PAC (Politica Agricola Comunitaria)
Per quanto riguarda l’agricoltura comunitaria, l’avvio di processi di liberalizzazione è previsto anche a seguito dell’allargamento della PAC a nuovi Paesi a fronte di minori risorse messe a disposizione dai Paesi membri. La via d’uscita principale per il settore agricolo è rappresentata dalla stipula di un patto virtuoso, nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, tra ”i ricchi“, che accettano un processo di liberalizzazione degli scambi eliminando o riducendo ai minimi termini sia gli ostacoli al commercio che le misure di protezione tariffaria, e ”i poveri“ che sottoscrivono regole volte a tutelare i prodotti coperti da denominazione di origine e da indicazione geografica, oltre a prendere atto dell’esistenza di una agricoltura multifunzionale (vd. ”Agricoltura“). Un cambio di rotta, questo, che sarebbe certamente apprezzato da un’opinione pubblica che mal sopporta di finanziare la vecchia PAC, mentre pretende prodotti alimentari di qualità, sicuri, coltivati in un ambiente rispettato, e soprattutto pretende che vengano adeguatamente tutelati tipi e qualità di prodotti ”praticamente unici“ (in questo contesto un’attenzione particolare deve essere posta e sul mantenimento dei metodi produttivi di qualità e sulla difesa di riconoscimento di tale qualità attraverso marchi o aree con particolari denominazione).
È auspicabile una revisione dei regimi di sostegno alle carni, al latte e alle grandi colture avviando un processo da concludere nel biennio 2007/08.
Non è più rinviabile il riequilibrio nella ripartizione del sostegno fra i comparti produttivi e fra i Paesi membri. L’agricoltura italiana rappresenta il 16% della produzione comunitaria, ma beneficia dell’11% degli stanziamenti FEOGA/garanzia, subendo le maggiori distorsioni nell’ortofrutta e nella zootecnia.
Come si vedrà durante il prossimo decennio, l’agricoltura comunitaria dovrà fare i conti con importanti novità. Esse potranno essere governate o con politiche conservatrici e difensive, forse più popolari nel breve periodo, o da politiche lungimiranti e riformiste, capaci di garantire altissimi standard di sicurezza alimentare, qualità certificate dei prodotti, protezione dell’ambiente e salvaguardia del paesaggio.
Tra breve il governo italiano sarà chiamato in sede comunitaria a fornire risposte precise che chiariranno le sue effettive intenzioni. I socialisti in Italia, come in Europa, hanno messo in campo proposte di riforma della PAC finalizzate alla trasformazione e modernizzazione del settore primario nel segno della qualità.

PACS (Patti Civili di Solidarietà)
Il patto civile di solidarietà costituisce una forma di regolazione giuridica per unioni di persone tra sesso diverso, ma anche dello stesso sesso. Si tratta di una forma che hanno già ampiamente utilizzato altri paesi; una forma di regolazione di tali unioni certo non riconducibili al concetto di famiglia a cui fa riferimento l’art. 29 della Costituzione, che si occupa solo della famiglia fondata sul matrimonio. Ma il silenzio dell’art. 29 con riferimento a questo tipo di unioni non equivale certo ad un divieto. Anzi vi sono principi e valori costituzionali (come quelli di non discriminazione e di solidarietà) che possono legittimare la tutela della famiglia come società degli affetti, di una famiglia diversa da quella fondata sul matrimonio. Si tratta di non discriminare il partner di fronte a decisioni importanti per il convivente, alle quali ha diritto di partecipare; e si tratta di garantire una tutela patrimoniale efficace al membro più debole della coppia. Si tratta di principi fondamentali della nostra Costituzione non estranei alla cultura cattolica, la cui influenza nella formazione della Costituzione è stata decisiva. Nessun disordine sociale può venire dal riconoscimento di tali situazioni di fatto essendo esse ormai considerate ”normali“ dalla coscienza sociale.
Un rilievo, tuttavia, su questo punto va fatto: esso riguarda l’eventualità una moltiplicazione senza limiti dei contratti di status.
Bisogna evitare di fare in questo campo della sperimentazione giuridica moltiplicando i contratti di status. Un conto è regolare per via contrattuale alcuni aspetti della vita di una comunità famigliare di fatto, un altro conto è contrattualizzare aspetti particolari o particolarissimi nel rapporto di coppia che precedono il matrimonio e la convivenza.
Pensiamo ai patti prematrimoniali, alla premessa di matrimonio. Non si tratta certo di fatti illeciti. Ma un eccesso di regolamentazione giuridica in questo campo finisce con il giuridicizzare eccessivamente il rapporto di coppia creando alla fine disordine sociale. L’ordinamento deve occuparsi solo di quei patti che hanno rilevanza sociale; solo con riferimento ai patti costitutivi di una nuova famiglia, che hanno una natura diversa da quella di cui si origina la famiglia legittima, è giusto intervenire normativamente.
Sul tema dei Pacs i socialisti con la Rosa nel Pugno saranno intransigenti nel pretendere che il programma del centrosinistra non solo contenga impegno esplicito a prevederne il riconoscimento, ma anche garantire ai patti non la natura di accordo privatistico, bensì quella di un vero e proprio regime giuridico che è produttivo di diritti che devono essere riconosciuti anche dai terzi (in primo luogo lo Stato).
Pari Opportunità
Pari opportunità significa assenza di ostacoli alla partecipazione politica, economica, sociale a causa di sesso, razza, religione, orientamento sessuale, lingua.
Le politiche di pari opportunità si propongono di rimuovere gli ostacoli, cioè le discriminazioni, estendendo il concetto di discriminazione dal caso individuale a quello di gruppo.
