soprattutto ora che alle regioni è riconosciuto un potere estero) o di minaccia all’incolumità e sicurezza pubblica, ma allorché si tratta di garantire ”l’unità economica“, in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. Solo lo Stato può garantire l’uguaglianza sociale e quindi può realizzare le condizioni per l’allineamento delle diverse regioni ad uno standard di sviluppo ritenuto inderogabile. Certo, lo Stato a questi fini è un’“opzione disponibile“, nel senso che esso può, non deve, gestire gli interventi che si renderanno necessari. Ma il controllo sul raggiungimento di tali obiettivi è sua esclusiva prerogativa.

Il federalismo non porta la totale dispersione della sovranità; i livelli di mediazione tra gli opposti interessi, infatti, sono necessari e non possono che essere sovralocali.

Infatti realizzare seriamente la riforma federalista, incrementare cioè i poteri riconosciuti a livello locale, significa allocare più risorse nelle regioni, spendere di più per perequare le condizioni di vita delle diverse parti del territorio nazionale, rallentare il processo di privatizzazione. Il federalismo ampia la sfera pubblica, incrementa gli organismi pubblici, e quindi moltiplica le relative mediazioni. Inoltre è più difficile privatizzare di fronte ad un incremento dei poteri locali di governo.

Il nostro, poi, è un federalismo ambiguo. Infatti non è competitivo, perché non sottomette l’eguaglianza all’autonomia, né è regolativo, perché non fa l’operazione opposta. Esso è vagamente cooperativo, perché cerca di conciliare eguaglianza e autonomia. Per trenta anni ciò è stato fatto dallo Stato attraverso la Corte Costituzionale che vigilava sull’interesse nazionale, al posto del Parlamento. Ciò domani potrebbe essere fatto dal Senato delle Regioni, o del Senato Federale.

Una vera riforma federale comunque non sarà possibile finché il tema del federalismo sarà marcato da opposte strumentalizzazioni.

Riteniamo grave che la riforma del Titolo V, pur essendo la sola grande riforma costituzionale approvata nella storia della Repubblica, sia stata in questa legislatura smontata dal centrodestra, perché al governo c’è un partito regionalista che non può accettare una riforma di stampo federalista che non sia approvata sulla base di una sua iniziativa.

In queste condizioni è inevitabile che il federalismo italiano sia pieno di ambiguità, di sottintesi e che si fondi su piccoli calcoli politici, che finora hanno prodotto un andamento schizofrenico del processo riformatore. Il processo riformatore subi-sce, infatti, delle accelerazioni alla vigilia delle elezioni e diviene più riflessivo una volta che sono passate le elezioni.

La ”riforma federalista“ approvata dal centrodestra, per il modo come è stata imposta al Parlamento, rischia adesso di produrre una serie di recriminazioni che non lasciano ben sperare sul suo futuro. Essa peraltro è contestata dalle stesse Regioni, che temono nuovi conflitti di competenza con lo Stato e richiedano più risorse per poter esercitare i nuovi poteri. Molto probabilmente, attraverso l’iniziativa del referendum, volta a cancellare questa riforma, sbagliata nella sua ispirazione politica e debole nel suo impianto tecnico, il federalismo del centrodestra sarà rifiutato dagli elettori. Esso costituisce l’elemento più demagogico e destabilizzante, ai fini del funzionamento dell’intero sistema istituzionale, della grande riforma voluta da Bossi e Berlusconi. La filosofia di questa riforma necessariamente reclama, se questa maggioranza parlamentare che lo ha approvato non dovesse essere sconfitta, altre riforme che vanno nel senso di una disunione del paese, di una sempre più scarsa collaborazione tra le Regioni, del ripudio del principio solidarista come principio fondante della comunità nazionale. Il centrosinistra chiederà agli elettori italiani di affermare attraverso la bocciatura della grande riforma la necessità di garantire concretamente i principi fondamentali che garantiscono l’unità politica del paese e la sua coesione economica e sociale. Il rischio, certo, è quello di trovarsi in materia di riforma del regionalismo di fronte a un cantiere sempre aperto, che chiude e si riapre man mano che si avvicendano i governi. Questo rischio sarebbe stato certamente evitato se il centrodestra avesse privilegiato la strada del confronto con le minoranze, anziché quella del muro contro muro.



