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Gender Auditing (dei Bilanci Pubblici)

Giustizia lumaca

Gender

Giusto processo

Giustizialismo

Grandi opere



Gender Auditing  (dei Bilanci Pubblici)


Con il termine ”gender auditing“ non si intendono bilanci pubblici separati per donne e uomini, ma l’analisi del diverso impatto che le varie voci di bilancio e delle politiche pubbliche hanno sull’universo femminile e su quello maschile.

L’obiettivo è quello di aumentare efficienza, equità e trasparenza rendendo visibili le differenze di genere.

Tali differenze sono state sottolineate in diversi campi dell’analisi economica (si considerino ad esempio la diversa risposta di uomini e donne nel proseguimento dell’attività lavorativa di fronte a variazioni salariali, o l’ineguale distribuzione del tempo di lavoro fra uomini e donne) ed è difficile sostenere che una politica che non consideri tali differenze possa avere un’applicazione neutrale rispetto al genere.

Le motivazioni del gender auditing presenti in letteratura si incentrano non solo su questioni di equità, ma anche su questioni di efficienza. Infatti, il gender auditing può aumentare l’efficienza delle politiche pubbliche. Si può dimostrare come il trascurare, nell’impatto delle politiche, le differenze di genere possa poi condurre a risultati non desiderati delle politiche stesse.

La specificità dell’analisi di gender auditing è nei suoi strumenti: la valutazione ex-ante del bilancio ed il monitoraggio ex-post dei suoi esiti.

Si pone in prima istanza l’obiettivo di verificare il grado di equità raggiunto fra i sessi. Esso è quindi uno strumento per monitorare l’equità e promuoverne il miglioramento.



Gender


Il concetto di ”gender“ si è sviluppato in area statunitense dove si costituirono già dagli anni Settanta numerosi gruppi di donne che elaborarono nuove consapevolezze della propria condizione sociale e culturale. Tale cultura si sviluppò dagli anni Ottanta anche in Italia; il termine ”gender“ è utilizzato per designare il carattere sessuato dell’identità psicologica e socioculturale delle persone, dei ruoli nella famiglia e nella società, delle relazioni tra i sessi. La categoria del ”genere“ esprime inoltre la non neutralità della cultura, della storia, della politica, dell’arte, delle scienze, dei sistemi sociali, dell’educazione, mettendo in luce la sessuazione del pensiero e delle istituzioni. Le ricerche relative al gender hanno lo scopo di individuare le tracce della presenza femminile e prospettare un riconoscimento di questa presenza differente, non conforme, né riducibile al maschile. Le donne per secoli sono state dette con parola maschile (nella letteratura, nella medicina, nella psicologia, nella teologia…) e soltanto recentemente hanno cominciato a parlare di se stesse con voce di donna. E’, quindi, importante per le donne e per gli uomini acquisire e diffondere la consapevolezza di questa differenza che soltanto da pochi decenni si è affacciata nella cultura e nella storia. La differenza cultuale, in tutte le sue espressioni, è ricchezza sociale, mentre l’uniformità e la riduzione ad unicum delle differenze rappresenta un impoverimento se non una vera a propria forma di violenza da parte delle culture egemoni. La neutralità di genere nasconde l’esperienza femminile e la discriminazione sociale delle donne. Il genere è un modo di affrontare i problemi e di interpretarli e la questione del linguaggio va risolta nel giusto contesto, che non è solo quello accademicoscientifico ma anche politico. Il tema dell’identità di genere si fa sempre più complesso e chiama in causa numerosi aspetti, spesso contradditori, poiché sulla differenza incombe continuamente la riproposizione degli stereotipi. L’identità di genere non è solo una condizione che si connota statisticamente, ma è piuttosto un processo formativo che si costruisce lungo l’arco della vita. L’identità sessuata è dunque un cammino che pone continuamente a confronto gli stereotipi proposti dalla cultura, dalla storia con l’integrazione, le scelte, che ogni singolo (uomo o donna) opera per divenire se stesso.