Esse si affermano tra gli anni ’50 e ’60 negli Usa, dove la disuguaglianza tra la popolazione bianca e quella nera, la discriminazione di razza, contrasta in modo stridente con il principio costituzionale di uguaglianza.
Successivamente vengono riferite anche, soprattutto in Italia, alla discriminazione sulla base del sesso e vengono ”istituzionalizzate“ negli organismi preposti alla promozione dell’uguaglianza tra donne e uomini (Commissione Nazionale di Parità e Pari Opportunità, presso la Presidenza del Consiglio, Comitato Nazionale per le Pari Opportunità, presso il Ministero del Lavoro).
Le politiche di pari opportunità attuano misure specifiche (azioni positive) indirizzate al gruppo discriminato; concretamente, al principio di uguaglianza di trattamento di tutti gli individui affiancano quello teso a colmare le condizioni di svantaggio.
Le misure adottate nel sistema di rappresentanza, definite in passato come quote, ora sono indicate come norme antidiscriminatorie. Il Psi fu il primo Partito italiano ad introdurle nei suoi organismi dirigenti.
I socialisti che sono sempre stati a favore delle politiche di pari opportunità e delle azioni positive, ne hanno però sempre sottolineato la temporaneità.
La nostra prospettiva è infatti tesa a realizzare in ogni ambito la totale parità tra uomini e donne garantendo a ciascun componente della società rappresentanza ad ogni livello.

Partito regionale
La ”riforma federalista“ non deve trasferire soltanto competenze dal centro alla periferia, ma deve dare una diversa rilevanza al sistema politico regionale. Esso deve vedere esaltata la propria autonomia, non solo sul piano delle forme organizzative, ma anche su quello della capacità delle leadership locali di esprimere programmi e indirizzi politici. In un certo senso, viene meno così la tradizionale contrapposizione centro / periferia, ed anche la politica, come l’economia, scopre la propria dimensione reticolare. Il federalismo, quindi, richiede sistemi politici locali che non si configurano come sottosistemi rispetto a quello nazionale, ma come sistemi autonomi capaci di esaltare leadership locali che non si presentano nel territorio come terminali passivi del leader che guida i partiti nazionali. Tutto ciò presuppone però un’autentica vita democratica nel partito regionale, in grado di legare realmente il partito alle specificità sociali e politiche che connotano il territorio. Il partito regionale quindi non è il partito della divisione, non è il partito etnico e razzista, che si propone di esasperare il conflitto tra gli interessi delle diverse regioni, ma è il partito che può rendere un grande servizio alla politica nazionale nella misura in cui si preoccupa di stabilire un legame più intenso a livello locale tra partito e società. Esso quindi costituisce una formidabile risorsa per ridare ai partiti nazionali una rappresentatività da tempo perduta e per riattivare nel territorio canali di partecipazione da troppi anni ormai disattivati.

Patria
Il patriottismo è un elemento fondamentale dell’identità dei socialisti riformisti italiani, le cui radici affondano anche nella componente democratica e garibaldina del Risorgimento. I socialisti non hanno mai smarrito questo patrimonio. Anche in occasione della Grande guerra, che è forse tra i momenti che ha maggiormente segnato le divisioni interne alla famiglia socialista con conseguenze drammatiche per il paese, i socialisti riformisti, pur contrari in larga parte a quella che si presentava come una gigantesca tragedia europea, non assunsero mai posizioni antipatriottiche e anti-nazionali. La Resistenza contro il nazifascismo ha visto per i socialisti la felice fusione tra spirito patriottico e lotta per la libertà. Pur avendo partecipato alla rifondazione dello Stato in senso democratico, una gran parte della sinistra, invece, ha mantenuto troppo a lungo nell’oblio la propria anima patriottica: in particolare, ricade su molti esponenti della cultura comunista la responsabilità di avere legato, a partire dalla scissione del 1921, il cammino italiano verso la giustizia sociale ai destini dell’Unione sovietica e di avere, durante la guerra fredda, espunto la parola ”patria“ dal vocabolario dei progressisti italiani. Fu Craxi a riportare il patriottismo tra i valori fondamentali della sinistra italiana. È anche grazie a quella scelta che oggi l’Italia, in un mondo globalizzato che richiede una sempre più forte consapevolezza delle proprie radici e della propria storia, può far valere la propria identità nazionale come un elemento non solo di difesa dei propri interessi, ma anche di arricchimento del dialogo tra i popoli e le culture.

Pensioni
Nell'ampio concetto di sicurezza sociale, che esprime l'esigenza che venga garantita a tutti la libertà dal bisogno, in quanto condizione indispensabile per l'effettivo godimento dei diritti civili e politici, si pone il sistema di previdenza sociale, che realizza nella tutela pensionistica, collettiva, obbligatoria ed ispirata ai principi generali di protezione sociale della Costituzione repubblicana, la tutela dai bisogni socialmente rilevanti più articolata e complessa sotto il profilo giuridico e la più importante sotto il profilo della quantità di risorse erogate e delle categorie tutelate.
Il sistema pensionistico rappresenta un meccanismo di trasferimento di risorse a favore di individui che sono al di fuori del processo produttivo, fornendo a tali soggetti una protezione economica che consente loro l’acquisizione delle risorse prodotte nel periodo corrente. Tale trasferimento di risorse avviene nel momento in cui si verifica uno degli eventi meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento: raggiungimento di limiti di età anagrafica o contributiva; inabilità al lavoro; ragioni di sostentamento economico minimo; collegamenti familiari con soggetti che in passato hanno maturato diritti a prestazioni previdenziali.