Federalismo  fiscale


L’attuazione dell’art. 119 della Costituzione, per un riformista, non deve essere un fine ma un mezzo. Il federalismo fiscale deve, infatti, sapere dare una risposa di efficienza e di economicità in una cornice di solidarietà.

Come diceva Adam Smith, nell’imposizione dei tributi bisogna essere guidati da ”equità, certezza, comodità di pagamento ed economia della riscossione“. Tutto ciò, però, passa per una scelta radicale: a una contestuale apertura di fonti di reddito alle Regioni, deve corrispondere la contestuale chiusura di altrettanti fonti di spesa operata dal centro, altrimenti il sistema non regge e si va al crack finanziario. Diversamente accade con l’attuale Governo: mentre il centro reclama la diminuzione di qualche decimo di punto della pressione fiscale, questa aumenta sensibilmente a livello delle autonomie locali e, contestualmente, lievita in maniera spropositata l’indebitamento di Regioni ed Enti locali.

Federalismo fiscale in ogni caso non significa ritorno nel territorio delle ricchezze dal territorio prodotte (ammesso che si possa individuare sempre tale territorio). Lo stato federale deve prevedere che al centro giungano le risorse per pagare il debito pubblico, per garantire le funzioni stabili unitarie, per realizzare interventi speciali di perequazione.

Se il federalismo significa forte competizione tra le regioni per l’allocazione delle risorse, esso rischia di non funzionare. Le nostre Regioni più forti si sentiranno attratte da quelle più forti di altri paesi europei con l’Italia confinanti; vorranno interagire con esse, sentendosi disimpegnate da ogni dovere di solidarietà ”nazionale“, e arrecando così danni seri all’unità giuridica ed economica del paese. Ma un federalismo siffatto creerebbe problemi anche all’Europa, che usa parametri statonazionali per agevolare lo sviluppo delle aree meno fortunate dell’UE. Un federalismo concepito come libertà di ogni regione di far da sé in tema di politiche dello sviluppo impedirebbe alle stesse regioni di essere coinvolte nelle strategie di sviluppo continentale, considerato che, nonostante i limitati poteri di politica estera di cui esse dispongono, possono agire in Europa per rivendicare risorse comunitarie solo ”parlando“ attraverso lo Stato.



Femminismo


Il femminismo è un concetto che riguarda una realtà complessa e dinamica, in continua modificazione nel corso del tempo.

Nasce nella seconda metà dell’ottocento per iniziativa di alcune donne che danno vita a movimenti ed associazioni femminili avanzando rivendicazioni tese a realizzare la parità tra uomini e donne in ogni campo, a partire dal diritto all’elettorato attivo e passivo, e nel mondo del lavoro in particolare. In seguito il movimento chiede che la parità investa anche ambiti più privati e si sviluppano iniziative e battaglie che rivendicano una riforma del diritto di famiglia che sancisca la piena parità fra i coniugi, il diritto alla contraccezione, il divorzio, la legalizzazione dell’aborto. Alla fine degli anni ’70 si diffonde un nuovo movimento femminista, che prende il nome di neofemminismo, che propone una separazione tra i sessi e invita le donne a privilegiare i rapporti tra loro stesse per scoprire e valorizzare la loro identità di genere. Vi è un recente interesse delle ricerche nei confronti della storia delle donne e per tutto ciò che riguarda la vita quotidiana, la famiglia, l’educazione dei figli, i luoghi e le attività femminili.  Si tratta di una storiografia complessa le cui tappe sono ancora oggi in gran parte da conoscere. Il pensiero della differenza caratterizza gli anni ’80 e ’90: ciò che era considerato una mancanza rispetto al maschile o un negativo del maschile viene sempre visto come una ricchezza. Il genere è ormai entrato a far parte della cultura, della politica, della storia e richiede ora nuove consapevolezze e nuove ridefinizioni del rapporto col maschile. Le donne vengono finalmente considerate risorse importanti per la società. Il movimento ha tuttavia accolto al proprio interno correnti di pensiero molto diverse fra di loro – compresa quella della separatezza esasperata e della forte contrapposizione al mondo maschile – fino alla più recente evoluzione che teorizza la partecipazione degli uomini alla costruzione dell’uguaglianza di genere. Le socialiste hanno sempre svolto un ruolo di ponte tra i movimenti femministi anti-istituzionali e le istituzioni, sostenendo non solo la utilità per le donne dell’essere all’interno delle stesse, ma anche promuovendo iniziative per favorirne la presenza.

