Lavoro femminile
L’aumento dell’offerta di lavoro femminile rappresenta il fenomeno più importante degli ultimi 30-40 anni, in Italia come in tutti i paesi sviluppati. E’ in atto un cambiamento del significato del lavoro nella nostra vita. Una situazione nuova soprattutto per le donne che, affacciatesi in tempi recenti al mercato del lavoro, si trovano a fare i conti con una ricomposizione di se stesse più ampia e più profonda che non al maschile e si misurano con grande fatica con contesti che, per modalità organizzative e culture, sembrano disegnati completamente per gli uomini. La donna che oggi tenta la scalata alle posizioni di potere è molto diversa, ma al tempo stesso legata a responsabilità di cura, da sempre prerogative femminili. Il ruolo attivo delle donne è correlabile al grado di benessere di un Paese; rilevazione questa che porta all’auspicio della partecipazione femminile all’economia come stimolo alla sviluppo. Bisogna pensare alle nuove tecnologie come fonte di sviluppo e occupazione femminile. Il principio di non discriminazione nel lavoro è sancito nella Legge 9 dicembre 1997, n.903 e nella legge 10 aprile 1991, n.125 sulle pari opportunità tra donna e uomo. E’ vero infatti che alcune disposizioni che hanno fatto la ”storia“ lavorativa del nostro paese sono venute meno o hanno subìto profonde modifiche; basti pensare alle disposizioni sull’apprendistato e sui contratti di formazione e lavoro e a quelle in tema di monopolio pubblico del collocamento. La finalità di incremento occupazionale e, al tempo stesso, di regolarizzazione, aveva indotto il Governo a richiedere una delega volta a riordinare le multiformi tipologie contrattuali esistenti, ridefinendo la funzione, ed a introdurne delle nuove. In attuazione di questa il D.lgs.n.276/03 ha disciplinato le seguenti fattispecie: contratto di formazione lavoro, contratto di somministrazione, contratto di lavoro intermittente, comparto di lavoro ripartito, contratto di apprendistato, contratto part-time, contratto di inserimento, contratto di lavoro accessorio, contratto di lavoro a progetto. La convinzione è che queste prossime vere opportunità, meglio pari opportunità, per donne e uomini per un progetto di vita che includa un lavoro di soddisfazione e di realizzazione di sé, ma solo se insorte in nuovo sistema di sicurezza sociale.

Leggi ad personam
La polemica del centrodestra contro i giudici politicizzati ha prodotto negli ultimi anni una serie di provvedimenti tampone che, lungi dal risolvere i nodi strutturali del dissesto giudiziario, hanno cercato di fronteggiare di volta in volta, attraverso la riscrittura di norme penali sostanziali e processuali, i ”danni“ provocati o minacciati dalle inchieste giudiziarie a personalità dell’attuale maggioranza di governo indagate. Le leggi ad personam hanno finito per produrre un serio vulnus allo stesso principio della separazione dei poteri, costituendo un fatto senza precedenti nella storia delle democrazie occidentali. Appare chiaro che nessun accordo parlamentare in tema di giustizia si potrà fare, fintantoché il centrodestra seguiterà ad accusare i giudici di manovre politicamente destabilizzanti, studiate a tavolino per disfarsi di Berlusconi, come è avvenuto in questa legislatura nella quale il Parlamento è stato paralizzato dalle leggi personali, il cui fine abbastanza esplicito è stato quello di garantire l’impunità ai politici della maggioranza. In questo contesto le riforme della giustizia, ormai mature nella coscienza del paese, sono state costantemente ritardate in un Parlamento, impegnato prevalentemente a discutere leggi sulla giustizia che stanno a cuore al Premier. La politica della giustizia, insomma, si è trasformata in una corsa a ostacoli per scippare ai giudici i politici imputati, attraverso un vero e proprio aggiustamento dei processi attraverso leggi ad hoc.