Nonostante le frequenti modifiche, all’interno del sistema previdenziale italiano possono essere individuati alcuni connotati rimasti sostanzialmente invariati. Questi hanno finito per caratterizzare, dal punto di vista tecnico, la struttura del sistema previdenziale nelle sue varie fasi, e, perciò, non possono non rappresentare, per così dire, il punto di riferimento della vicenda evolutiva che ha complessivamente caratterizzato la materia.
Marchio di origine, innanzitutto, è da considerarsi la struttura assicurativa del sistema (quindi con l’apporto finanziario determinante delle categorie interessate) e il correlato assetto su base professionale (che spiega l’esistenza della pluralità dei regimi e le reciproche differenziazioni di questi).
Connotato essenziale deve essere considerato, poi, il criterio della ripartizione per la gestione delle risorse finanziarie (tuttora attuale sebbene ridimensionato per effetto della istituzionalizzazione della previdenza complementare), la cui adozione in luogo del criterio della capitalizzazione è stata conseguenza necessitata della svalutazione monetaria del dopoguerra.
Sembra opportuno ricordare come ”le politiche dello Stato sociale“ devono essere improntate al criterio della ragionevolezza: il legislatore, nel modificare una o più parti del sistema sociale, deve bilanciare da un lato l’esigenza di dare attuazione ai diritti costituzionalmente garantiti, dall’altro le esigenze globali derivanti dalle finanze dello Stato. In altri termini, il problema della sostenibilità finanziaria del sistema coinvolgendo valori essenziali del corpo sociale deve essere necessariamente affrontato considerando anche il profilo della sostenibilità sociale delle misure dirette a contenere e ridurre l’impiego delle risorse finanziare del settore.
Quanto appena affermato ci aiuta a capire come mai, molto spesso, si sia utilizzata ”la necessità di una riforma“ di tale normativa come duttile strumento di politica economica. Questa ha portato il legislatore ordinario lontano da un disegno costante e da una visione organica: il complesso normativo, nella sua evoluzione, lascia piuttosto trasparire opzioni e politiche del diritto mutevoli, perché per lo più ispirate dal contingente.
Alla difficoltà politica di intervenire in direzione di un restringimento della copertura sociale in un campo che investe simultaneamente l’interesse pubblico, gli interessi collettivi delle varie categorie di lavoratori, le aspettative di diritto dei singoli, l’interesse delle imprese sotto il profilo del costo del lavoro, nei tempi più recenti si sono aggiunte le difficoltà prodotte dalla rivoluzione demografica in corso. Tale rivoluzione è caratterizzata sia dall’abbassamento della natalità, sia da quello della mortalità e, quindi, richiede maggiori risorse per essere alimentato. Si tratta di un problema che non è solo italiano, ma che in Italia ha indubbiamente assunto rilievo straordinario.
Il dato anomalo del nostro sistema pensionistico è costituito dalle cosiddette ”pensioni di anzianità“, che ancora consentono di ritirarsi dal lavoro attivo (almeno dal mercato formale) prima di aver compiuto 65 anni. Questa anomalia è stata aggravata dal fatto che si possa ancora andare in pensione persino al di sotto dei sessanta anni, anche se questa possibilità si sta gradualmente riducendo. Il principale fattore di anomalia è costituito dai cosiddetti ”lavoratori precoci“, che avendo iniziato molto presto a lavorare, possono ancora, con le regole attuali, andare in pensione con notevole anticipo. Inoltre, il concetto di ”lavoro usurante“ è stato esteso oltre il suo specifico significato. A ciò si aggiunge che tutta una serie di agevolazioni (riscatto degli anni di laurea, del servizio militare etc.) hanno artificiosamente incrementato gli anni di lavoro. Si deve inoltre considerare che si sono aggiunte al ”pensionamento facile“ politiche di prepensionamento, dovute a stati di crisi aziendali, che attraverso scivoli e altre facilitazione hanno contribuito ad alimentare il popolo dei ”baby pensionati“.
La proposta dello SDI è quella di far diventare la pensione la somma di tre blocchi che si completano complessivamente. Tre blocchi, non due. Il primo è la pensione di solidarietà di cui si fa carico la collettività nel suo complesso e corrisponde all’esigenza che nessuno sia indigente da vecchio. La cosiddetta ”minima“ – 516 euro – viene dunque posta al carico della fiscalità generale e sottratta agli oneri che gravano sul costo del lavoro, per le pensioni future e per quelle in essere: cioè da subito. Trattasi di 516 euro di cui 350 incondizionati e i rimanenti soggetti alla dimostrazione dell’assenza di altri mezzi. La pensione di solidarietà viene erogata solo al raggiungimento dell’età della vecchiaia, cioè a 65 anni di età, che segna anche l’inizio della incompatibilità tra reddito di lavoro e pensione. Il secondo blocco è la pensione di lavoro, frutto della storia contributiva, obbligatoria, di ciascuno e determinata in funzione dei versamenti, del lavoratore e del datore di lavoro. Può essere riscossa solo dopo un certo numero di anni di contribuzione – 35 o 40 – a prescindere dall’anzianità anagrafica. Dopo i 65 anni ad essa si aggiunge la pensione di solidarietà.
Il terzo blocco, volontario, è legato ai versamenti integrativi, ed è determinato in base al rendimento dei versamenti effettuati.
La pensione che si percepisce è dunque la somma di tre addenti: pensione di solidarietà, finanziata anno su anno dalla fiscalità generale; pensione da lavoro pagata dal rendimento, garantito dallo Stato, dei contributi obbligatori versati dal lavoratore e dal suo datore di lavoro; pensione privata integrativa, finanziata dal fondo pensione a cui si è aderito volontariamente, magari conferendo il TFR, sempre volontariamente.