Le socialiste ritengono che le donne siano soggetti forti messi in condizioni di debolezza e che la loro scarsa valorizzazione nei diversi campi sia uno spreco per la società.

Per porre termine a questo spreco, esse sono impegnate per la promozione delle donne a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti, a partire dal mondo politico e delle istituzioni.



Flessibilità


Dal lavoro subordinato, inteso come modello cardine su cui si è imperniata la organizzazione economica negli anni ’90, al lavoro autonomo che oggi si espande in diversi campi: questo grande tema ha appassionato il dibattito politico a lungo, senza portare a risultati decisivi, soprattutto a causa del fallito tentativo di estendere – con attenuazioni – le tutele del lavoro dipendente alle nuove forme di ”parasubordinazione“.

Se non vi è più un unico modello di lavoro, i vari ”lavori“ devono però avere una comune base di disciplina e di tutele, sulla quale poi è possibile costruire differenziazioni volte a valorizzare le specificità. Ci riferiamo in particolare agli standard di tutela della salute e di sicurezza del lavoro.

La mobilità e la flessibilità che si vanno introducendo devono essere accompagnate dal riconoscimento di un diritto di conoscenza gratuita ed effettiva di tutte le informazioni sul mercato del lavoro, sull’accesso ai finanziamenti e benefici volti a favorire professionalità e nuove iniziative, sulla scelta dei percorsi formativi individuali anche in costanza di lavoro.

Si richiede poi un’accelerazione della riforma dei servizi all’impiego a supporto del lavoratore nei momenti di passaggio da una all’altra fase lavorativa, ma anche istituti di integrazione salariale. L’impegno verso un nuovo sistema di regole e tutele, nonché verso un nuovo equilibrio del mercato del lavoro, comporta un forte coinvolgimento delle autonomie locali, ed in special modo delle Regioni, alle quali le nuove norme costituzionali affidano ampie competenze, lasciando allo Stato il compito di stabilire principi e standard minimi.

Comprensibilmente il confronto su questi temi è un confronto difficile, tenuto conto dei rilevantissimi costi umani che la riforma del mercato del lavoro comporta.

Il confronto è particolarmente difficile, poi, tra chi ha strumentalmente una visione statica del mercato del lavoro e chi tenta di interpretarne i veloci cambiamenti.

Si tratta di capire che il mondo del lavoro si è capovolto e che la cosiddetta ”lotta di classe“ non tutela più la base di una piramide ma una base capovolta che poggia su un vertice. Gli operai della fabbrica in crisi, mentre delegano al sindacato le questioni di principio, nella prassi cercano autonomamente soluzioni lavorative attraverso il doppio lavoro o il part-time. Progettisti, impiegati finiscono con l’essere i nuovi proletari privi di reale identità di classe.

Così ad una flessibilità realizzata nella prassi da ex proletari autonomizzati dalla crisi economica si contrappone una rigidità inutile e costosa per categorie intermedie, frustrate e prive di prospettive.



Foibe


La tragedia delle foibe, le cave carsiche nelle quali furono gettati i corpi di centinaia di italiani, e migliaia ebbero a subire violenze, una volta che i territori italiani della Venezia Giulia, Istria e Dalmazia furono conquistati e amministrati dalle truppe jugoslave, è stata per anni una tragedia dimenticata.

Da una parte c’erano partigiani jugoslavi che si battevano contro il nazifascismo, dall’altra c’erano non i fascisti, ma dei ”semplici“ cittadini italiani che non avevano colpe da espiare, ma che volevano solo continuare a vivere nei territori dove avevano vissuto da sempre le loro famiglie.

Per più di cinquant’anni il pregiudizio politico ha steso un velo di oblio sulla vicenda delle foibe, quasi che essa potesse macchiare l’onore della Resistenza, ed in particolare dei comunisti che hanno avuto un ruolo importante nella Resistenza.

Finalmente, anche per merito del Presidente della Repubblica, la vicenda delle foibe è stata oggetto di una lettura collettiva nella quale ormai si ritrovano tutti i partiti italiani, o quasi tutti.

Il giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e delle centinaia di migliaia di profughi dell’esodo giuliano-dalmata del dopoguerra è il 10 febbraio di ogni anno.

Il ristabilimento della verità sulle foibe è anche un’occasione per procedere ad una rilettura della Resistenza, che ristabilisca la verità in alcuni fatti, senza riaprire le polemiche prodotte dalla storiografia tacciata di ”revisionismo“.