 


Giustizialismo


Per giustizialismo intendiamo un fenomeno di reazione popolare contro le regole della democrazia formale e dello Stato di diritto in nome di una giustizia ”sostanziale“, accompagnata da una esaltazione del ruolo dei magistrati. In questo senso, il giustizialismo è il principale nemico non solo del diritto, ma anche della stessa ”giustizia“, che risulta inaccessibile al di fuori delle regole dello Stato di diritto. Secondo Montesquieu non vi è libertà quando ”nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo è unito al potere esecutivo“ o ”se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall'esecutivo“. In particolare, occorre limitare il ”potere giudiziario, così terribile, fra gli uomini“. Anzi, dei tre poteri, ”quello giudiziario è in qualche modo nullo“ in quanto consiste nella mera applicazione della legge. In Italia, la cosiddetta ”rivoluzione giudiziaria“ degli anni ’90 ha prodotto gravissimi squilibri nel sistema, in quanto ha affidato il rinnovamento della politica e la continuità istituzionale non alle dinamiche democratiche del confronto tra maggioranza e opposizione, bensì all’uso dello strumento giudiziario per la denigrazione e l’eliminazione dell’avversario. I magistrati, a loro volta, al riparo delle garanzie e delle immunità stabilite dalla Costituzione, si sono comportati come un vero e proprio soggetto politico, sia in favore di una parte politica contro l’altra, sia in favore di se stessi in quanto corporazione.


 


Giustizia lumaca


Una giustizia lenta è una giustizia denegata. All’Italia spetta la maglia nera in Europa per quanto riguarda il buon funzionamento della giustizia e, soprattutto, la durata dei processi. L’Italia è accusata nei fori internazionali di celebrare processi tutt’altro che giusti (fair trial) e ingiustificatamente lunghi. Contro le lentezze della giustizia si possono studiare alcune soluzioni, la più idonea delle quali sembra essere quella di pensare ad un ”Provveditore“ agli uffici giudiziari, che si occupi dell’organizzazione anche tecnologica degli apparati. La gestione del processo organizzativo degli uffici giudiziari è oggi un grande problema di management che non può in alcun modo essere risolto da magistrati, digiuni come sono di qualunque nozione attinente alle tecniche aziendali. La proposta può dunque essere quella di istituire un manager giudiziario che abbia il compito – agendo in collaborazione con il capo dell’ufficio/magistrato – di organizzare le strutture e di razionalizzare il lavoro che ad esse compete.



Giusto processo


Il principio del giusto processo è stato inserito in Costituzione all’art. 111 nel 1999.

Il contraddittorio tra le parti, la parità tra di esse, l’imparzialità e la terzietà del giudice diventano così principi costituzionali. Non solo, ma tali principi vengono dettagliatamente regolati dalla stessa Costituzione.

Nessun istituto o principio finora aveva trovato nella Costituzione una disciplina così minuta.

Ciò sottolinea l’importanza della riforma del ’99, che è mossa da un intento polemico nei confronti di tante riforme ”minori“ della giustizia e di una pratica giudiziaria che nel corso degli anni avevano stravolto l’impianto garantista del codice di procedura penale.

Con il nuovo art. 111 Cost. si chiude, almeno nelle intenzioni del Parlamento, la stagione dei processi sommari – che venivano giustificati attraverso lo ”scopo politico“ dell’investigazione – e dell’uso disinvolto dei pentiti; insomma dei processi gestiti dai PM, considerati non più come una parte nel processo, ma come una sorta di autorità morale, le cui convinzioni, spesso espresse non sulla base di prove, ma di deduzioni logiche e di teoremi politici, erano destinate a vincolare l’organo giudicante.


 


Grandi opere


Il Paese ha bisogno di grandi opere. Ma di quelle che permettano di creare ricadute diffuse sul territorio e che non stravolgano l’ambiente, le specificità locali e le esigenze prioritarie ai fini dello sviluppo produttivo, economico e sociale.

Decisioni assunte dall’alto, chiuse al confronto e alla dialettica con le realtà locali, possono determinare una politica già vista, che ha creato costose cattedrali nel deserto drenando enormi risorse finanziarie e imprenditoriali, scoraggiando così anche le iniziative necessarie per lo sviluppo locale. In materia di grandi opere la priorità deve essere data alle infrastrutture capaci di unire il Paese e di rendere meno marginale la posizione delle regioni meridionali, le grandi dimenticate della politica degli investimenti pubblici degli ultimi anni. Spingere sempre più regioni come la Sicilia e la Calabria ai margini dell’UE provoca disequilibri sociali molto seri all’interno del sistema-paese. In questo campo bisogna recuperare ritardi storici soprattutto nella politica dei trasporti (si pensi solo che nel Sud sono assenti del tutto collegamenti essenziali e, spesso, vi sono ancora ferrovie a una sola rotaia).