Quella che si propone non è una riforma neutrale: gli oneri contributivi sono proporzionali al reddito, mentre l’onere fiscale è progressivo. Spostare il finanziamento della pensione di solidarietà sulla fiscalità generale costituisce dunque un trasferimento di risorse verso i meno abbienti. L’allargamento della platea che sostiene l’onere della pensione di solidarietà fa sì che questo onere gravi meno sul costo del lavoro. I lavoratori atipici, poi, che versano solo il 13% di contributi – che spesso non garantisce, dopo una vita di lavoro, il raggiungimento della pensione minima, cosa che costituisce di fatto un furto legalizzato – vedrebbero questi loro versamenti produrre un reddito aggiuntivo rispetto alla pensione di solidarietà. In questo settore sarebbe anche il caso di rivisitare i concetti ispiratori e organizzativi delle Casse edili artigiane che assicuravano, a fronte di un lavoro spesso precario, alcune importanti tutele.
La pensione di solidarietà sarebbe dovuta solo ai residenti e questo, in un periodo di massicce emigrazioni, eviterebbe una spiacevole situazione per cui i costi del sistema sociale restano in Italia, mentre i benefici – cioè la capacità di spesa della popolazione anziana – emigrano verso i paesi di origine dei tanti immigrati che prima o poi, giunti alla pensione, torneranno a casa (ragionamento che non si applica, ovviamente, né alla pensione da lavoro, né a quella privata).
Non una rivoluzione quindi, ma un cambiamento rilevante. Non si tratta insomma di un ritocco per fare cassa a danno di molti.
Solo così il sistema previdenziale può riuscire ad avere quella flessibilità che consente di affrontare la rivoluzione demografica in corso. I prossimi anni sono giustamente considerati anni decisivi per l’andamento della spesa pensionistica, poiché proprio in quel periodo dovrebbe manifestarsi la famosa ”gobba“ destinata a portare ad uno sbalzo della spesa. In questa materia così delicata la concertazione tra governo, impresa e sindacati può, nonostante le oggettive difficoltà, portare ad una accelerazione dei tempi della riforma Dini. Resta comunque la questione strategica di attivare un nuovo sistema pensionistico a tre pilastri come la vera scelta per il futuro.

Piattaforma di Pechino
La Piattaforma di Pechino, considerata una sorta di ”bibbia“ delle donne, è l’insieme delle proposte relative a dodici campi di intervento individuati dalla 4° Conferenza Mondiale sulle Donne delle Nazioni Unite. La Conferenza, cui hanno partecipato tutti i Paesi membri, si è svolta a Pechino nel settembre 1995, nel 50° anniversario della fondazione delle Nazioni Unite. Parallelamente si sono riunite 35.000 donne di associazioni e ong che hanno accompagnato e sollecitato le delegazioni ufficiali arricchendo con le loro proposte i contenuti della Piattaforma.
Tutti i Governi partecipanti hanno espresso la loro determinazione per l’avanzamento dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace per tutte le donne del mondo, nell’interesse dell’intera umanità; hanno sottoscritto la Piattaforma e si sono assunti l’impegno di realizzare le mete relative alle dodici aree critiche: donne e povertà, educazione e formazione, donne e salute, violenza contro le donne, donne e conflitti armati, donne ed economia, donne al potere e nei luoghi decisionali, meccanismi istituzionali per l’avanzamento delle donne, diritti umani delle donne, donne e media, donne e ambiente, le bambine.
I Governi si sono anche impegnati ad introdurre il punto di vista di donne e uomini (visione di genere) in tutte le politiche ed i programmi.
Le donne socialiste hanno contribuito alla diffusione della Piattaforma di Pechino in collaborazione con la Commissione Nazionale di Parità e Pari Opportunità.

Politicizzazione della giustizia
La politicizzazione della giustizia è il risultato di vari fattori legati all’assetto del sistema giudiziario italiano che rinforzano il rilievo politico della magistratura rispetto a quella degli altri paesi. In particolare: 1) i poteri della magistratura nella repressione dei fenomeni criminali (vd. ”Indagini e sicurezza pubblica“); 2) i poteri di autogoverno della magistratura (vd. ”CSM“); 3) l’influenza del tutto eccezionale che la magistratura ha nell’ambito dei poteri esecutivo e legislativo e più in generale sulla classe politica locale e nazionale. Su quest’ultimo punto basta ricordare che i magistrati hanno per legge il monopolio di tutte le posizioni direttive del Ministero della giustizia incluse quelle del gabinetto del Ministro e dell’ufficio legislativo. Il che implica che sul piano operativo il Ministro dipende interamente dai magistrati ministeriali (per informazioni, appunti, pareri, iniziative da prendere, stesura di progetti di legge ecc.). Basta ricordare che numerosi magistrati sono eletti deputati e senatori nelle liste di vari partiti politici e quasi sempre servono nelle commissioni giustizia della Camera e del Senato e/o sono relatori dei progetti di legge sull’amministrazione della giustizia. Oltre che in Parlamento i magistrati occupano posizioni di grande rilievo politico in vari organi dell’esecutivo, nei governi locali, organismi pubblici e commissioni di studio nazionali anche perchè ai magistrati è permesso di partecipare attivamente alla distribuzione delle spoglie controllata dai partiti politici (vd. ”Spoil system“).
