OMC
L'attuale fase della globalizzazione e dell'interdipendenza economica tra gli Stati ha posto al centro del dibattito politico la questione relativa alla regolamentazione delle relazioni commerciali internazionali e l'esigenza di rivedere i meccanismi di partecipazione dei Paesi meno avanzati all'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), istituita il 15 aprile 1994 a Marrakesh, con l’Atto Finale dell'Uruguay Round.
In occasione delle più recenti conferenze OMC, che si tengono periodicamente per assicurare lo svolgimento dei rounds di negoziati tra i Membri e aggiornare le strategie da perseguire nel campo del commercio internazionale, è emerso che la maggior parte degli Stati condivide l’esigenza del progressivo smantellamento delle barriere commerciali. Tuttavia, questo fine viene ancora ostacolato dal persistente sensibile divario economico tra gli Stati, e dalla resistenza opposta da quelli più ricchi a rinunciare alla posizione di privilegio della quale godono i propri produttori a favore di quelli appartenenti ai Paesi più poveri. Ciò spiega le resistenze degli Stati industrializzati a rafforzare i meccanismi multilaterali di compensazione e l’insuccesso di molte delle proposte di modifica delle norme esistenti presentate alle Conferenze di Doha del 2001 e Cancun del 2003.
Uno dei temi su cui si focalizza principalmente l’attenzione della comunità internazionale è il settore agricolo, oggetto di ampie discussioni a Cancun, dove è saltata l’importante scadenza negoziale della definizione delle modalità di negoziato sull’accordo sull’agricoltura, mirato a ridurre le tariffe ed i sussidi che l'UE e gli Stati Uniti erogano agli agricoltori (311 miliardi di dollari nel 2002). Alcuni Paesi in via di sviluppo, capeggiati da Cina, Brasile e India, il cosiddetto Gruppo dei 22, si sono coalizzati contro le Potenze economiche occidentali ma non sono comunque riuscite a prevalere, con la conseguenza di Cancun non è arrivata ad alcun risultato.
Ad oggi, quindi, il sistema multilaterale degli scambi imperniato sull'OMC non soddisfa pienamente le esigenze dei Paesi in via di sviluppo, per i quali sarebbe necessaria una regolamentazione maggiormente attenta ai loro bisogni. Ciò conferma la priorità di una riforma dell'Organizzazione diretta a creare migliori condizioni di democrazia e trasparenza.

ONU
Dopo la fine della guerra fredda, molti pronosticavano un mondo ”senz’altro più pacifico“, in quanto più rispettoso della legge internazionale e del ruolo che finalmente l’ONU sarebbe stata in grado di svolgere sia sul piano dell’attività normativa, sia su quello delle misure di polizia che in base allo Statuto il Consiglio di Sicurezza è in grado di prendere. I fatti hanno dimostrato, già pochi mesi dopo la caduta del comunismo, che il mondo del dopo guerra fredda sarebbe stato un mondo più disordinato. Con il dissolversi dell’ordine bipolare infatti, tante medie potenze hanno rivendicato un ruolo da protagonisti nelle rispettive regioni, determinando così una corsa al riarmo in buona parte alimentata dalla messa sul mercato del formidabile arsenale sovietico.
L’ordine internazionale, insomma, basato su una concezione cooperativa della sicurezza, secondo cui tutti gli Stati, o comunque i maggiori Stati divenivano al tempo stesso produttori e consumatori di sicurezza, si è rivelato irrealizzabile. Ma lo stesso ruolo dell’ONU non ha avuto quell’espansione da tanti prevista. Se si esclude la prima guerra irachena, quella voluta da Bush senior ma svoltasi sulla base delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e limitata negli obiettivi pratici perseguiti alla liberazione del Kuwait (contro l’opinione di quanti volevano che la guerra andasse avanti fino alla caduta di Saddam Hussein), tutte le altre crisi succedutesi nel corso di questi anni hanno registrato un intervento tutto sommato marginale delle Nazioni Unite. Particolarmente clamorosa da questo punto di vista appare la vicenda irachena, sia con riferimento al modo come si è arrivati alla seconda guerra contro Saddam Hussein, sia con riferimento al modo come si è gestito il dopoguerra. La guerra è stata decisa soltanto dagli USA che hanno bollato come ”incapaci“ gli ispettori dell’ONU perché non in grado di trovare le armi di distruzione di massa, di cui si riteneva detentore Saddam Hussein. Finita la guerra lampo con la caduta di Bagdad, il dopoguerra è stato gestito soprattutto dal governo americano, che ritiene di dovere continuare ad occupare l’Iraq fintantoché, a suo giudizio, non si saranno create le condizioni per l’insediamento di un vero governo democratico. L’idea, sostenuta da molti governi europei, di un sostanziale affidamento alle Nazioni Unite. della gestione politica della drammatica situazione prodottasi dopo la guerra in Iraq, è stata apertamente osteggiata dall’Amministrazione Bush. Il rischio è che i colpi inferti alla credibilità delle Nazioni Unite oltre alla sua intrinseca debolezza, da ultimo anche attraverso la gestione della crisi irachena, possano determinare una perdita di immagine irreversibile, e quindi paradossalmente sancire la estromissione dell’Organizzazione dalla gestione delle crisi, affidando quindi direttamente agli Stati, e alle coalizioni da essi decise, l’assunzione e la gestione delle misure da cui dipendono la pace e la sicurezza internazionali. Riteniamo invece che con la fine dell’ordine bipolare bisogna ripristinare il ruolo dell’ONU, che è stato per tanti anni ad essa negato dalla logica bipolare della guerra fredda, riformando anzitutto il Consiglio di Sicurezza, rimodulato nella composizione su base continentale e sub-continentale nonché dotando l’ONU di un suo ”esercito“, così come previsto dall’art.43 dello Statuto.
L’Internazionale Socialista ha avanzato nel 2005 una sua proposta per la riforma dell’Onu, fondata sulla democratizzazione dell’Organizzazione e la maggiore partecipazione delle Organizzazioni non govenative.

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