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Nation Building

New Labour

Nato




Nation Building


La nozione di Nation-Building è entrata nella terminologia corrente nel corso degli anni ‘90 ad indicare gli interventi multifunzionali realizzati dalla comunità internazionale per la ricostruzione politico-istituzionale, economica e sociale di Stati le cui strutture di governo sono venute meno a seguito di guerre, conflitti o gravi crisi interne (failed states). Possiamo definire il Nation Building come l’uso della forza armata in conseguenza di un conflitto per sostenere una transizione durevole verso la democrazia. Sei sono i casi più rilevanti dalla seconda guerra mondiale: la Germania, il Giappone, la Somalia, Haiti, la Bosnia, il Kosovo e l’Afghanistan, ai quali va aggiunto l’Iraq. Attualmente, un elemento di grande importanza è costituito dal quadro di legittimità internazionale in cui l’intervento si colloca.

Il fondamento delle operazioni di Institution-Building/Nation-Building viene collegato a delibere del Consiglio di sicurezza ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. I principali e più recenti interventi di Nation-Building sotto l’egida delle Nazioni Unite, dopo l’esperienza dell’UNTAC in Cambogia, sono stati condotti in Kosovo (UNMIK) e a Timor Est (UNTAET). L’ONU, in collaborazione con altre organizzazioni internazionali, ha assunto l’amministrazione diretta del territorio, esercitando poteri normativi, esecutivi e giudiziari, sostituendosi alle istituzioni statali al fine di garantire il mantenimento della pace e della sicurezza e facilitando la transizione democratica verso forme di governo rispettose delle minoranze etniche e dei diritti umani fondamentali.

Al di fuori dei meccanismi istituzionali che prevedono l’autorizzazione o il controllo diretto dell’ONU, gli interventi di Institution-Building possono essere oggetto di iniziative unilaterali di singoli Stati o di gruppi di Stati. In Afghanistan, l’intervento militare attuato da una coalizione internazionale al fine di sradicare il regime talebano al governo, è stato seguito da un’ampia operazione di Nation-Building realizzata sotto la guida degli stessi attori statali coinvolti nelle operazioni belliche. L’ONU ha in seguito conferito legittimità internazionale all’operazione mediante una delibera del Consiglio di sicurezza fondata sul Capitolo VII della Carta. La partecipazione dell’ONU e delle sue agenzie specializzate a questa seconda tipologia d’interventi di Nation-Building è tuttavia più limitata, sia in relazione ai processi di transizione politica che a quelli di ricostruzione istituzionale ed economica. Ciò rende politicamente più debole l’intervento, perché il solo assenso dell’ONU nella gestione di una crisi conferisce inevitabilmente alla missione militare un carattere meno neutrale rispetto alle parti in conflitto.

Vari fattori, come l’esperienza democratica precedente, il livello di sviluppo economico e il grado d’omogeneità sociale, possono influenzare il successo del Nation Building, anche se elemento determinante sembra essere il livello di impegno in termini militari, finanziari e temporali. Il Nation Building multilaterale è più complesso e lento di quello unilaterale, ma è preferibile ad esso, perché consente di realizzare meglio le trasformazioni richieste e la riconciliazione nazionale. L’esigenza dell’unitarietà del comando, spesso indicata come elemento a favore dell’approccio multilaterale, può essere soddisfatta anche in operazioni con estesa partecipazione multilaterale, quando i partecipanti condividono la stessa visione e calibrano di conseguenza la risposta delle istituzioni multilaterali coinvolte. E’ inoltre essenziale ottenere il sostegno degli Stati contigui per evitare spinte centrifughe.

Il caso dell’Iraq, in cui la fase combattente è stata rapida ed il regime è caduto prima di quanto si attendesse, dimostra che l’obiettivo di costruire una democrazia solida ed economicamente sostenibile è difficile da realizzare al di fuori di un quadro multilaterale (vd. Iraq). L’opzione preferibile resta quindi quella di affidare all’ONU un preciso mandato di ”post-conflict union building“, per riprendere le parole della Dichiarazione dell’Unione europea sull’Iraq del 17 aprile 2003.


 


Nato


Immediatamente dopo la caduta del comunismo si è posto il problema di una riconversione della NATO, che andava riorganizzata secondo un nuovo concetto strategico.

L’idea, emersa nel corso dei summit svoltisi durante gli anni ’90, è sempre stata quella di abilitare l’Organizzazione alla gestione delle operazioni di peace keeping, che in un mondo senza blocchi contrapposti dovrebbero costituire i normali interventi militari attraverso i quali gli Stati si ingeriscono negli affari interni di un altro Stato.