Alla politicizzazione della giustizia si deve rispondere eliminando alla radice i fattori che producono attitudini faziose dei giudici a scapito di una vera cultura della giurisdizione, e forme di collateralismo politico incentivate dalla offerta di carriere politiche rapide (vd. ”Malagiustizia“, ”Responsabilità dei magistrati“). Alla base di tale ”reclutamento“ dei magistrati sta, da un lato, il calcolo di mettere a frutto elettoralmente una notorietà acquisita attraverso inchieste che nell’immaginario collettivo processano il potere, dall’altro, l’idea che ogni forma di scambio politico con singoli magistrati possa creare poi nella corporazione aspettative di favori ulteriori tali da garantire aree di impunità per i singoli o per le formazioni politiche che patrocinano lo scambio.
Le crociate contro la magistratura prodotte dalla politicizzazione dei giudici non possono alla fine tradursi né in una sistematica azione di interferenza del legislativo nell’attività giudiziaria, cambiando le regole mentre processi sono ancora in corso, e quindi facendo delle leggi ad personam per garantire l’impunità ad uno o più imputati(vd ”Leggi ad personam“), né costruendo canali di giustizia paralleli e alternativi a quelli della giustizia ordinaria, come le Commissioni parlamentari di inchiesta, a cui spetta valutare soltanto le responsabilità politiche emerse in occasione di fatti che producono forte allarme sociale.
A fronte di inchieste giudiziarie anche clamorose non si giustifica l’istituzione di una parallela Commissione parlamentare, impegnata a fare la controinchiesta. Per comprendere meglio i fatti indagati dai giudici e prendere le decisioni necessarie sul piano politico, basta ricorrere più frequentemente alle indagini conoscitive, che comportano la possibilità per il Parlamento di acquisire in tempi rapidi tutti gli elementi necessari per pervenire ad una decisione politica ”bene informata“, senza dovere organizzare una complessa investigazione destinata normalmente a produrre materiali utili solo a esasperare la lotta politica.
Alla politicizzazione della magistratura si può ovviare modificando alcuni dei fattori strutturali sopra indicati: a) riducendo gli eccezionali poteri della magistratura nella repressione dei fenomeni criminali, soprattutto evitando che essi dirigano le investigazioni condotte dagli organi di polizia (ciò ha dato luogo a fenomeni di ”malainvestigazione“ più frequenti di quelli che si verificano in paesi in cui la PG non dipende dal PM); b) riducendo il peso della corporazione all’interno dell’organo di autogoverno (CSM) anche sul modello dell’analogo organo spagnolo; c) limitando l’accesso di magistrati all’esecutivo, al parlamento, agli organi di governo locali e più in generale ai partiti politici e allo spoil system.

Ponte sullo Stretto
Il Mediterraneo sarà a breve area di libero scambio. E’ facile intuire quali e quante possibilità si offrono per un sistema meridionale che agisca come intermediario fra l’economia dell’Europa continentale che produce beni e servizi ad alta concentrazione tecnologica e quella dei Paesi a sud del Mediterraneo che di questi sono potenziali fruitori. Le infrastrutture costituiscono le condizioni perché il Mezzogiorno possa accedere a questo ruolo. Il Ponte sullo stretto dovrebbe essere la realizzazione più significativa di una politica impegnata a risollevare il Mezzogiorno.
Il Ponte sullo Stretto è da molti inteso come una grande opera forse utile ma soprattutto ”riparatrice“ dei torti inflitti al Mezzogiorno da una classe politica che continua ad allocare le grandi infrastrutture, soprattutto in materia di trasporti, al Nord, esasperando così la distanza che esiste tra una parte del paese, che continua a svilupparsi e si integra sempre più nel sistema UE, e l’altra, che arretra con riferimento alle condizioni di vita dei suoi abitanti ed alle prospettive di sviluppo.
La distanza che cresce tra le due parti dell’Italia rende sempre più periferico il sistema produttivo di alcune regioni meridionali penalizzate da un costo del denaro più alto che nel resto del paese, dalle condizioni di insicurezza che affliggono il territorio scoraggiando gli investimenti, dalla scarsità dei mezzi destinati alla qualificazione delle risorse umane che in questa parte del paese abbondano, e soprattutto dal sistema dei trasporti che continua a registrare un preoccupante decadimento.
Fare il Ponte può servire a segnalare alle popolazioni meridionali la volontà di invertire la tendenza secondo cui il Mezzogiorno è ”naturalmente“ emarginato dai progetti generali di sviluppo del Paese.
Ma al di là del ”bel gesto“, (e, già nella fase progettuale) il Ponte deve essere fattore essenziale di rilancio delle due regioni più meridionali (Sicilia e Calabria); ciò non può avvenire se non si sono attuate infrastrutture capaci di collegare il Ponte ad altre realizzazioni.
Difendere il Ponte non è una posizione di destra. Epperò una cosa è il Ponte, se va messo in cantiere dopo che si è concretizzata una rete efficiente e diffusa di comunicazioni che testimonia l’attenzione del sistema paese ad un processo complessivo di modernizzazione delle due regioni meridionali dal Ponte collegate; un’altra cosa è il Ponte come cattedrale nel deserto che vuole significare solo che una grande opera è toccata anche ai siciliani e ai calabresi, a prescindere dal destino che si vuole assegnare a queste due regioni nell’ambito di un progetto generale di sviluppo del Paese.

