Sez. Sandro Pertini

Storia di Pertini

Tesi Congresso Fiuggi

Dizionario Socialista

Il Partito Socialista

I

Immigrazione 

Internazionale Socialista

Indagini e sicurezza pubblica

Iraq

Informazione  (diritto alla) 




Immigrazione  


In un’epoca in cui il flusso di merci e capitali nel ”mercato-mondo“ è continuo e inarrestabile, e in cui le informazioni raggiungono istantaneamente ogni angolo del ”villaggio globale“, non è possibile che non si verifichi una crescente mobilità degli uomini e delle donne, che è determinata da quello stesso sistema economico da cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea (primo e secondo polo di immigrazione mondiale, con rispettivamente il 10 e il 5% di popolazione immigrata sui residenti) hanno potuto cogliere i frutti maggiori e più ricchi. Ciò è tanto più vero se pensiamo che i Paesi sviluppati destinano circa il 15% della loro ricchezza in sistemi di sicurezza sociale al loro interno, mentre neppure lo 0,3% viene indirizzato all'esterno, dove più di due miliardi di persone vivono con un reddito di un dollaro al giorno o meno, e in generale più della metà della ricchezza mondiale appare concentrata nelle mani del 15 per cento degli abitanti della terra.

Per tutto questo, il nostro pur convinto impegno per una crescita delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo non ci consente di ingannarci: è illusorio predicare di ”aiutare i poveri a casa loro perché non vengano qua“, prima di tutto perché le risorse adeguate per quest’obiettivo non sono disponibili, ma soprattutto perché l’immigrazione verso gli Usa e l’UE è strutturalmente necessaria, e peraltro costituisce in sé stessa una delle principali forme di aiuto allo sviluppo, creando legami sempre più stretti tra aree ricche e aree povere del mondo. In questo contesto, l’Italia ha trovato negli immigrati una risorsa economica e demografica, una opportunità di crescita anche culturale, sprovincializzandosi e acquisendo con l’immigrazione risorse umane e conoscenze indispensabili per partecipare alla nuova economia globale. Inoltre, è appena il caso di ricordare che la presenza degli immigrati in Italia è ben al di sotto della media europea (secondo gli ultimi dati disponibili 2 milioni 800mila sono gli stranieri soggiornanti in Italia, comunitari ed extracomunitari, circa il 4,8% della popolazione italiana). Non solo, quindi, la presenza straniera in Italia, pur cresciuta in maniera assai vistosa negli ultimi anni, è ancora contenuta rispetto alle realtà della Francia, del Belgio, della Germania, dell’Austria, che arrivano al 7-10% (19% in Svizzera), ma, proprio per questo relativo sottodimensionamento del flusso migratorio, è più che ragionevole ritenere che gli stranieri cresceranno ancora in maniera significativa, per un naturale meccanismo di adeguamento della realtà nazionale a quella europea.

Per questo è indispensabile, da un lato, assicurare un sempre più efficace inserimento sociale e accesso ai diritti di cittadinanza agli immigrati regolari, dall'altro rendere più efficace la repressione del traffico dei clandestini. Il secondo elemento è essenziale anche per legittimare saldamente il primo.

La legge Bossi-Fini che ha inteso inasprire la legge Napolitano-Turco ha reso più difficile il processo di integrazione dei cittadini extra-comunitari affrontando, con gli strumenti repressivi, una questione, come quella della immigrazione, che, nell’area del Mediterraneo soprattutto, va regolata d’intesa con i governi dei paesi da cui gli immigrati provengono. Senza questa collaborazione tra i governi, porre argine all’immigrazione clandestina appare assai problematico.

Sul piano dell'integrazione sociale, è essenziale che le politiche per gli immigrati siano rese più organiche e coerenti con l'intero quadro del welfare state: questo deve mantenere le sue caratteristiche di universalità, ed è quindi essenziale che le politiche abitative, di assistenza socio-sanitaria, di incentivo all'occupazione non discriminino tra diverse ”categorie“ di soggetti portatori di bisogni, né tanto meno costituiscano un sistema di servizi separato per italiani e per immigrati.

Ciò non significa che gli interventi dello Stato sociale non vadano rimodulati. Occorre ripensare cioè nella società europea sempre più multietnica lo Stato sociale, favorendo l’integrazione attraverso un sistema di prestazioni sociali differenziate che risultino rispettose della identità collettiva dei diversi gruppi etnici.