Le violenze del 1945 non si spiegano senza l’aggressione alla Jugoslavia del 1941; il fascismo non fu quindi il difensore della causa nazionale, ma il primo responsabile della guerra, e pertanto inevitabilmente il pretesto, dopo il 1945, dell’odio e della vendetta su base etnica.

Ristabilire la verità sulla Resistenza significa riconoscere la natura autenticamente popolare del movimento di liberazione nazionale, mettendo a nudo, quando occorre, le falsità, i silenzi e le omissioni della vulgata della Resistenza, che una parte della sinistra ha accreditato.

Si tratta insomma di evitare un uso proprietario e strumentale della guerra di liberazione, che deve essere considerata come l’ultima delle guerre di indipendenza attraverso le quali il nostro paese ha realizzato la propria identità nazionale.



Fondamentalismo


L’attentato contro le Torri gemelle (dell’11 Settembre 2001) ha fatto emergere, nel mondo assai disordinato del dopo guerra fredda, una minaccia terroristica che non presenta le tradizionali caratteristiche del terrorismo con cui finora il mondo aveva dovuto fare i conti. Infatti non si tratta né di un terrorismo che si affianca alla guerra, più o meno tradizionale, intesa come lotta tra gli Stati o tra popolazioni di uno stesso Stato, né della guerra o guerriglia combattuta da un popolo contro uno Stato per ottenere l’indipendenza e, quindi, il diritto all’autogoverno. Il terrorismo, con cui dobbiamo fare i conti dopo la fine delle divisioni del mondo in blocchi contrapposti, è un tipo di guerra contro l’Occidente, che mette in pratica gli insegnamenti provenienti dalla cultura fondamentalista islamica, che si va diffondendo nei territori arabi e in Iran, anche per il fallimento registrato dai processi di modernizzazione tentati da regimi autoritari che però respingevano ogni suggestione teocratica. Regimi come quello di Assad in Siria, o di Saddam Hussein in Iraq sono falliti perché non hanno garantito ai propri cittadini né la libertà né il benessere, ma si sono resi protagonisti di politiche aggressive nella regione che hanno comportato costi umani altissimi all’interno dei rispettivi paesi fino a commettere veri e propri massacri, come è avvenuto nel caso dei curdi. Lo spettro del fondamentalismo si aggira anche in paesi i cui governi hanno mantenuto rapporti assai cordiali con i paesi occidentali, come la Turchia e l’Egitto. L’Occidente ha sicuramente sbagliato nel lodare ed appoggiare indiscriminatamente i regimi autoritari arabi, a cominciare dall’Arabia Saudita che è il principale Stato confessionale del mondo arabo. Il laicismo è stato un pretesto per sostenere l’aggressione a freddo di Saddam Hussein all’Iran nel 1980, o si è taciuto sulla violazione della democrazia compiuta in Turchia dal potere militare ai danni del partito democratico di ispirazione islamica, non certo fondamentalista (che peraltro ha, nonostante tutto, raggiunto il governo successivamente). Questo atteggiamento dell’Occidente è apparso, a gran parte dell’opinione pubblica del mondo islamico, come una sorta di vero e proprio razzismo e ha grandemente danneggiato la causa della democrazia, mettendo in difficoltà l’Islam moderato. La strategia del terrore è lo strumento a cui i fondamentalisti ricorrono per creare una frattura fra questa parte del mondo islamico e l’Occidente, mettendo in crisi regimi moderati, per imporre una svolta dal più accentuato carattere autoritario. Il nuovo terrorismo, così concepito, non è lo strumento violento attraverso il quale si tende a risolvere una rivendicazione identitaria o una controversia politica tra Stato ed entità substatuali, ma è un’azione di guerra che non ha dietro di sé necessariamente uno Stato o un’organizzazione sopranazionale, né uno scopo immediato dal cui raggiungimento dipende la cessazione delle ostilità. E’ una guerra, quella che oggi si combatte in molte regioni del mondo, nel nome di una civiltà contro un’altra civiltà, assunta come irrimediabilmente antagonistica. E’ una guerra che tende ad abbattere di volta in volta i simboli dell’Occidente in territorio occidentale per dimostrare la vulnerabilità di un modello politico e sociale basato su valori considerati ”negativi“, e basato soprattutto su una distribuzione diseguale della ricchezza nell’intero pianeta.

