Sez. Sandro Pertini

Storia di Pertini

Tesi Congresso Fiuggi

Dizionario Socialista

Il Partito Socialista

M

Maggioranza e opposizione

Mezzogiorno e globalizzazione

Mainstreaming

Mobbing

Malagiustizia

Molestie sessuali

Medioriente

Multiculturalismo



Maggioranza e opposizione


I principi che regolano la dialettica maggioranza-opposizione in Parlamento, in un sistema caratterizzato da un multipartitismo esasperato come quello della Prima Repubblica, non si possono applicare sic et simpliciter ad un sistema bipolare, se non a costo di una violazione dei diritti della minoranza. La democrazia dell’alternanza sancisce la forte unità operativa delle forze di maggioranza che si presentano come un insieme a cui lo stesso mandato popolare impone il dovere della coesione. Ancor più tale dovere appare inderogabile se si conferiscono poteri sanzionatori al Premier per prevenire o reagire a eventuali divisioni che avessero a verificarsi nella maggioranza. Proprio per questo sono necessari nuovi contrappesi.

a) In questo senso, la vecchia immunità parlamentare, che si vuole reintrodurre nelle stesse forme che erano previste dalla Costituzione prima della riforma dell’art 68, è incompatibile con il bipolarismo. Se l’immunità può costituire ancora oggi uno strumento di difesa dell’indipendenza del Parlamento di fronte ad azioni giudiziarie sconsiderate, o addirittura ispirate da una particolare parte politica (giusto quanto spesso lamentano i partiti del centrodestra), appare tuttavia incongruo affidare la ”gestione“ dell’immunità alla stessa maggioranza parlamentare (oggi peraltro il concetto di maggioranza parlamentare è stato addirittura costituzionalizzato con la riforma approvata in Parlamento), perché ciò significherebbe che la maggioranza è chiamata a decidere in ordine all’impunità da concedere ai propri membri e può viceversa colpire gli uomini della minoranza, anche se oggetto di persecuzioni politiche, al fine di ”ammorbidirne“ le posizioni. Il fumus persecutionis deve essere così palese, così grave da giustificare una reazione del Parlamento a larga maggioranza, e non della sola maggioranza politica che esprime il governo.

b) Gli stessi rilievi vanno fatti a proposito delle Commissioni parlamentari di inchiesta.

Considerato il ripetersi di gravi conflitti tra politica e magistratura, il rischio concreto (come dimostrano alcune recenti esperienze) che si corre attraverso l’istituzione delle Commissioni parlamentari di inchiesta è che in Parlamento la maggioranza celebri un processo parallelo rispetto a quello che si svolge nelle aule di giustizia o che ad un’inchiesta giudiziaria di oggettiva valenza politica, che colpisce uomini della maggioranza, si risponda con un’inchiesta parlamentare che colpisce uomini e settori dell’opposizione, così da distrarre l’opinione pubblica o da pervenire ad una sorta di compensazione del danno politico. Premesso che le Commissioni parlamentari di inchiesta non si possono occupare di reati (così come è avvenuto nel caso della Commissione Telecom Serbia), ma solo delle responsabilità politiche, appare necessario proprio per ridare alle Commissioni parlamentari di inchiesta il senso che esse avevano nella Costituzione (la Commissione di inchiesta è nata come fondamentale strumento di ispezione politica), riconoscere il diritto di richiedere l’istituzione delle Commissioni di inchiesta ad una congrua minoranza che miri ad accertare fatti rilevanti per fare valere la responsabilità politica del governo. Posto che la maggioranza non può avere interesse a chiamare il governo a rispondere dei propri atti, è chiaro che la Commissione parlamentare sarà realmente operativa se a deciderne la istituzione saranno quelle forze che si oppongono al governo.

Insomma dopo la rottura nella continuità del nostro sviluppo costituzionale verificatasi nel 1993 con l’avvento di un nuovo sistema politico si richiedeva, e si richiede, l’adozione di misure volte a moderare eventuali eccessi di arroganza della maggioranza (che può essere tentata di interpretare il principio di maggioranza come una vera e propria dittatura della maggioranza) e la ridefinizione del rapporto maggioranza - opposizione attraverso la creazione di un vero e proprio Statuto dell’opposizione. Oltre alle innovazioni suggerite sopra, ai punti a) e b) si è di-scusso della possibilità di ricorso delle minoranze parlamentari alla Corte Costituzionale, di garanzie da riconoscere ai pubblici impiegati oggetto di spoil system, della opportunità di costituzionalizzare grandi aree ”non maggioritarie“ da affidare ad autorità indipendenti. Nella proposta di riforma costituzionale approvata dalla attuale maggioranza, invece, si punta solo su misure volte a garantire l’onnipotenza del Primo Ministro, ma non si affronta la ”questione democratica“, che costituisce la vera emergenza istituzionale.