Sul piano dei diritti di cittadinanza, rimangono all’ordine del giorno poi la questione del voto agli immigrati nelle elezioni locali, secondo l'antico principio ”nessuna tassazione senza rappresentanza“, e quella della riforma della legge sulla cittadinanza, che è ancora troppo vincolata al vecchio ”diritto di sangue“, che è inaccettabile in una visione moderna della cittadinanza, intesa come diritto di ciascuno a vivere, lavorare, contribuire attivamente alla comunità di cui fa effettivamente parte, secondo il più moderno ”diritto di suolo“.

I socialisti si sono impegnati in Parlamento per rilanciare un disegno di legge di attuazione costituzionale, che comporti una precisa assunzione di responsabilità nei confronti degli esuli, così come pure volevano i nostri Padri costituenti, da parte della Repubblica. Si tratta di prendere atto del fatto che nel mondo più disordinato del dopo guerra fredda le violazioni dei diritti politici e sessuali sono sempre più frequenti; soprattutto da parte di coloro che tendono a creare Stati monoetnici, scacciando intere popolazioni minoritarie dai territori dove esse sono vissuti per secoli.


 


Indagini e sicurezza pubblica


In Italia la politica di contrasto alla criminalità è stata caratterizzata dalla crescita di un ruolo improprio della magistratura e dall’indebolimento del ruolo delle forze dell’ordine, i cui operatori sono spesso ridotti al rango di ”collaboratori“ dei Pubblici Ministeri. La questione dell’ordine pubblico, che in tutte le democrazie ha un carattere eminentemente ”politico“, in Italia ha assunto un carattere giudiziario. E’ il PM che dirige indagini che dovrebbero essere affidate alle forze di polizia in via ”esclusiva“, perché la responsabilità di tali indagini non può che competere al potere esecutivo che deve rispondere al Parlamento dei risultati prodotti dall’attività investigativa. Si tratta di problematiche ormai annose, sulle quali non sempre è stato agevole discutere in sede politica, a causa della ferma opposizione della magistratura, preoccupata di perdere il ”monopolio“ dell’investigazione, e di conseguenza di vedere minacciata la propria indipendenza e, quindi, compromessa la stessa obbligatorietà dell’azione penale.

L’obbligatorietà dell’azione penale è però solo un mito.

La verità è che il PM si muove con la più alta discrezionalità, e ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, nel nostro paese c’è una forte prevalenza del diritto penale sugli altri: sul tavolo del PM, dunque, si accumula una quantità esorbitante di notizie di reato; evidentemente, per orientarsi in un tale mare di carte, il magistrato, a meno che non voglia sfilare una carta dal mazzo ad occhi chiusi, deve adottare dei criteri, deve fare delle scelte.

In secondo luogo, la fase di formazione della stessa notizia di reato – in altre parole quella zona grigia che precede l’avvio ufficiale delle indagini – è ormai da anni sotto il controllo del magistrato, e non più del poliziotto.

Dai rapporti tra il magistrato e il poliziotto dipende in ogni caso il buon andamento di un’inchiesta e di un processo. E tuttavia, benché in questo, come in molti altri casi, i magistrati abbiano deciso esercitando la più ampia discrezionalità, essi non saranno chiamati a rispondere delle eventuali conseguenze dei loro atti, né in sede politica né in sede amministrativa.

Il che ci fa pensare ancora ad un’altra incongruenza nel rapporto tra il PM e il poliziotto. Quest’ultimo, infatti, a differenza del primo, risponde di quel che fa; può essere richiamato, rimosso, persino licenziato. Si tratta di un’anomalia tutta italiana. Logica vuole che se il magistrato fa il poliziotto – e se ha una propria criminal police – allora deve rispondere di quel che fa al potere esecutivo. Se invece si vuole che il magistrato non risponda, allora gli si deve riservare il ruolo di ”bocca della verità“ – ruolo, evidentemente, incompatibile con la figura del PM poliziotto.

Il problema si pose anche al tempo della istituzione della cd, ”superprocura antimafia“. Lo stesso Giovanni Falcone, che si batté per la istituzione della ”superprocura“ non mancava di osservare che il ”super procuratore“, nella misura in cui assumeva nelle proprie mani poteri rilevantissimi ai fini del ”governo“ dell’ordine pubblico, inevitabilmente, prima o poi, si sarebbe trovato alle dipendenze del Ministro degli Interni.

