Questione meridionale
La situazione occupazionale nel Mezzogiorno continua ad essere drammatica. La carenza di infrastrutture, la scarsa propensione al rischio di impresa, il mancato finanziamento delle leggi che favoriscono gli investimenti nel Mezzogiorno e la creazione di nuove imprese piccole e medie rischiano di rendere ancora più grave la situazione di marginalità economica delle regioni più povere del Paese. In alcune regioni del Mezzogiorno si registra una generale incapacità innovativa dovuta alla mancanza di relazioni produttive all’interno dello stesso mondo imprenditoriale.
Ciò penalizza il Mezzogiorno in un mercato regionale sempre più competitivo come quello europeo, e lo rende inidoneo a ripensare il proprio futuro candidandosi a svolgere la funzione di area naturale di riferimento per quei paesi della sponda Sud del Mediterraneo che reclamano più sviluppo (cfr. Mezzogiorno e Globalizzazione).
La globalizzazione esaspera certo i differenziali di povertà, ma non è detto che essa debba colpire necessariamente le regioni meridionali mortificandone le ambizioni di sviluppo. La new economy può costituire una opportunità per aree prive di infrastrutture ma in cui abbondano le risorse umane, che, se adeguatamente qualificate, possono produrre servizi di alto contenuto tecnologico senza necessariamente dover disporre di grandi capitali. Si tratta, però, di saper scommettere sulla formazione, diffondendo saperi e organizzando professionalità in forme che nel Mezzogiorno sono lungi dall’essere realizzate.
In assenza di una politica dello sviluppo che si rivolga alle zone più marginali del Mezzogiorno, l’incidenza della emigrazione dal Sud verso altre Regioni d’Italia (si è passati dai 40.000 emigrati nel biennio 1996-97 agli 83.000 nel 2002) è destinata a crescere. Essa in particolare è tanto più forte in quanto riguarda giovani fra i 20 e i 29 anni; si tratta quindi di una emigrazione che toglie al Sud il ”futuro“.
Ma la maggiore contraddizione in un’area già interessata dal cosiddetto. Obiettivo I (obiettivo che non ci riguarderà più nei prossimi quinquenni, essendosi l’Europa aperta all’Est), si può cogliere bene se si guarda all’interno del Mezzogiorno, distinguendo fra Regione e Regione.
Riteniamo che occorra intervenire per ridurre alcuni deficit strutturali che risiedono soprattutto nelle politiche di trasferimento, nel ridotto apporto delle spese in conto capitale di bilanci regionali ingessati dalle spese fisse di organizzazione, nella difficoltà con cui le regioni meridionali riescono ad allestire progetti destinati ai finanziamenti europei.
Sono passati, dunque, quasi sessanta anni dall’inizio dell’esperienza repubblicana nata dalla Resistenza e dalle tragedie della seconda guerra mondiale, e il mezzogiorno d’Italia pur completamente trasformato, come il resto del paese, è ancora identificabile come un’area in cui si concentrano gli elementi classici del sottosviluppo: disoccupazione, insufficiente crescita economica, disagio sociale, fragilità delle strutture civili, elevata criminalità mafiosa.
E’ evidente a tutti che la passione politica, la capacità di analisi, la produzione letteraria e scientifica sulle ragioni del sottosviluppo del Mezzogiorno, sono drasticamente venute meno, così come si sono ridimensionati sia l’interesse generale per le problematiche del Mezzogiorno che il ruolo e il peso dei gruppi dirigenti meridionali negli assetti di direzione dei movimenti, nella cultura e nel governo.
Questo conflitto e questa contraddizione furono evidenti con l’avvento del centrosinistra, agli inizi degli anni Sessanta. Il centrosinistra nacque con una forte e dichiarata volontà di rompere il circuito perverso del liberismo economico che, in nome della priorità da assegnare al mantenimento dell’accumulazione capitalistica e degli alti tassi di sviluppo economico, riteneva inevitabile un rallentamento della crescita nelle regioni meridionali e un rinvio della soluzione del Mezzogiorno a data da destinarsi.
Il centrosinistra allora dovette fare i conti con il fuoco di sbarramento che fu opposto, soprattutto dal maggior partito della Sinistra, a questo primo tentativo di far uscire la ”questione meridionale“ dall’ideologismo e dall’astrattezza.
Il riformismo socialista in questo campo ha vinto storiche battaglie. Oggi ci pare che la questione meridionale viva ai margini del dibattito politico e culturale.
Sono i vecchi e nuovi conservatorismi i veri nemici del Sud. Il Sud pare di fronte alla prospettiva di un’altra sconfitta, provocata dall’aggregarsi di conservatorismi convergenti di Destra e di Sinistra, di blocchi economici e di forze politiche per nulla intenzionati a rinunciare al potere di interdizione, alle rendite economiche e politiche, alle opportunità offerte da una situazione nella quale un cambiamento effettivo appare impossibile.