 


Mainstreaming


Il termine mainstreaming esprime un principio che ha determinato la programmazione delle politiche europee dell’ultimo decennio sulle pari opportunità tra donne e uomini. Esso prende in considerazione le differenze tra le condizioni, le situazioni e le opportunità delle donne e degli uomini per far sì che la prospettiva di genere si applichi all’insieme delle politiche e delle azioni comunitarie. Può essere definito come una strategia volta a smascherare e diminuire le differenze di impatto che politiche, a prima vista neutrali in termini di pari opportunità tra i sessi, hanno invece tra donne e uomini. In questa strategia finalizzata al raggiungimento delle pari opportunità occorre porre il punto di vista delle donne letteralmente al centro in tutte le politiche e azioni promuovendo la loro partecipazione in campi e ruoli precedentemente loro preclusi. Il principio sancito formalmente dalle Nazioni Unite nella Conferenza di Pechino del 1997 contribuisce a far sì che l’obiettivo delle pari opportunità tra le donne e gli uomini (imprenditorialità, adattabilità, innovatività), diventi il riferimento trasversale e imprescindibile per accedere a programmi, formulare progetti, pensare politiche nazionali. Si tratta pertanto di attuare interventi utili alla lettura della segregazione occupazionale femminile e alla posizione professionale delle donne nel mercato del lavoro, di sviluppare un ambiente favorevole alla piena utilizzazione del potenziale occupazionale femminile in quanto soggetto strategico del cambiamento delle politiche di cittadinanza delle donne.

Mainstreaming letteralmente significa ”entrare nella corrente principale“ ed è la parola inglese usata per significare che le pari opportunità tra donne e uomini non sono un problema a sé. Ma fanno parte in modo integrante della democrazia e dell’equità sociale, e che le politiche possono non avere gli stessi risultati per le donne e uomini. Tutte le politiche, allora, devono contenere consapevolmente il principio di parità, ed essere valutabili per gli effetti che producono sulle donne e sugli uomini. Per fare questo occorrono nuovi modi di leggere la realtà economica e sociale che rendano visibili le differenze non solo per creare pari opportunità, ma anche per ricavarne vantaggi complessivi per la comunità.


 


Malagiustizia


La crisi della giustizia italiana si configura non solo come crisi di efficienza, ma soprattutto come crisi di credibilità dell’intero sistema giudiziario.

Da tempo ormai la gente è convinta, a ragione, che il potere giudiziario si sia dato un’identità istituzionale assolutamente diversa da quella voluta dal costituente.

I conflitti tra la giustizia e la politica negli ultimi anni hanno costituito il dato più eclatante nel contesto di una condizione di complessivo dissesto istituzionale.

Si è venuta a creare una situazione paradossale. Il sistema giudiziario italiano che ha costituito il punto di riferimento di tutte le azioni politiche che negli anni ’90 hanno portato alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica e all’accantonamento della sua classe dirigente, negli anni successivi al ’94 è stato protagonista del più acceso conflitto istituzionale che si sia mai prodotto nella storia dell’Italia unitaria. La magistratura, che si presentava all’opinione pubblica italiana come protagonista di un’azione di ”ripulitura del paese“ che avrebbe dovuto portare alla palingenesi non solo del sistema politico, ma di tutta la società italiana (il magistrato milanese Davigo spiegava che il compito dei giudici di Milano era quello di rigirare l’Italia come un calzino), è stata accusata dai nuovi governanti di tramare per determinare la caduta della Seconda Repubblica con gli stessi strumenti prima impiegati per determinare il crollo della prima. Il conflitto tra le istituzioni per la sua violenza e quotidianità ha costituito un fattore di pericolosa fibrillazione non solo del sistema istituzionale, ma anche del sistema sociale. Si sono accusati i giudici, da parte dello schieramento di centrodestra, di essere politicamente schierati e di organizzare inchieste al solo scopo di mettere in difficoltà il leader del centrodestra e l’intero gruppo dirigente della coalizione, e di favorire così l’ascesa al potere dello schieramento di centrosinistra.