La questione nel corso di questi anni si è riproposta con riferimento alla gestione dei collaboratori di giustizia, i ”pentiti“. Si tratta di collaboratori di giustizia che con le loro deposizioni consentono l’acquisizione di prove decisive ai fini dell’esito dei processi contro la criminalità organizzata. E, tuttavia, la gestione dei pentiti, e soprattutto il controllo sulle attività da essi svolte durante il periodo di collaborazione, onde evitare che il pentito sia un impunito, costituiscono elementi importanti di una politica dell’ordine pubblico alle prese con gravissime emergenze criminali.

Il fenomeno del pentitismo, poi, se da un lato ha consentito allo Stato innegabili successi, dall’altro ha reso desuete tecniche di controllo del territorio, di acquisizione delle prove attraverso fonti diverse dai pentiti – fonti alle quali tradizionalmente si attingeva. Inoltre le emergenze terroristiche e mafiose, che comprensibilmente hanno impegnato le maggiori risorse materiali e umane nella lotta al crimine, non hanno consentito una seria attività di contrasto alla microcriminalità che ormai ha ”saturato“ il territorio, al punto tale che gran parte dei crimini minori non viene più denunciata. Ciò ovviamente abbassa pericolosamente il tasso di legalità nel paese.

Non esiste Stato, oggi, che non si trovi a dover affrontare il problema della sicurezza dei cittadini in maniera nuova, dovendo anche provvedere a rivedere l’ordinamento comportamentale, la formazione degli uomini, la dotazione dei mezzi. La situazione in Italia, in questo campo, è più grave che altrove. La tendenza, alimentata da alcune forze politiche, di scaricare solo sugli extra-comunitari l’escalation delle attività criminali, non sempre consente un’analisi serena dello stato di efficienza e della professionalità degli apparati impegnati a contrastare il crimine. Una effettiva cooperazione internazionale in questo campo può determinare un salto di qualità nell’azione di prevenzione e repressione. 

In particolare l’azione di contrasto alla mafia richiede adeguate strutture investigative e repressive a livello europeo. La caduta del comunismo e la nascita di regimi democratici in paesi nei quali non c’è una tradizione di controlli sulle attività economiche ha prodotto un ceto di capitalisti di assalto (in particolare nei paesi dell’Europa ex comunista), che operano con i metodi violenti propri della mafia, o addirittura sono a capo di organizzazioni criminali dal diffuso insediamento sociale. Si tratta di una situazione che può creare facili sinergie tra vecchie e nuove organizzazioni criminali, forti in alcuni casi della protezione ad esse garantita da Stati da poco indipendenti e privi di adeguati apparati di difesa nei confronti della criminalità organizzata.


 


Informazione  (diritto alla)  


Il diritto all’informazione non è in tutti i suoi aspetti in modo esplicito garantito dalla Costituzione. Esso si evince tuttavia dall’intero sistema delle libertà culturali indicate nel testo costituzionale. Una cosa è certa. Dal modo come il diritto all’informazione è garantito dipende la stessa tenuta democratica di una società multiculturale regolata da un sistema istituzionale fortemente pluralista. Pare di tutta evidenza infatti che un’informazione chiara, obiettiva, imparziale e pluralista può assicurare il formarsi di una forte coscienza democratica e quindi garantire un’efficace controllo sociale sull’esercizio del potere.

Il profilo attivo del diritto all’informazione, cioè il diritto di informare, di conoscere, di accedere alle fonti, è stato riconosciuto come diritto fondamentale dall’art. 21 della Costituzione. Il profilo passivo di tale diritto, riguardante l’aspettativa del cittadino di ricevere una informazione completa e corretta, non appare a tutt’oggi sufficientemente regolato dalla legge, considerata anche la difficoltà del sistema normativo di adeguarsi ad innovazioni tecnologiche che rendono sempre più sofisticata e policentrica l’offerta informativa. Le cose in questo campo paiono complicate dal fatto che alle difficoltà ”naturali“ che si frappongono all’esercizio del diritto all’informazione, si aggiungono quelle che connotano il ”caso italiano“. E il ”caso italiano“, come è noto, è costituito dall’ anomala posizione del Presidente del Consiglio, che per il fatto di essere proprietario di tutte le reti TV private che coprono il territorio nazionale e ”gestore“ sul piano politico delle reti pubbliche esercita un controllo sull’informazione che oggettivamente minaccia una vita democratica che si fonda sul pluralismo. La riforma del settore di recente approvata, la cd. legge Gasparri, purtroppo non ha risolto i problemi che hanno reso e continuano a rendere problematico l’esercizio del diritto all’informazione.