Il potere dell’Occidente, attraverso i colpi inferti dal terrorismo ai cittadini che vivono nelle regioni del mondo più sviluppate, si viene così a configurare come un potere in declino perché privo di credenze morali, e quindi destinato a soccombere di fronte alla sfida islamica. Non ci troviamo di fronte ad una probabile guerra mondiale, perché l’Islam non può prendere il posto del comunismo come minaccia dell’Occidente, considerato che esso non ha una potenza politica e militare che lo guidi, né pare in grado di costituire l’altro polo – rispetto all’Occidente – di un nuovo equilibrio bipolare. Non è possibile quindi vincere il terrorismo, attraverso il quale tende ad esprimersi la ”guerra santa“, con quegli strumenti di dissuasione attraverso i quali durante gli anni della guerra fredda URSS o USA si bloccavano a vicenda, nella comune consapevolezza che un conflitto sarebbe stato inevitabilmente nucleare, e quindi avrebbe comportato distruzioni che interessavano l’intero pianeta. Il fondamentalismo,  che costituisce il retroterra ideologico del nuovo terrorismo, si vince portando lo sviluppo laddove esso manca e, quindi, creando lo Stato di diritto in tante regioni del mondo in gran parte dominate da regimi oppressivi. Se è vero che il fondamentalismo riesce ad avere il consenso di larghe masse popolari, convinte del fatto che la povertà che regna nei territori dell’Islam dipenda solo dalla cupidigia dell’Occidente, appare evidente che il suo più efficace antidoto è la creazione di vere società dello sviluppo. Questa riflessione deve comportare una revisione di fondo del cosiddetto realismo politico, secondo il quale le ragioni della convenienza dovrebbero sopraffare a livello internazionale quelle della libertà e della democrazia. Non si può lasciare la parte dei democratici progressisti ai neoconservatori, nella battaglia per la libertà e la democrazia nel mondo. Anzi, oggi l’impegno per la pace e per lo sviluppo, a cominciare dall’Africa, deve basarsi sulla necessità di promuovere i valori liberali come fattori essenziali di una nuova convivenza nel nostro pianeta. I fondamentalismi sono infatti ovunque presenti. Si deve dire infine che il fondamentalismo non è affatto una prerogativa islamica: è un fondamentalista ebraico l’assassino del primo ministro Rabin, sono fondamentalisti cristiani i ”telepredicatori“ che hanno indicato al loro pubblico nel peccato dell’aborto la ragione per cui Dio non avrebbe protetto l’America dall’attacco dell’11 settembre, e i vescovi serbo-ortodossi o croato-cattolici che hanno benedetto le pulizie etniche degli anni ’90; sono fondamentalisti indù coloro che attaccano le moschee in India. Il fondamentalismo è una malattia trasversale.



Forma di Governo


A più di dieci anni di distanza dalla riforma elettorale che ha introdotto il maggioritario nel nostro paese, dando quindi al sistema politico un assetto bipolare, la lunga transizione costituzionale nelle intenzioni del governo di centrodestra dovrebbe ritenersi avviata a conclusione una volta approvata la riforma costituzionale. La forma di governo italiana è rimasta in tutti questi anni immutata, ancorata al vecchio impianto proporzionalista poggiante sulla centralità del Parlamento, come organo contitolare (con il Governo) della funzione di indirizzo politico. La Repubblica, anche dopo la ”rivoluzione giudiziaria“, è continuata ad essere una tipica democrazia parlamentare, caratterizzata dalla scarsa capacità dei partiti di esprimere governi di legislatura.