Tale ingerenza ha come scopo il mantenimento della pace o la creazione delle condizioni per arrivare alla pace, sia prevenendo i conflitti insorti tra più popolazioni di uno stesso Stato sia risolvendoli anche attraverso l’uso della forza.

In questa nuova veste, quindi, la NATO non è più solo un’organizzazione di difesa che agisce nell’ambito dei territori dei paesi aderenti al Trattato Nord Atlantico, ma diviene un sistema di sicurezza globale, chiamato ad agire ”fuori area“ e prevalentemente sotto l’egida dell’ONU, ovunque insorgano situazioni di crisi.

L’altissima professionalità degli uomini che operano nelle strutture NATO e i mezzi a disposizione dell’Organizzazione fanno di essa lo strumento ideale per garantire una gestione delle crisi multilaterale.

Se questo è lo scopo della ”nuova NATO“ è giusto che essa si apra a tutti i paesi che condividono i valori che sono posti alla base del Trattato istitutivo dell’Organizzazione.

Di fronte ai nuovi compiti della NATO, la vecchia divisione del mondo della guerra fredda – in base alla quale la NATO costituiva lo strumento difensivo fondamentale dell’Occidente – non può rappresentare un elemento da invocare ancora oggi per operare delle discriminazioni tra i paesi che aspirano a far parte dell’Organizzazione nel momento in cui se ne decide l’allargamento.

La NATO più larga è già una realtà; si tratta adesso di affrontare il problema delle forme attraverso le quali gradualmente si può pervenire ad una vera e propria nuova organizzazione con nuovi compiti.



 

New Labour


Risulterebbe poco comprensibile il New Labour, voluto da Tony Blair, senza collocarlo nel contesto dello sviluppo del tutto peculiare che ha conosciuto il socialismo inglese rispetto a quello dell’Europa continentale e soprattutto dei paesi neolatini.

La cultura politica anglosassone propensa all’empirismo non si è mai abbandonata, come invece è avvenuto altrove, ai sogni di palingenesi sociale.

Non è estraneo alla tradizione del socialismo inglese un certo stile di utopia scientifica; è invece del tutto estraneo ad essa lo spirito anarchico e la proposta comunista.

I laburisti sono tornati al potere in Inghilterra nel 1997, dopo diciotto anni di esclusione dal Governo di un Labour egemonizzato dai leaders vicini alle Unions.

Blair è stato sempre consapevole che la riorganizzazione del partito non potesse avvenire sulla base di una visione del socialismo ancora segnata da antiche utopie.

In verità il marxismo non ha mai avuto un grande seguito in Gran Bretagna, tuttavia il classismo, inteso come difesa delle conquiste sociali ottenute nelle battaglie di oltre un secolo, ha prevalso a lungo nel laburismo, rendendolo capace di proiettarsi verso il cambiamento, ma ciò non gli ha impedito di aggiornare la propria politica e nel contempo salvaguardare i tradizionali principi di equità e di giustizia sociale. Solo in connessione con i lunghi e ripetuti scioperi dei minatori il Labour Party è entrato in crisi e per quasi un ventennio si è dimostrato incapace di rappresentare una credibile alternativa di governo. Da queste crisi nasce il New Labour come nuova formazione capace d’interpretare al meglio l’esigenza della Gran Bretagna.

Blair ha ripensato radicalmente la socialdemocrazia. Ha operato un grande rinnovamento del partito anzitutto culturale. Blair, e il gruppo di intellettuali che con lui hanno collaborato, hanno indicato nella terza via la prospettiva a cui guardare; una terza via non intesa come accadde per i comunisti italiani, come una srategia che escludesse sia la ”soluzione socialdemocratica“ sia la ”soluzione comunista“, ma come una evoluzione naturale della socialdemocrazia in senso liberale che escludesse sia il liberismo selvaggio sia lo statalismo democratico. Si tratta di esonerare lo stato da compiti che potrebbero meglio assolvere gli imprenditori privati o direttamente i cittadini, senza deprimere il livello qualitativo delle prestazioni sociali.

Nel New Labour di Blair è anche forte il recupero dell’etica protestante, sensibile ai temi sociali e al problema della povertà, ma anche al valore della moralità individuale, e anche per questo il valore della responsabilità individuale appare al centro della prospettiva neolaburista.

Il coinvolgimento sempre più diretto dei cittadini britannici nelle più rilevanti decisioni politiche, sollecitato da un governo ”amico“ e non vessatore o indifferente, rianima, nella prospettiva neolaburista, l’amore per la democrazia e dunque anche per relazioni con l’Europa più strette e impegnative.

Tra le finalità prioritarie del New Labour infine c’è anche quella di realizzare una democrazia europea che sia compatibile con un forte rapporto di amicizia con gli Stati Uniti.