Internazionale Socialista


L’Internazionale Socialista ha svolto nella sua storia un ruolo di grande rilievo. E’ un forum internazionale nel quale sono presenti non solo le socialdemocrazie, ma anche formazioni progressiste di altra ispirazione rispetto a quella dell’antico movimento operaio europeo, e nel quale si possono confrontare e decidere insieme iniziative e linee di azione comuni. Nel lungo periodo della guerra fredda, l’Internazionale ha costituito la casa di coloro che si consideravano di sinistra, ma erano schierati dalla parte della libertà. Compito essenziale dell’I.S. fu contrastare una visione che faceva dell’anticomunismo, proprio di tutte le classi dirigenti dei paesi democratici occidentali, uno strumento surrettizio per limitare la libertà, come avvenne per alcuni anni negli Stati Uniti con il maccartismo, e per frenare le giuste rivendicazioni del mondo del lavoro. Il dialogo è stato sempre l’arma più efficace dell’Internazionale che ha così sempre più acquisito autorevolezza. Crollato il muro di Berlino, l’Internazionale, che pure aveva combattuto a fondo i regimi totalitari dell’Est europeo, accolse nel suo seno molteplici partiti comunisti che avevano manifestato la volontà di aderire ai principi della socialdemocrazia e molteplici movimenti del Sud del mondo, che andavano alla ricerca di un forte riferimento internazionale. Da parte dei democratici americani esiste una pregiudiziale, ormai nota, a partecipare ad un’organizzazione internazionale che si definisca ”socialista“. I socialdemocratici a loro volta ritengono che l’accettazione della pena di morte negli Stati Uniti, condivisa dai democratici americani, ponga una grave distanza su una questione decisiva com’è la tutela della vita. Tuttavia, il percorso per stabilire legami stabili e permanenti tra socialdemocratici e democratici è tracciato; l’utopia di un ”partito planetario“ che raccolga tutti i progressisti è un obiettivo possibile, connesso con la necessità del governo planetario. Questa utopia richiede che la casa dell’Internazionale diventi meno ”Europa centrica“ e meno legata alla sola tradizione socialdemocratica europea. Ormai le politiche dei socialisti moderni sono ”liberalsocialiste“, perché conciliano la libertà di mercato con le esigenze di giustizia sociale. Sono politiche non molto diverse da quelle perseguite dai democratici americani. In questa logica, già Craxi, all’inizio degli anni ’80, propose che l’Internazionale socialista cambiasse nome e si chiamasse Internazionale democratica, aprendosi appunto, innanzitutto, al Partito democratico americano. Al congresso di San Paolo in Brasile del 2002 lo SDI ha rinnovato questa proposta e si è fatto un passo avanti significativo. Il National Democratic Institute, (una fondazione presieduta dall’ex-Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright) è entrato a far parte dell’organizzazione come membro associato. I socialisti italiani hanno fatto propri alcuni principi di fondo che ispirano l’Internazionale: 1) impegnarsi nel Parlamento italiano ed europeo per la cancellazione totale (”zero debito“) dei cosiddetti paesi ”HIPC“ (i ”paesi più altamente indebitati“); 2) attribuire particolare attenzione all’Africa nella definizione delle politiche di cooperazione e di aiuto, nella soluzione dei conflitti e nel consolidamento della democrazia; 3) dare priorità alle clausole di garanzia delle lavoratrici e dei minori nel quadro degli accordi commerciali internazionali, puntando alla realizzazione di programmi di aiuto ai paesi poveri che prevedano la valorizzazione del ruolo delle donne; 4) rilanciare l’iniziativa diplomatica italiana per una moratoria mondiale sulle esecuzioni capitali, secondo quanto a suo tempo richiesto dall’Unione Europea e dalla Santa Sede. L’Internazionale ha una impostazione di ferma condanna del terrorismo, pienamente condivisa dai socialisti italiani. Se, infatti, da un lato è essenziale che si rafforzi una coalizione internazionale anti-terrorismo ”trasversale“ tra aree geopolitiche e culturali (Occidente e Asia, paesi laici e islamici ecc.) affinché il terrorismo sia effettivamente ripudiato ed isolato, dall’altro lato non è sufficiente la sola reazione militare (in cui peraltro il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe riprendere un ruolo cruciale). Occorre anche un impegno per la democrazia, affinché i principi di libertà e dello Stato di diritto non siano negati in nome della lotta al terrorismo. È necessario un grande aiuto umanitario nelle aree del mondo in preda alla dissoluzione statale (dall’Afghanistan all’Iraq alla Somalia). Inoltre, occorre prendere finalmente sul serio la lotta al finanziamento del terrorismo, e quindi ai ”paradisi fiscali“, con la criminalizzazione delle pratiche di ”lavaggio“ del denaro, sinora sottovalutate, e con la costruzione di meccanismi di regolazione dei flussi di capitali al fine di intercettare i fondi neri. Il presidente dell’Internazionale Socialista è il greco Ghiorgos Papandreou.