I socialisti hanno avanzato una serie di iniziative legislative, tendenti a restituire al giudiziario i connotati istituzionali che emergevano dal modello di sistema giudiziario tracciato dal costituente. Si trattava e si tratta di adottare soluzioni le più vicine possibili al modello prevalente nei Paesi membri dell’Unione europea. In particolare i socialisti si propongono di costruire un ordinamento giudiziario che garantisca: a) l’indipendenza della magistratura (secondo i principi contenuti negli articoli 101, 104, 105, 106, 107, 108 e 110 della Costituzione, che devono essere considerati caratterizzanti la stessa forma di Stato), nonché b) l’efficienza della giustizia. Sono equi i processi in cui davvero il giudice è ”terzo“ tra l’accusa e la difesa; dove la difesa ha i mezzi finanziari per farsi valere al meglio; e dove il giudice non è politicizzato, quindi dove vi è una giustizia eguale per tutti.

Per realizzare questa condizione bisogna fare i conti con l’espansione del potere giudiziario – ovvero con la ”politicizzazione“ dello stesso – fenomeno questo che caratterizza il mondo globale. Si impongono anche in Italia meccanismi di equilibrio e di responsabilizzazione che in altre democrazie sono presenti da anni, se non da secoli.

Il giudice che la gente reclama non solo deve essere, ma deve anche apparire imparziale e responsabile. E tale non è un giudice che si fa scudo delle proprie guarantigie per schierarsi politicamente, nel processo e fuori di esso, per fare esternazioni politiche che precedono la sua decisione, per esprimere giudizi ostili nei confronti di chi è giudicato o nei confronti delle convinzioni politiche di esso, per candidarsi alle elezioni cercando i voti dei cittadini che prima ha giudicato o che potrebbe giudicare poi per competenza territoriale.


 


Medioriente


I socialisti condannano il risorgente antisemitismo, che costituisce in qualsiasi forma una vera e propria barbarie. In Medio Oriente occorre un’azione di pace basata su iniziative convergenti promosse dalle maggiori potenze. L’esperienza dell’ultimo decennio dimostra inequivocabilmente l’impossibilità di affrontare (e men che meno di risolvere) i conflitti senza un adeguato intervento della comunità internazionale. La vicenda afgana prima e poi quella irachena dimostrano quanto sia difficile, una volta conclusa l’occupazione militare del territorio e abbattuto un regime, riportare un paese alla normalità creando le condizioni necessarie per realizzare un vero Stato di diritto. L’intervento militare Usa e occidentale  è valso a liquidare l’aberrazione talebana e a smantellare le basi terroristiche, ed è riuscito a provocare la fine del regime di Saddam Hussein ed a fare celebrare le elezioni che hanno visto la partecipazione della maggioranza degli elettori iracheni. Ma, senza la mediazione politica e l’azione di ricostruzione istituzionale, sociale ed economica da parte, in primo luogo, delle Nazioni Unite e di tutta la comunità internazionale secondo criteri democratici e multilaterali, questi paesi non potrebbero mai sperare di uscire dal mortale disordine che li ha attanagliati. E la mediazione politica attiva, esterna, con annesso intervento di garanzia, è ancora più essenziale nel conflitto israeliano-palestinese.

Inutile sottolineare che gli attacchi dei kamikaze contro Israele e le risposte punitive sono state strategie unicamente e totalmente distruttive. L’Intifada poi è senza sbocchi; essa rende più debole la causa palestinese, e non solo all’interno di Israele. E allora, come sottolineano giustamente importanti leaders della sinistra israeliana, la conduzione del processo di pace non può più solo essere delegata alle parti in causa. Essa deve essere affidata all’azione delle Nazioni Unite, e all’indispensabile accordo tra USA e UE, sì da garantire tra l’altro la presenza di una forza di interposizione, secondo le indicazioni della Road Map, ma anche di iniziative non governative ma di grande valore, come l’iniziativa di Ginevra. Occorre un nuovo processo di pace, insomma, con nuovi contenuti e nuovi protagonisti. Gli stessi eventi che hanno scisso la vita politica di Israele, richiedono una riflessione approfondita a livello internazionale. Non si tratta, purtroppo, di una prospettiva facilmente realizzabile; ma, proprio per questo, deve essere sin d’ora sostenuta con forza.