La libertà della scienza
Il moderno Stato costituzionale è essenzialmente un foro del pluralismo delle idee. Esso si fonda sulla consapevolezza condivisa della necessità della ricerca della verità, che non può avere né un limite temporale, né condizionamenti politici.
Lo Stato costituzionale deve dunque garantire la ricerca e lo fa attraverso tre strumenti fondamentali: la libertà di ricerca scientifica, la libertà religiosa, la libertà delle espressioni artistico-culturali.
Se il pluralismo etico dovesse essere rifiutato per favorire l'accettazione di una sola verità, e se la libertà dovesse essere limitata in modo tale da escludere la responsabilità personale delle scelte compiute dall'individuo, verrebbe compromesso lo stesso futuro della scienza.
Un sapere assoluto, definitivo, sciolto dal vincolo della critica fermerebbe infatti la ricerca, fermerebbe gli esperimenti. Senza una concezione fallibilistica del sapere non vi sarebbe stato progresso scientifico. I neo-conservatori si battono oggi contro la pretesa della scienza di portare le conseguenze all’estremo. I cristiani non possono però condividere questa posizione, perché il cristianesimo – con la sua opzione a favore del primato della ragione – resta ancora oggi ”razionalità“ (come ha scritto il filosofo Giorello).
Non può essere messo in discussione quindi il progresso scientifico di per sé; può essere messo in discussione il suo uso.
Certo la scienza è anche rischio del ”male“; ma si tratta di un rischio inevitabile. Vi sono rischi, del resto, che attraverso la coercizione delle norme non possono essere evitati. Né lo possono essere attraverso l'imposizione di un verbo.
Il mondo moderno nasce accettando il rischio del male. E, quindi, accettando il rischio che la scienza comporta come prezzo da pagare perché l’uomo possa riappropriarsi dei propri destini. La modernità è rischio. La stessa democrazia è rischio, perché gli antidemocratici possono andare al potere quando il popolo sceglie male.
L'unico limite alla libertà della scienza lo possono stabilire gli scienziati, considerato che la comunità scientifica non può avere scappatoie politiche.
La comunità scientifica decide di fare esperimenti, e decide di non farli quando non ha garanzie sugli esiti, per esempio perché la sperimentazione è insufficiente. Ma non è una verità che ferma la scienza, bensì la responsabilità di chi ne decide la fruizione.
Dire che lo Stato può intervenire in materia di scienza, imponendo una particolare verità magari per legge, significa accettare lo Stato etico.
Coloro i quali pensano di porre limiti alla libertà della scienza devono tener conto di questi elementi. Se non spetta alla scienza garantire l'ordine sociale, non pare dubbio che esso debba dipendere dalla regolamentazione dell'uso della ricerca. Cioè da scelte politiche e dal controllo esercitato dall'opinione pubblica.
L’unico antidoto cioè ai rischi della scienza è costituito dal funzionamento della democrazia e del controllo esercitato dalla pubblica opinione, che non può scongiurare il rischio che la scienza vada troppo avanti, ma che può stabilire le forme consentite di ”consumo sociale“ della libertà scientifica.
E' per questa ragione che quasi tutte le Costituzioni moderne hanno fatto salva la libertà scientifica.

Libertà di coscienza
E’ una delle libertà fondamentali più frequentemente citate, quando si parla di diritti civili e politici e anche una di quelle più frequentemente violate. Trova il suo fondamento nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che afferma che ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti (art. 18).
La libertà di coscienza costituisce il presupposto di tutte le libertà culturali. In particolare nella società multietnica, e quindi multiculturale, non è possibile entrare negli universi vitali degli individui attraverso prescrizioni che tendano a imporre particolari stili di vita, convinzioni ideologiche, o addirittura precetti morali. In materia di libertà di coscienza i conflitti tra gli individui, tra i gruppi sociali sono comprensibili, e tuttavia lo Stato deve rimanere estraneo ad ogni attività di orientamento delle coscienze che tenda a privilegiare o addirittura a imporre ciò che per la maggioranza della società è ”il bene“. Anche in occasione della legge sulla fecondazione assistita si è prodotta in Parlamento e nel Paese una divisione in ordine al modo come possono essere utilizzati i risultati della ricerca scientifica per consentire la procreazione a donne che non sono in grado di diventare madri (vd. ”Fecondazione assistita“). Ci sono tre modi per diventare padri e madri: la procreazione naturale, l’adozione, la procreazione medicalmente assistita. Ci si è chiesti se c’è una gerarchia tra questi tre modi di diventare genitori, se c’è una differenza di valutazione morale fra ciò che è naturale e ciò che è artificiale.
Questa legge ha spaccato gli schieramenti, al di là delle alleanze di maggioranza ed opposizione, perché il problema è lo stesso di sempre, che vede su un fronte chi dello Stato ha una concezione laica e chi invece pretende di imporre, attraverso le leggi, le proprie convinzioni etiche, culturali, religiose.
Si tratta di un conflitto registratosi anche ai tempi del divorzio, dell’aborto, della discussione sulle famiglie di fatto. Speravamo di non rivivere di nuovo un siffatto conflitto, considerato che negli anni ’70 si sono affermati principi come quello di autonomia della persona nelle scelte che riguardano la sessualità e la procreazione e quello della laicità dello Stato, che rispetta la pluralità delle concezioni etiche e la responsabilità morale di ciascuno in questo campo. Ora questi principi sono nuovamente messi in discussione.
Le donne e gli uomini socialisti sono rispettosi dei valori diversi cui ciascuno ha diritto di ispirarsi nei comportamenti individuali. Quando si passa dalle culture dei valori alle politiche, il pluralismo delle idee e delle esigenze delle singole persone non può essere costretto in un solo codice di comportamento. Il Parlamento non deve definire gli spazi della libertà di coscienza individuando un particolare modello etico e rendendolo obbligatorio per tutta la società.

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