I grandi polmoni industriali creati nel mezzogiorno negli anni Sessanta, con il mutare delle congiunture, si sono ridimensionati (si pensi alla chimica e alla siderurgia) e non hanno costituito momenti di traino e di rilancio per gli altri settori. La vocazione agricola, terziaria, turistica del Mezzogiorno è stata oggetto di esercitazioni accademiche e non ha determinato un indirizzo strategico. Attorno a queste opportunità non si sono coagulate iniziative promosse da specifiche volontà di governo, si registrano solo attività interessanti ma spontanee, ad opera di singoli operatori privati.
La mobilitazione che si è determinata nel paese, a tutti i livelli, per l’ingresso dell’Italia nell’euro, le manovre promosse dai vari governi per allineare la finanza pubblica a standard compatibili con tale obiettivo, la finalizzazione delle politiche pubbliche alla riduzione dello stock del debito, hanno senz’altro ridotto negli ultimi anni l’attenzione generale per la questione del Mezzogiorno.
La questione meridionale è rimasta in piedi ancora più drammatizzata da una ”questione padana“ del tutto inventata, ché essa non trova riscontro nella storia sociale del Paese. Si è estinta la passione meridionalista. Mancano persino le riviste e i centri culturali che per tanti anni l’hanno alimentata.
Chi si era illuso che il Centrodestra al governo nel Paese e nella maggior parte delle regioni meridionali potesse rappresentare un momento di svolta, si è dovuto presto ricredere.
Nelle leggi finanziarie di questi ultimi due anni vi è il contrario di quello che occorre. C’era e c’è bisogno in questo campo di poche idee, ma precise, di scelte selezionate, ma di sicura efficacia, ben calcolate nei risultati e nei tempi. Non c’è stato nulla di tutto ciò.
La ”questione meridionale“ con il centrodestra si è decomposta, è esplosa in mille frammenti ed è irriconoscibile nella sua storica forma unitaria.
Una forza come lo SDI che ha saputo anteporre al conservatorismo delle tradizioni le ragioni del realismo e l’intelligenza del riformismo e della sperimentazione di nuove strategie, non può sottrarsi oggi al compito con la Rosa nel pugno di cogliere e di selezionare tutti i fattori di cambiamento che al giorno d’oggi caratterizzano la ”questione meridionale“, da intendere come questione che non riguarda solo un’area geografica omogenea, che richiama un’unica e indistinta politica di intervento, ma un’area ricca di contraddizioni e differenze e nella quale tuttavia si concentrano questioni politiche fondamentali per la stessa tenuta unitaria del Paese e il mantenimento della sua identità.

Quote e rappresentanza
8% di donne al Senato, 11% alla Camera, 11,5% al Parlamento Europeo, 2 Ministre e 6 Sottosegretarie nel Governo che ha 80 membri; in 8 Regioni su 20 non ci sono donne nelle Giunte. Questi sono i numeri delle donne nelle Istituzioni italiane che ci collocano all’ultimo posto in Europa insieme alla Grecia.
Negli organismi dirigenti dei Partiti, che sono preposti alla selezione delle candidature, la presenza delle donne si aggira attorno al 15%, con alcuni Partiti con oltre il 30% (Verdi, Ds, Pdci, Rifondazione); altri, i Partiti di centrodestra, sono tutti sotto il 10%. Tutti i Partiti che hanno previsto negli Statuti norme per il riequilibrio della rappresentanza hanno negli organismi dirigenti una percentuale femminile pari o superiore alla media. Tutti quelli che non hanno previsto queste norme si collocano ben al di sotto della media (FI 5,8%, AN 5,6%, Lega Nord 0%). La conclusione è che le norme di riequilibrio, le tanto esecrate quote, funzionano, anche se non al meglio.
Lo SDI si colloca esattamente al centro con il 15%, all’incirca la metà della norma statutaria secondo la quale negli incarichi direttivi di partito e nelle candidature nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi.
L’impegno delle socialiste in primis, ma anche del Partito, è di promuovere con l’aiuto di norme ad hoc il riequilibrio della rappresentanza per raggiungere la democrazia paritaria, sino a che si sarà raggiunto l’obiettivo e non vi sarà più bisogno di specifici provvedimenti.
Escludere metà popolazione dalle Istituzioni priva l’Italia di capacità, competenze, intelligenze che le donne possono mettere a disposizione per rendere migliore la vita di tutti. Un Paese diretto esclusivamente da uomini è diseguale, ma è anche e soprattutto meno efficiente di uno in cui le decisioni sono condivise.

|