 

Mezzogiorno e globalizzazione


Il Mezzogiorno d'Italia può trovare nei processi di globalizzazione un ulteriore fattore di grave crisi, economica e politica, oppure la propria opportunità storica. Si tratta di una zona del Paese per molti aspetti debole dal punto di vista dello sviluppo, ma, oggi più di ieri, ricca di potenzialità. Con la globalizzazione, infatti, entra in crisi il modello di sviluppo industriale e centralistico, ovvero quel modello di sviluppo all'interno del quale s'è svolta la parabola della marginalizzazione politica e dell'indebolimento economico del Mezzogiorno d'Italia.

Al momento il Mezzogiorno non attira grandi investimenti. Eppure esso dispone di ottime risorse umane, e di un'invidiabile collocazione geografica: al centro del Mediterraneo, e punto di incontro dei flussi commerciali Nord-Sud e Oriente-Occidente

Ma il Mezzogiorno è inserito all'interno di un ”ambiente“ economico e politico che appesantisce le sue dinamiche economiche e ostacola la sua modernizzazione. La robusta struttura produttiva consente al Nord di minimizzare i costi della modernizzazione e quelli prodotti da un sistema politico-costituzionale da anni avviluppato nell'impossibilità dell’autoriforma. Nel Sud esiste ancora, e ampiamente diffusa, una rete di criminalità mafiosa, che è per se stesso un gravissimo handicap da risanare. Per il Sud, il prezzo della mancata modernizzazione e delle mancate riforme è altissimo. E diventa più alto, in ragione dello svilupparsi del processo di globalizzazione.

Oggi un'impresa per crescere ha bisogno di un mercato del lavoro flessibile, non vincolato ai modelli sociali e produttivi degli anni Sessanta e degli anni Settanta. E deve poter contare su un fisco efficiente e non ”punitivo“ nei confronti di chi crea reddito e lavoro. Infine deve poter disporre di infrastrutture che facilitino le imprese.

La possibilità che il Mezzogiorno colga in pieno le nuove potenzialità di sviluppo è, dunque, legata non ai soliti interventi a pioggia, che premiano tutti e nessuno, ma, da un lato, a una modernizzazione delle infrastrutture da attuarsi mediante interventi mirati, e, dall'altro, a un processo di progressiva autonomizzazione degli ambiti del mercato del lavoro e della politica fiscale.

Le dinamiche economiche della globalizzazione non premiano specifiche competenze, ma duttilità e capacità di autovalorizzazione: questo, naturalmente, significa anche che tra le ”infrastrutture“ vanno inclusi tutti i servizi necessari per la ”formazione“, per la crescita culturale e lo sviluppo della ricerca.

Siamo di fronte a un processo assimilabile, per molti versi, alla prima rivoluzione industriale. Non cambia solo la qualità del processo produttivo, ma la sua struttura e, in un certo senso, la sua stessa natura. In altre parole, non c'è solo più sviluppo, ma c'è un modello completamente nuovo di concepire lo sviluppo. Gli investimenti e le espansioni non seguono logiche lineari e non hanno un andamento progressivo. Il modello che si sta affermando è quello della rete, che non ha un centro, e all'interno della quale ci si può muovere con estrema facilità, ma con altrettanta facilità si rischia di venire stritolati. I soggetti politicamente deboli sono i più esposti a quest’ultimo rischio.

I cambiamenti in corso nell'ambito economico hanno notevoli ripercussioni sul piano politico-istituzionale. Il modello delle relazioni politico-economiche ha avuto finora al suo centro lo Stato nazionale. Il modello dello Stato-nazione rispondeva alle esigenze della società industriale: era tendenzialmente verticistico, e lo stesso superamento della dimensione nazionale avveniva attraverso la creazione di strutture gerarchiche sovranazionali. Insomma, era un modello necessariamente centralistico. Sul piano economico, la stessa struttura delle multinazionali rifletteva quel modello.

Ora le cose stanno rapidamente cambiando: si sta affermando un modello di tipo ”regionale“, sia nella vita politica che nel mercato. Ovunque, prevalgono logiche di intesa a carattere regionale, sulla base di affinità culturali, interessi comuni o comuni avversari. E questo accade al di là sia dei confini nazionali, sia delle stese strutture sovranazionali.