Internazionale

Socialista Donne

L’Internazionale Socialista Donne riunisce tutte le organizzazioni femminili dei 155 Partiti attualmente membri della Internazionale Socialista, presenti in 120 Paesi del mondo. I suoi scopi sono:promuovere la collaborazione tra le diverse organizzazioni che la compongono; costruire relazioni con altre organizzazioni non aderenti ma che condividono valori e orientamenti; elaborare programmi di azione per superare tutte le forme di discriminazione presenti nella società, comprese quelle tra uomini e donne; lavorare per i diritti umani, lo sviluppo e la pace.

L’ISD è stata fondata il 17 agosto 1907 da cinquantanove delegate di Paesi europei e d’oltreoceano che si incontrarono alla prima Conferenza dell’Internazionale Socialista Donne a Stoccarda. La Conferenza adottò una risoluzione sul diritto di voto, che sarebbe diventata il punto di partenza di una infaticabile lotta per i diritti politici delle donne.

La seconda Conferenza, che si tenne a Copenhagen nel 1910, adottò una risoluzione che proponeva l’istituzione della Giornata Internazionale delle donne, nella quale mobilitarsi per il voto e l’emancipazione politica delle donne. Dal 1911 le donne socialiste celebrano l’otto marzo in tutto il mondo.

Gli scopi primari della Internazionale Socialista Donne sono quelli di rafforzare le relazioni tra le organizzazioni che la compongono; scambiare esperienze su modi e mezzi per promuovere tra le donne dei Paesi di appartenenza, la conoscenza e la condivisione degli scopi del socialismo democratico; sviluppare relazioni tra l’Internazionale Socialista Donne e altri gruppi di donne dello stesso orientamento politico progressista e democratico ma non affiliate all’Internazionale Socialista, che desiderano lavorare insieme; promuovere programmi di azione per superare ogni discriminazione all’interno della società, compreso ogni tipo di disuguaglianza tra uomini e donne e lavorare per i diritti umani, lo sviluppo e la pace.

Gli organi della Internazionale Socialista Donne sono: il Congresso, il Bureau, il Comitato Esecutivo, il Segretariato.

Negli incontri dell’Internazionale Socialista Donne degli ultimi anni si è dibattuto e si sono adottate risoluzioni sui temi quali: donne e globalizzazione; donne e sviluppo sostenibile; donne e condivisione del potere: leadership e strategie; I diritti delle donne sono diritti umani; promuovere la prospettiva di genere nelle politiche pubbliche; democrazia paritaria: lavorare insieme per una cultura di pace; cooperazione tra donne per una pace duratura nel Mediterraneo; donne e salute: equilibrio fra vita e lavoro; gli attacchi terroristici dell’11 settembre e le loro conseguenze; sicurezza umana; violenza contro le donne, estrema espressione della disuguaglianza.

Le risoluzioni, che contengono la sintesi del dibattito, si concludono con proposte operative e piani di azione che vengono indirizzati a organismi internazionali quali l’Onu, l’Oil, la Fao etc., ai governi, ai partiti membri dell’Internazionale Socialista. Ogni singola delegazione si impegna a sostenere e sviluppare tali risoluzioni nel proprio paese.

La presidente della Internazionale Socialista Donne è l’italiana Pia Locatelli dello SDI.


 