Pressione fiscale
L'impegno a realizzare una significativa riduzione della pressione fiscale è stato uno dei principali argomenti dell'attività propagandistica del centrodestra nel corso della campagna elettorale del 13 maggio 2001. Oggi risulta tuttavia evidente che i provvedimenti approvati dal governo non corrispondono affatto agli impegni presi nei confronti degli elettori. La rimodulazione delle aliquote IRPEF prevista dalla legge finanziaria, approvata dal governo Amato e contenuta nel programma del centrosinistra, prevedeva una reale riduzione del carico fiscale per tutte le fasce di reddito, attraverso l'aumento del tetto per l’esenzione da 9 a 12 milioni e la riduzione media di tutte le aliquote di circa un punto percentuale. La sospensione, attuata dal centrodestra, di tali misure ha comportato un aggravio netto per i contribuenti di circa 2500 miliardi. Si deve poi aggiungere la reintroduzione dei ticket sanitari a livello regionale, che di fatto annulla l'abolizione decisa dal centrosinistra. L'elemento che caratterizza la riforma del sistema fiscale ipotizzata dall’attuale governo, senza dubbio rileva la più o meno manifesta volontà del governo Berlusconi di arrivare all'obiettivo di raccogliere consensi, sperando – cosa che non è avvenuta – di riuscire a dare sul lato dei consumi un impulso alla crescita.
Uno scenario siffatto, aumentando in maniera consistente il deficit dei conti pubblici, ha vanificato la situazione ereditata dai governi dell’Ulivo: una finanza sana e conti pubblici in ordine; un risanamento strutturale, testimoniato dalla ”tenuta“ degli equilibri di bilancio – assai più che in altri grandi paesi europei – di fronte al forte rallentamento in corso dell’economia.
Il centrosinistra non può permettere che le divisioni sociali che un tale assetto prefigura producano nuove sacche di povertà, che scelte azzardate vadano a vanificare il difficile risanamento economico nazionale iniziato. A fronte della solidità dell’equilibrio dei conti pubblici nel 2001, la gestione della finanza pubblica da parte del governo Berlusconi ha mostrato in modo sempre più evidente i segni dell’approssimazione, e di una vera e propria irresponsabilità di fronte alla necessità di rispettare nel medio-lungo periodo i vincoli del Patto di stabilità europeo, proseguendo nell'opera di risanamento finanziario.

Prestito d’onore
L’accesso all’Università va garantito anzitutto incoraggiando coloro i quali non hanno i mezzi per realizzarlo, pur essendo fortemente determinati a proseguire gli studi fino al conseguimento della laurea.
La scarsità delle risorse disponibili costituisce un fattore non secondario della dequalificazione dei nostri atenei.
Gli atenei italiani negli ultimi vent’anni sono cresciuti di numero, ma in proporzione non è cresciuto il numero dei laureati, né si è ridotta la mortalità scolastica a livello di studi universitari (cfr. ”Università“).
Il congelamento delle risorse, che dura ormai da anni, costringe la piccola Università a garantire solo la spesa corrente a detrimento della qualità dei servizi, della ricerca, di una politica del reclutamento in grado di fare accedere giovani laureati alla carriera universitaria, dando ad essi un percorso formativo adeguato e, ai più meritevoli, la certezza di potere svolgere entro tempi ragionevoli la funzione docente.
Ciò comporterebbe un adeguamento delle rette universitarie ai maggiori costi richiesti da un funzionamento delle strutture universitarie che incrementi la qualità della formazione universitaria Non è però possibile creare una vera e propria barriera di classe, come accade negli Stati Uniti, all’accesso alla migliore università. Si può, invece, stabilire che il costo dell’istruzione universitaria ricada, invece che sulla fiscalità generale (pochi sono i contribuenti che hanno figli o figlie studenti universitari) su coloro che si avvantaggiano degli studi superiori, facendo pagare nel corso dell’intera vita lavorativa l’equivalente delle spese sostenute dallo Stato con un vero e proprio mutuo pluridecennale. Pare congruo inoltre prevedere, per i corsi di studio ulteriori, forme di prestito d’onore che dovranno essere estinti entro un congruo lasso di tempo, a partire dal giorno in cui il laureato che si è specializzato avrà trovato lavoro. In ogni caso, il rimborso dei prestiti di mantenimento non dovrà superare il 5% del reddito percepito.
Il prestito d’onore pare essere il modo più rapido ed efficace per espandere la frequenza nell’alta educazione senza mettere tutto il peso di tale espansione sulla generalità dei contribuenti.

Privatizzazione della politica
La globalizzazione deve far riscoprire il ruolo della politica e quello – del tutto rinnovato rispetto al passato – dei partiti. Con la fine della ”terza guerra mondiale“ (quella tra Est e Ovest combattuta per quasi mezzo secolo), tutti i sistemi politici del mondo sono stati lesionati o delegittimati, dal Sud Est asiatico all’America latina, all’Europa. Partiti al potere da decenni, dal partito liberaldemocratico giapponese al partito del Congresso indiano, al PRI messicano, sono andati in crisi, esattamente come in Italia. Il muro di Berlino è caduto più pesantemente su capitali-chiave per la difesa strategica dell’Occidente, come Tokio e Roma.
Il caso italiano è stato il più clamoroso per la mancanza pluridecennale di ricambio democratico, dovuta alla caratteristica unica di un sistema in cui la inutilizzabilità dei comunisti e dei fascisti (per ragioni non solo di principio, ma anche storiche e di equilibrio internazionale) faceva coincidere l’arco dei partiti democratici con quello dei possibili partiti di governo. Questa anomala mancanza di ricambio ha aggravato, insieme al distacco dall’opinione pubblica, la corruzione della classe dirigente politica, presente in tutte le democrazie, ma in Italia moltiplicata e aggravata ulteriormente dalla tradizione storica negativa di scarso rispetto per la cosa pubblica. L’insufficiente radicamento di una cultura liberale e garantista dello Stato di diritto ha reso più violenta e irrispettosa dei diritti dell’individuo l’improvvisa ondata di repressione contro la corruzione, passata alla storia come Mani Pulite. Questo insieme di cause ha fatto del sistema politico italiano il caso più straordinario e traumatico di crollo verticale. Al punto che oggi soltanto in Italia mancano quasi del tutto (e ciò ha un valore anche simbolico) formazioni politiche che si chiamino esplicitamente ”partito“ e che mantengano nel logo o nel nome una piena continuità storica con il proprio passato.