All'interno di tali processi, non ci sono più le garanzie istituzionali, i vincoli rassicuranti garantiti dai governi nazionali e dalle industrie nazionali. Ci sono meno gerarchie, e dunque maggiori opportunità per tutti. Ma i rischi per chi non sa essere competitivo e non si sa aggiornare, aumentano. È molto più facile entrare a far parte di una determinata ”regione“ di relazioni e interessi, piuttosto che entrare in un accordo tra stati-nazione o tra giganti delle industrie nazionali. Ma è molto più facile esserne espulsi.

Il Mezzogiorno può, ad esempio, diventare un soggetto leader nella regione mediterranea, così come è stato il Nord Est nella regione mitteleuropea. E invece corre il rischio di diventare un’area marginale, perdendo competitività rispetto a soggetti più poveri, ma più agguerriti.

L’Europa senza il Mediterraneo è un’Europa chiusa e asfittica. È l’Europa carolingia, ripiegata su se stessa, che guarda a Sud e a Est solo per difendersi. Se l’Europa vuole essere protagonista del nuovo millennio, allora deve interpretare se stessa come una realtà dinamica e in espansione, dai confini ”mobili“, verso Sud e verso Est. Questa Europa non può fare a meno del Mezzogiorno.


 


Mobbing


La parola mobbing deriva dal verbo to mob (assalire con violenza) e venne introdotta per la prima volta nel campo dell’etologia da Konrad Lorenz, che la utilizzò per indicare il comportamento aggressivo di alcune specie di uccelli nei confronti dei loro contendenti che tentano di assalire il proprio nido.

Colui che cominciò a studiare il mobbing come violenza psicologica nel luogo del lavoro ed in quanto tale responsabile di patologie per chi lo subisce, è stato lo psicologo tedesco Heinz Leymann, che nel 1986 illustrò in un libro le conseguenze, soprattutto sulla sfera neuro-psichica, di chi è esposto ad un comportamento ostile protratto nel tempo, da parte dei superiori o dei colleghi di lavoro.

Non esiste una definizione univoca di mobbing in quanto trattasi di un fenomeno dalle molteplici sfaccettature. Ci si richiama alla definizione che ci ha lasciato Leymann, il quale sostiene che ”il terrore psicologico o mobbing lavorativo consiste in una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che, a causa del mobbing, è spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa“.

Si può parlare di mobbing quando lo scenario è il luogo del lavoro e quando esiste il requisito temporale: le violenze psicologiche cioè sono regolari, sistematiche e durature nel tempo.

Il mobbing, anche in conseguenza dei profondi mutamenti sopravvenuti nel mondo del lavoro (flessibilità, inserimento di elementi di contrattazione individuale rispetto a quella collettiva, intensificazione dei ritmi, competizione), ha assunto il carattere di vero e proprio pericolo, e rappresenta oggi uno dei problemi più gravi nella vita professionale delle persone.

Sul piano della contrattazione collettiva nazionale si può fare molto, inserendo già nei protocolli di intesa che si stipulano tra confederazioni e amministrazione, un articolo che riguarda il mobbing e le molestie sessuali“. Si può prevedere la costituzione di una Commissione al fine di formulare proposte di azioni positive in ordine alla prevenzione e alla repressione delle situazioni di mobbing.

I socialisti auspicano che ”l’ambiente di lavoro sia improntato alla tutela della libertà, dignità ed inviolabilità della persona ed ai principi di correttezza nei rapporti interpersonali“.

Oltre che nell’ambiente di lavoro, il mobbing è sempre più diffuso a casa e a scuola.

Tale fenomeno può benissimo estendersi a pieno titolo al diritto di famiglia: oggi un coniuge può essere condannato per mobbing nei confronti dell’altro coniuge, uomo o donna che sia.

Una interessante sentenza della Corte d’appello di Torino apre nuovi scenari sulla tutela avanzata dei soggetti più deboli. Si è infatti pronunciata una sentenza con addebito di responsabilità al coniuge aggressivo ”moralmente“. I soprusi non si concretizzavano in vere e proprie molestie, ma in qualcosa di meno evidente ma non per questo di meno grave per la moglie. Questa decisione potrà essere l’inizio di una tutela per i più deboli non solo per l’ ambiente di lavoro ma anche tra le pareti domestiche.

In conclusione viene da chiedersi perchè mai la condotta lesiva del mobbing, perpetrata attraverso medesimi schemi comportamentali, sia ritenuta fonte di responsabilità nell’ambiente lavorativo e non in quello familiare, dove il valore della personalità morale del coniuge conosce uguale riconoscimento a livello costituzionale.