Le polemiche sui ”ribaltini“ e sui ”ribaltoni“ non hanno accelerato la riforma dei rami alti delle istituzioni, nonostante che si sia creato ormai da tempo un largo consenso sull’esigenza di adottare meccanismi di stabilizzazione dell’esecutivo all’altezza della forte legittimazione che la maggioranza di governo direttamente riceve dal voto popolare. Era questa l’idea forte su cui ruotava la ”grande riforma“ proposta dai socialisti negli anni ’80. Essi in particolare sollecitavano un vertice dell’esecutivo autorevole e stabile, perché espresso direttamente dal popolo. Si temette però allora, soprattutto da parte di una sinistra conservatrice, che la stabilità politica potesse conferire al sistema pericolose derive autoritarie. Si trattò di un grave errore che tutti i partiti italiani, in misura più o meno grande, pagarono poi negli anni successivi. Sulle vecchie proposte dei socialisti si lavorò, dopo la fine del PSI, in particolare nella Commissione D’Alema e nei gruppi di lavoro successivamente costituiti dal Governo e dai partiti. La nuova forma di governo, che si evince dalla riforma approvata dal centrodestra, individua nel Premier il centro di gravità del sistema, a cui riconoscere non i ”naturali“ poteri di direzione della maggioranza (tipici del cosiddetto governo del Primo Ministro, e funzionali ad un efficace esercizio della funzione di governo), bensì un ruolo egemone, autosufficiente, da usare contro la maggioranza stessa, costretta a sottostare ad un Premier scelto in campagna elettorale, anche quando è venuto meno il rapporto di fiducia. Insomma, ciò che si vuole conferire al Premier è un potere di vita o di morte sulla maggioranza scelta dal corpo elettorale. La verità è che un ”governo del Primo Ministro“ così concepito non costituisce un tipo di governo riconducibile al modello parlamentare, che presenta nei diversi paesi differenze di funzionamento significative ma si fonda ovunque sul principio della sintonia politica tra il Governo e la sua maggioranza. La nostra sarebbe una forma di ”governo del Primo Ministro“ sui generis, adattata cioè ad una realtà, come quella italiana, caratterizzata da un partito del Premier intorno a cui ruotano dei partiti satelliti, i cui gruppi dirigenti manifestano una doppia fedeltà politica, al proprio partito e al partito del Premier. Il partito del Premier peraltro è tale non perché esprime il Premier, in quanto leader del partito, ma perché è ”di proprietà“ del Premier, essendo una emanazione della sua azienda. Si è di fronte insomma ad una sorta di sovranismo elettorale che non si esprime solo attraverso il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro, ma anche attraverso l’impoverimento di quel sistema dei contropoteri che rendono equilibrato il rapporto maggioranza-opposizione.

Riteniamo che ad una democrazia matura non si addica il potere illimitato di nessun organo, in particolare del Capo del Governo, affrancato del tutto dalla funzione ”moderatrice“ svolta dal Capo dello Stato. Una ”democrazia immediata“, in cui il Premier viene scelto dal popolo, deve certo vedere conferiti al premier i poteri necessari per garantire l’unità dell’indirizzo politico anche attraverso la scelta dei ministri; non è possibile invece prevedere un Parlamento alla mercé del Primo Ministro, che può scioglierlo contro la volontà della sua maggioranza parlamentare. Rendere marginale poi la funzione del Capo dello Stato, destinato a prendere ordini dal Premier, e quindi sprovvisto di quei poteri di moderazione che risultano decisivi per risolvere situazioni di impasse, scaturenti da forti conflitti politici tra maggioranza e opposizione, significa inevitabilmente comprimere la stessa capacità decisionale del sistema. La riforma approvata dal centrodestra è un ibrido che mette insieme regole tratte da diversi modelli di governo, al fine di soddisfare le esigenze di una coalizione, come quella di centrodestra, che non ha mai espresso un apprezzabile senso dello Stato.



Formazione  continua  


Bisogna organizzare la società in modo tale che i ”nuovi rischi“ prodotti dalla innovazione tecnologica non generino crescenti e sempre più diffuse insicurezze sociali. Il problema non è tanto quello di creare solo validi ammortizzatori sociali, ma di mettere nelle condizioni chi ha un lavoro di non perderlo e, nel caso sia possibile, di avvalersi di forme sempre più efficaci di educazione permanente, in particolare programmi efficienti per lo sviluppo di competenze per i disoccupati.

Soprattutto nei momenti in cui il tasso di disoccupazione è elevato, è fondamentale investire in conoscenze ed in una politica del lavoro attive.

Quando l'economia torna ad accelerare, molti dei disoccupati sono pronti ad assumere nuovi posti di lavoro con una conoscenza di base adeguata alla domanda del mercato. Con i rapidi cambiamenti nelle competenze richieste a fronte della globalizzazione, i posti di lavoro che scompaiono spesso non torneranno.

Bisogna entrare nell'ottica secondo cui scuola e welfare non sono scindibili, nel senso che solo investimenti pubblici adeguati nel settore dell'istruzione possono sostenere la politica del lavoro. Scuola e welfare nell'ambito degli interventi di politica sociale procedono congiuntamente. Da noi welfare ha invece per lungo tempo significato soprattutto pensioni.