Un politologo americano liberale, Lester Thurow, ha osservato che la debolezza dei partiti porta con sé tre grandi mali: ”localismo, corporativismo e lobbismo“. Basta guardare l’Italia per rendersi conto della fondatezza di questa teoria. Il localismo (alimentato dalla Lega) rischia di spezzare l’unità nazionale in egoismo di campanile. Le corporazioni forti (a cominciare da quella dei magistrati) sembrano costantemente tentate di uscire dai propri confini. Quella che è nata intorno a Berlusconi come una lobby, per difendere i propri interessi televisivi, si è addirittura trasformata in movimento politico e ha conquistato il governo del Paese.
Un partito personale, come Forza Italia, senza organi realmente rappresentativi delle opinioni dei militanti, senza democrazia interna, sostanzialmente basato sulle risorse economiche del suo leader (che nomina e revoca i dirigenti nazionali locali senza alcuna forma di consultazione degli iscritti, nonché indica i candidati da presentare alle elezioni), oggettivamente diffonde nel paese sentimenti di indifferenza o di vera e propria ostilità verso ogni forma di controllo sociale sull’attività delle istituzioni, considerate null’altro che un ”teatrino della politica“.
Il passo da questo modo di intendere la politica, come attività naturalmente portata a minacciare gli interessi della collettività, a fenomeni di contestazione anche violenta di ogni confronto tra le opinioni che possa fare mettere in discussione la parola del Capo, è breve.
L’altro partito a gestione autocratica, affermatosi nella seconda Repubblica, la Lega, aggiunge al disprezzo per la vita democratica, l’ostilità verso ogni riferimento alla comunità nazionale come comunità di eguali. La Lega non è un partito regionale che vuole attraverso il suo carattere, appunto regionale, rifondare un rapporto tra partito e territorio, ma è un partito regionalista, razzista e xenofobo che punta apertamente sulla divisione nazionale per rendere inattaccabile il suo insediamento sociale da parte dei partiti nazionali.

Privatizzazioni
Sono in molti coloro che ritengono che attraverso la privatizzazione si possa realizzare tout court un miglioramento dei servizi pubblici e una espansione degli stessi. Ebbene, le privatizzazioni di per sé non possono essere il fine, ma solo il mezzo per produrre di più e meglio; ciò dovrebbe essere chiaro a tutti in una società che ha da qualche tempo smaltito i veleni ideologici che condizionavano gli stessi modelli di sviluppo.
Bisogna fare in modo che le privatizzazioni gestiscano in modo ottimale le risorse. Certo, settori del capitalismo italiano hanno dato prove di sé negative, in particolare nelle vicende che hanno tenuto e tengono con il fiato sospeso milioni di risparmiatori italiani per cui è necessario procedere con cautela affinché siano rispettate le regole.
Il monopolio pubblico nei servizi relativi al soddisfacimento dei bisogni primari degli individui, quali acqua, energia elettrica, riscaldamento, rifiuti, o di quelli tipici di una società evoluta (area telecomunicazioni e trasporti ) è comunque in questi anni venuto meno. Tuttavia non si è realizzata una situazione di reale competizione, ma si è creata spesso una pura e semplice sostituzione di monopoli privati a quelli pubblici.
La mancata liberalizzazione nella gestione dei servizi ha impedito un innalzamento dei livelli di innovazione, della ricerca, della tecnologia.
Ci si trova di fronte, infatti, ad un innalzamento delle tariffe, nonostante la concorrenza che va garantita a livello di produzione dei servizi, e ad un decadimento qualitativo di alcuni servizi, dovuto ad assenza di investimenti. Le responsabilità in molti casi non sono solo dei gestori.
Lo Stato e gli altri enti pubblici titolari del servizio non sono stati, infatti, in grado di regolare gli standard qualitativi e quantitativi dei servizi, e soprattutto di reagire alla decisione delle aziende di fare cartello per imporre le tariffe. Insomma, c’è un ”deficit culturale di progetto“; alla privatizzazione deve corrispondere una più efficace liberalizzazione e regole per assumere il funzionamento dei servizi.
I controlli sugli standard qualitativi devono soprattutto essere particolarmente efficaci in quei settori che, nonostante la privatizzazione, presentano ancora un assetto oligopolistico. Questa condizione si verifica soprattutto per quei servizi, come i servizi a rete, che per la loro natura possono avere solo un numero limitato di gestori. Emblematica in questo caso è la situazione delle telecomunicazioni.
Le telecomunicazioni sono state privatizzate senza la definizione di nuove regole tra gestione della rete e gestione del servizio. La privatizzazione non può portare un sì ad una libera concorrenza, né può risolversi nel passaggio da un monopolio pubblico a oligarchie private che pregiudicano le garanzie del servizio e rendono meno protetta la posizione dell’utente. La rigorosa regolamentazione del rapporto TV-ente concedente rappresenta una esigenza in questo senso inderogabile per assicurare servizi di livello qualitativo e di efficienza superiori agli attuali, tariffe non proibitive per l’utente, una gestione del servizio non drasticamente in deficit.
La funzione della regolazione dovrà essere quindi orientata alla tutela dell’utente, soprattutto. Insomma, è indispensabile l’attivazione di un sistema di regole che non si limiti a delineare il quadro tecnico-giuridico fra enti concedenti ed ente gestore, ma che comporti per gli enti locali e statali la possibilità di effettivi controlli economici, qualitativi ed ambientali per tutta la durata dell’affidamento. La funzione della regolazione deve tendere, insieme, a tutelare l’utente promuovendo ogni forma di concorrenza, e a fornire ai soggetti regolati un quadro normativo sufficientemente stabile e privatizzazioni ben regolate per quanto riguarda prezzi e costi.
