Salute (diritto alla)
L’innalzamento dell’aspettativa di vita, unitamente all’utilizzo di strumenti diagnostici sempre più costosi e sofisticati, ha reso l’organizzazione e la gestione della sanità in termini tradizionali non più sufficiente a garantire la domanda di salute proveniente dalla società, che chiede legittimamente un servizio universale, equo nell’accesso e qualificato nelle prestazioni.
L’irrobustimento della rete dei servizi territoriali e l’ampliamento della gamma dei servizi offerti hanno incrementato poi nei cittadini un’educazione sanitaria consapevole dell’importanza della prevenzione e della correttezza degli stili di vita.
Le risorse finanziarie messe a disposizione per raggiungere questi importanti risultati sono state generalmente insufficienti, basti pensare che solo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 il Fondo Sanitario Nazionale ha rappresentato dall’8 al 10 per cento del PIL, tornando dal 1994 ad essere ricompreso in ben più modeste percentuali (dal 5 al 6) con trasferimento di notevoli oneri a carico delle famiglie.
Oltre ai tradizionali temi, il dibattito e l’orientamento dei socialisti sulla salvaguardia del diritto della salute deve tenere conto di attualissimi fenomeni politici e sociali. L’aumento progressivo della popolazione immigrata, con cultura e costumi diversi, socialmente ed economicamente debole e quindi più esposta al bisogno di assistenza potrebbe determinare, da parte di alcuni settori dell’opinione pubblica, la richiesta di diversificazione, se non addirittura la separazione dell’erogazione dei servizi. Si tratterebbe di una misura volta a sancire irreversibilmente l’esistenza di una società diseguale. La frustrazione degli operatori, la carenza delle risorse messe a loro disposizione per rispondere ai bisogni di salute dei cittadini, rischiano poi di disperdere un patrimonio di esperienze, che richiederebbe invece una valorizzazione delle diverse professionalità.
Forze politiche ed economiche in possesso di una visione del mondo tutta mercantile, stanno mirando al mondo della salute per piegarlo ai propri interessi finanziari ed egemonici. Gli ospedali privati a fine di lucro nell’intento di guadagnare, per esempio, selezionano le patologie e abbassano la qualità delle prestazioni. E’ giusto proporre un regime differenziato nel settore tra agenti profit e non profit. Infatti gli agenti non profit svolgono un’azione sociale meritoria, data la loro possibilità di offrire servizi fondamentali per il cittadino di qualità e prezzo inferiori, investendo nel settore gli utili d’impresa.
La sanità non può essere vista come un mezzo per generare profitti, essa è un bene sociale e pertanto anche quando è gestita da privati deve essere sottoposta ad un efficace ”governo“ pubblico in grado di evitare gli sprechi o un abbassamento dei livelli delle prestazioni essenziali.
Per riformare la sanità è indispensabile recuperare il senso dell’appartenenza alla ”pubblica comunità“ e del suo primato nel campo dei diritti sociali e civili, sviluppare una forte e coerente capacità di prevenire, progettare e programmare, lottare severamente contro lo sperpero, promuovere costantemente il confronto con i cittadini con la massima disponibilità all’ascolto, elevare costantemente la qualità dei servizi offerti, realizzare l’equità e la tempestività di accesso per tutti.
Questi obiettivi paiono più difficili da raggiungere in un sistema sanitario nazionale all’interno del quale i sistemi sanitari regionali si fondano su diverse filosofie del servizio.
Con la modifica del Capo V della Costituzione, si corre il rischio di accrescere il gap tra Nord e Sud del paese e di avere tanti servizi sanitari quante regioni, con differenti modelli normativi e retributivi per i 700.000 dipendenti del SSN, mentre sarebbe sufficiente l’intervento del legislatore ordinario per individuare i principi inderogabili e abilitare le regioni a disciplinare come meglio credono l’organizzazione dell’assistenza.
Con il decentramento dell’assetto fiscale, che ha dotato le regioni di maggiori entrate proprie, svincolandole sempre più dai trasferimenti statali (nei bilanci regionali, la spesa sanitaria rappresenta circa 2/3 del totale delle uscite) si pone il problema di difendere i livelli di assistenza sanitaria sin qui raggiunti.
Poco auspicabile sarebbe, poi, la tentazione di ricorrere a sistemi integrativi assicurativi, che genererebbero da una parte un aumento della spesa sanitaria per il singolo cittadino e dall’altra il rischio di una scopertura sanitaria per una larga fascia della popolazione.
Si pensi a ciò che accade negli U.S.A., ove la tutela della salute non è un diritto costituzionale ed in cui l’assistenza sanitaria è erogata tramite due programmi assicurativi pubblici (Medicare e Medicaid).
In talia, semplificando al massimo, si sono realizzati tre modelli di assistenza sanitaria: il modello lombardo, il modello toscano ed il modello emiliano.
Nel primo vi è enfasi su libertà ed innovazione, parità tra pubblico e privato. Viene richiamato il diritto costituzionale alla salute, ma non la L. 833/78. Vengono enfatizzati pluralismo e sussidiarietà orizzontale e funzione di regolazione della regione.