Iraq


La guerra degli Stati Uniti e dei paesi che sono intervenuti a sostegno degli Stati Uniti in Iraq si è conclusa con la ”vittoria“ militare della coalizione ormai da molti mesi, ma ad essa è succeduta una guerriglia che non sembra alimentata tanto e solo – come avevano previsto alla vigilia tanti analisti politici –  dal conflitto tra i diversi gruppi etnici e religiosi, e in particolare sciiti e sunniti, per il controllo del paese aggiungere ma anche da fondamentalismo e nazionalismo. La guerriglia ridotta alla sola area centrale dell’Iraq, quella a maggioranza sunnita, può contare su un seguito minoritario nella guerra contro gli ”invasori“. La guerriglia ha unificato fazioni baathiste laiche e gruppi fondamentalisti, ma la dirigenza religiosa sciita e quella laica dei curdi – vicina all’Internazionale Socialista – sono al contrario alleate nell’utilizzare ai loro fini, autonomia curda e egemonia religiosa sciita. L’attività di controllo del territorio svolta dalle forze armate, impegnate a gestire la situazione di emergenza  sociale e istituzionale, in queste condizioni è essenziale ma inevitabilmente controversa, in un contesto tanto complesso. Si tratta di una cornice di sicurezza che può essere garantita dagli Stati, ma sulla base di un progetto di ricostruzione del paese che deve vedere impegnata soprattutto l’ONU.

Non è pensabile che un intervento militare di pace possa a lungo rimanere tale in un territorio in cui non si sviluppano le normali forme di statualità, tutte fondate sull’esercizio del potere di autogoverno. In una situazione di forte contestazione sociale della presenza militare straniera, anche il varo della Costituzione e anche le elezioni politiche, che finalmente hanno registrato una alta affluenza alle urne e hanno costituito un grande passo in avanti, non sono sufficienti a riportare il paese alla normalità. Una Costituzione può svolgere una funzione pacificatrice se in essa si riconoscono tutti i pezzi di società oggi in lotta tra di loro. E ciò dipende in buona misura dalla credibilità delle élites locali, chiamate non solo a difendere la Costituzione attraverso strumenti coercitivi, ma a sapere spiegare innanzitutto la Costituzione a popolazioni che non hanno mai maturato esperienze democratiche. In questo contesto, hanno creato grande sconcerto nell’opinione pubblica occidentale le rivelazioni relative alle prove false messe insieme dai governi ”alleati“per convincere Parlamenti ed opinioni pubbliche nazionali dell’esistenza di una minaccia concreta e grave all’Occidente, costituita dal mantenimento al potere di Saddam Hussein, accusato di possedere formidabili armi di distruzione di massa. Tali armi non sono state trovate dagli ispettori delle Nazioni Unite; ma esse non sono state trovate neanche dal più potente esercito del mondo, quello americano, che ormai da molto tempo ha il controllo del territorio.

L’idea che ormai circola in Occidente è che, quindi, la guerra preventiva sia stata un abuso, come tale incompatibile con la legge internazionale.

Quanto all’intervento italiano, è stato presentato come un intervento ”umanitario“ come se fosse possibile mantenerlo distinto dall’iniziativa bellica angloamericana. Quest’ambiguità ha daneggiato gli operatori umanitari italiani, che hanno visto il loro spazio occupato impropriamente da una forza armata che dichiara le sue finalità come esclusivamente umanitarie, ma di fatto è indistinguibile dalle altre forze della coalizione. Anche questo ha contribuito a esporre gli operatori umanitari civili italiani ad attacchi e rapimenti, essendo intaccata la loro immagine di indipendenza dalle parti in guerra. Sul campo, i nostri soldati non hanno dovuto affrontare soltanto gli attacchi terroristici di Al Qaeda, ma anche quelli dei radicali sciiti di Al Sadr che non sono alleati con la guerriglia fondamentalista e baathista, e con cui alla fine si è stipulata una precaria tregua armata, pur essendo questi ultimi responsabili della morte dei militari italiani. Ulteriore contraddizione, la retorica dell’intervento ”umanitario“ ha fatto sì che non venissero schierati mezzi bellici adeguati, esponendo a rischi gravi le nostre forze armate, alle quali va la nostra piena solidarietà. Il nostro esercito italiano non si è macchiato degli eccessi purtroppo addebitabili alle forze Usa, in primo luogo la distruzione della città di Fallujah con la morte di molti civili innocenti, ma ha mantenuto un comportamento esemplare. In queste condizioni non può bastare, né appare sufficiente la risoluzione delle Nazioni Unite n. 1546, che legittima ”a posteriori“ la presenza della forza multinazionale, perché si è lasciato di fatto ai soli Stati Uniti l’effettivo comando della missione. Noi ci rendiamo ben conto che non è possibile lasciare la fragile democrazia irachena da sola, esposta com’è ai colpi del terrorismo. Sarebbe necessaria la presenza di una forza multinazionale che comprendesse anche truppe dei paesi arabi e comunque a prevalenza islamica. Comunque il centro sinistra, se avrà il mandato di governare, predisporrà un calendario per il rientro delle forze armate italiane che sia concordato con le autorità legittime irachene.