Occorre in questi controlli coinvolgere, nelle giuste forme, gli organismi rappresentativi degli utenti.

Protezionismo
Negli ultimi tempi, soprattutto da parte del centrodestra, si sono levate voci allarmate per protestare contro l’aggressività con la quale i produttori cinesi invadono il nostro mercato, imitando i nostri prodotti e violando le leggi poste a tutela dei marchi. Si reclama da più parti il ritorno a drastiche misure protezionistiche. C’è chi, come la Lega, va oltre e parla di una vera e propria guerra commerciale alla Cina da intraprendere al più presto.
La Cina è attualmente in continua ascesa, con un PIL che, negli ultimi dieci anni, è cresciuto in media del 9%, mentre i maggiori Paesi industrializzati non raggiungono l'1.5%. Le esportazioni cinesi di beni e servizi rappresentano circa il 3,8% dell'interscambio mondiale complessivo, l'export cresce ad un tasso medio annuo superiore al 14%, quasi il doppio di quello degli USA. Inoltre, la Cina è in grado di sviluppare una forte concorrenza sui prezzi perché ha un costo del lavoro pari al 10% di quello italiano, un basso prelievo fiscale e minori vincoli normativi alle attività produttive. La produzione industriale della Cina nel 2003 è cresciuta del 17,2%, con alcuni settori di eccellenza quali quello siderurgico (incrementi del 28,9%), dei computer (nel 2003 ha fatto registrare un incremento del 100% su base annua) e della produzione di telefoni cellulari (cresciuta del 37,4% rispetto al 2002). La crescita industriale in larga parte è spinta dalle esportazioni cresciute nel 2003 del 29,4% su base annua. L'adesione al WTO, nel 2001, e il processo di liberalizzazione in corso hanno posto le condizioni per attrarre investimenti esteri, che già nei primi mesi del 2002 hanno fatto registrare una crescita del 29,06%, pertanto la Cina è diventata un concorrente globale anche per quanto concerne la libera circolazione dei capitali.
La forte penetrazione dei prodotti cinesi in Italia è dovuta a prezzi fortemente competitivi, soprattutto in alcuni settori-chiave della nostra economia: tessile, abbigliamento, calzature, cuoio, mobili, materiali da costruzione, meccanica ad uso industriale e veicoli da trasporto. A fronte di tale concorrenza, l'ipotesi di ricorrere a misure protezionistiche deve essere valutata alla luce del regime giuridico dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e della normativa UE, essendo il nostro Paese membro di entrambe le Organizzazioni.
Al riguardo, va ricordato che il Protocollo di adesione della Cina all’OMC entrato in vigore l'11 dicembre 2001 prevede che i Membri dell'Organizzazione possano adottare (fino al 2013) misure transitorie di salvaguardia specifiche per prodotto e misure di contrasto alla diversione degli scambi allo scopo di tutelare i settori industriali esposti al rischio di gravi crisi per la concorrenza cinese.
In qualità di Membro dell’OMC, la CE ha adottato il Regolamento 427/2003 del 3 marzo 2003, che consente l'adozione di misure di salvaguardia specifiche nel caso in cui i prodotti originari della Cina siano importati nella Comunità in quantitativi talmente accresciuti o a condizioni tali da perturbare o da rischiare di perturbare il mercato dell'industria comunitaria.
Nel rispetto della normativa richiamata, l'Italia può dunque adottare misure volte a tutelare specifiche produzioni minacciate dalla concorrenza cinese. Al riguardo, va ricordato anche il Regolamento CE 1383/2003, che entrerà in vigore il 1° luglio 2004, relativo all'intervento dell'autorità doganale nei confronti di merci sospettate di violare taluni diritti di proprietà intellettuale, il quale consente di vietare l'immissione in libera pratica, l'esportazione, la riesportazione delle merci sospettate di essere contraffatte o di violare taluni diritti di proprietà intellettuale, nonché di bloccare tali merci quando siano vincolate ad un regime sospensivo.
Esistono quindi gli strumenti per l’adozione, se necessario, di misure commerciali nei confronti della Cina, senza per questo ricorrere a provvedimenti unilaterali in contrasto con i vincoli derivanti dalla politica commerciale comune europea e dalle regole del commercio internazionale.

PSE (Partito del Socialismo Europeo)
Il Partito del Socialismo Europeo è il partito sovranazionale dei socialisti democratici dell’Unione Europea. Ha per principale scopo quello di integrare le politiche socialiste a livello europeo, parlando con una sola voce di fronte alla Commissione Europea e al Parlamento. Per questo è essenziale il ruolo del Gruppo Parlamentare del PSE nel Parlamento Europeo.
Il partito del Socialismo Europeo è stato fondato all’Aja nel 1992; per l’Italia parteciparono il Psi, il Pds, il Psdi. Nel 1995 i Socialisti italiani (SI) hanno ereditato il seggio del Psi, avendo il Pse riconosciuto la piena continuità tra Psi e Si, e con l’unificazione del 1998 con il Psdi il nuovo partito dei Socialisti Democratici Italiani (Sdi) ha riunito le due separate posizioni di Psi e Psdi nel socialismo europeo; i Democratici di Sinistra hanno mantenuto la continuità con il Pds. Si tratta degli stessi criteri sulla cui base è definita la membership italiana nell’Internazionale Socialista.
Presidente del PSE è il danese Poul Nyrup Rasmussen, vicepresidente vicario Giuliano Amato.

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