In merito al mobbing i socialisti ritengono quindi positivo un intervento del legislatore per regolamentare la materia.



 

Molestie sessuali


Per molestia sessuale si intende ogni atto o comportamento indesiderato, anche verbale, a connotazione sessuale, arrecante offesa alla dignità e alla libertà della persona che lo subisce, oppure atto che possa creare ritorsioni o un clima di intimidazioni nei suoi confronti.

Le molestie sessuali costituiscono una forma di discriminazione in base al sesso e sono pertanto espressamente vietate, in tutti i Paesi dell’Unione europea.

Secondo una recente stima della Commissione europea, infatti, il 40-50% delle donne e il 10% degli uomini nei Paesi dell’Unione ha subìto molestie almeno una volta nel corso della sua vita lavorativa. Le donne comprese tra i 15 ed i 59 anni hanno subìto ricatti sessuali sul posto di lavoro: in particolare per essere assunte e per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera. Solo una parte prosegue l’attività lavorativa, la parte più debole lascia il lavoro o viene addirittura licenziata.

Maggiore è il numero delle donne a cui è stata chiesta una ”disponibilità sessuale“ al momento della ricerca di un’occupazione.

Da un’indagine Istat risulta che sono soprattutto le donne con un titolo di studio elevato a subire ricatti sessuali sul lavoro; solo una piccola percentuale di esse ha raccontato la propria esperienza, soprattutto a colleghi, ma quasi nessuna ha denunciato l’esperienza alle forze dell’ordine: per mancanza di fiducia nelle stesse; per non ritenere il fatto abbastanza grave e per paura di essere trattata male al momento della denuncia. 

La Commissione europea ha emanato una Raccomandazione sulle molestie sessuali sul lavoro, alla quale è stato affiancato un codice di buona condotta.

Anche per le molestie sessuali come per il mobbing, i socialisti auspicano un urgente intervento del legislatore.

 


Multiculturalismo


I problemi posti dalla società multietnica nei diversi Paesi europei negli ultimi tempi hanno acceso un dibattito talvolta lacerante sulle modalità di approccio, salvaguardia e gestione della multiculturalità senza atteggiamenti prevaricatori. Si tratta di un problema antico che tende però a diventare una vera emergenza sociale, nel momento in cui collettività di immigrati assai numerose chiedono al Paese che li ospita non più di avere riconosciuti i diritti che sono concessi a tutti i cittadini, ma di avere tutelata e promossa la propria identità etnico-linguistico-religiosa collettiva.

Essi chiedono cioè di essere accettati e protetti non solo come individui, ma anche come membri di una comunità verso la quale manifestano un forte sentimento di appartenenza.

Si tratta di fenomeni di lealtà ”duale“ – di fedeltà cioè manifestata al Paese che li ospita e insieme al Paese, o meglio alla ”civiltà“, da cui essi provengono – che stanno creando in alcuni Stati europei, come l’Italia, la Francia e la Germania, problemi molto seri.

Basta pensare alla questione del crocefisso esposto in luoghi pubblici che ha prodotto, in Italia e in Germania, vivaci contestazioni da parte degli islamici, o alla questione del velo  islamico, che ha dato vita in Francia, ma anche in Germania, a  conflitti   ideologici molto accesi.

Tali problemi vanno affrontati non attraverso rigide prescrizioni normative, che possono dar luogo a conflitti destinati a moltiplicarsi all’infinito – così come sta avvenendo in Francia – ma in modo flessibile, come insegna l’esperienza inglese, dove un approccio pragmatico consente di trovare di volta in volta un accettabile punto di equilibrio tra esigenze che pure sono potenzialmente contrastanti: la tutela dei valori laici delle società occidentali, da una parte, e il rispetto delle diverse identità culturali, dall’altra.

Nessuno può essere costretto con la forza ad essere libero. Naturalmente in questo campo vi sono limiti insuperabili. Un conto è l’esibizione in pubblico di simboli identitari, un altro conto è imporre, entro il gruppo etnico, la confessione religiosa, pratiche, obblighi che indebitamente limitano o addirittura vìolano i diritti fondamentali o precise prescrizioni dell’ordinamento del Paese ospitante. Se non può lo Stato limitare i diritti fondamentali, a maggior ragione ciò non può essere fatto da un gruppo minoritario, che volesse imporre, per esempio, ai suoi membri pratiche che attentano alla integrità personale.