Nel modello toscano, i valori dichiarati sono: uguaglianza ed universalità nell’accesso, efficienza ed efficacia, programmazione e coinvolgimento degli enti locali e del terzo settore. Controllo politico e democratico.
Nel terzo modello, quello emiliano i valori sono: uguaglianza ed universalità nell’accesso, sviluppo del governo clinico, programmazione negoziata.
I modelli gestionali di Emilia-Romagna e Toscana hanno permesso dal 2001 in poi un sostanziale equilibrio di bilancio con una buona capacità di spesa mostrata nel gestire le risorse per gli investimenti di rinnovo delle infrastrutture ospedaliere ed in termini di qualità e quantità di prestazioni erogate.
Disastrosa è stata la gestione della sanità del Lazio e della Campania, più vicine al modello lombardo cioè di ”libero mercato“ con la presenza di oltre 1/3 di strutture private accreditate sul totale di quelle presenti sul territorio.
Nel modello lombardo, il peso medio delle prestazioni è basso e vi è una moltiplicazione della spesa dovuta a prestazioni costose e spesso inutili.
Nei modelli toscano ed emiliano si ha una centralità della gestione delle aziende ed un aumento della spesa in prevenzione e assistenza territoriale (54% al territorio e 41% alla spesa ospedaliera per acuti); un controllo epidemiologico serio, che permette di programmare le attività pubbliche e quelle da accreditare al privato.
Il favore dei socialisti va a questo secondo modello.
Una questione che va poi affrontata è quella relativa al ”governo“ delle strutture sanitarie. La recente diatriba sul potere eccessivo dei Direttori Generali non affronta la questione centrale della gestione amministrativa dei servizi sanitari. Il vero problema è se debba prevalere in sanità un concetto organizzativo che tende a garantire un governo delle Aziende ospedaliere sulla base di principi di economia aziendale, e quindi che tende anche a ottenere reali profitti, o piuttosto si debba privilegiare l’ottimizzazione delle risorse finalizzate a garantire il massimo dell’attività diagnostico-terapeutica per i cittadini malati. Per ottenere quest’ultimo obiettivo è necessario un governo congiunto della sanità tra amministratori e tecnici, non finalizzato all’esclusivo taglio delle spese, ma al miglioramento continuo dei processi di controllo e gestione e degli standard qualitativi delle prestazioni.
Le innovazioni di cui si discorre non si potranno mai realizzare: a) se si comprime la spesa sanitaria, riducendo drasticamente la quantità e la qualità delle prestazioni; b) la frammentazione del servizio sanitario nazionale ha di fatto prodotto una disomogenea erogazione delle prestazioni sanitarie. Alcune regioni, se non supportate da adeguate risorse finanziarie, saranno costrette a diminuire drasticamente i livelli delle prestazioni sanitarie.
a) Il sottofinanziamento del sistema sanitario sta già adesso determinando una forte protesta istituzionale di tutte le Regioni. Ed i medici stessi sono scesi più volte in sciopero contro l'impoverimento del servizio sanitario nazionale, dando atto al precedente Governo di centrosinistra di aver comunque difeso con i fatti la sanità pubblica e gli stessi operatori.
Oggi, a fronte di un costante aumento in tutti i paesi occidentali della percentuale di spesa sanitaria rispetto al prodotto interno lordo, determinata in primo luogo da fattori demografici legati all'anzianità della popolazione e dalle innovazioni tecnologiche, si registra in Italia un fenomeno preoccupante; considerando la spesa complessiva della sanità rispetto al Pil, la percentuale della spesa pubblica diminuisce e la spesa privata aumenta. Questo comporta che un numero sempre più alto di cittadini sarà costretto a pagarsi di tasca propria le medicine ed i servizi sanitari.
b) La devolution in sanità è l’altra arma di distruzione del sistema sanitario. Essa rischia di esser ancor più distruttiva del sottofinanziamento. La frantumazione in 21 sistemi diversi del nostro servizio sanitario porterà a profonde diseguaglianze nell'accesso ai servizi sanitari con penalizzazioni in particolare per i cittadini del Mezzogiorno.
Salterebbe così il sistema del federalismo solidale, introdotto dal centrosinistra, dove allo Stato competono i principi fondamentali e la definizione dei livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti a tutti i cittadini.
A fronte di questa situazione, bisogna portare avanti la battaglia per il diritto alla salute che ha sempre visto i socialisti in prima linea. Il nostro paese deve spendere per la salute almeno come gli altri paesi europei. Occorre poi salvaguardare l'unitarietà nazionale del sistema. Non si può lasciare il governo della sanità al mercato; vanno introdotte eque politiche di tutela della salute, con elementi di efficacia ed efficienza, di razionalizzazione e di ammodernamento delle risorse, fermando il processo di razionamento dell'offerta dei servizi socio-sanitari disponibili, almeno per i ceti medi e bassi.
E' questa una battaglia doverosa che deve essere vinta in nome della dignità della persona.

Scuola
Le profonde trasformazioni conseguenti allo sviluppo scientifico e tecnologico, l’avvento della società dell’informazione e della comunicazione, i nuovi linguaggi e la globalizzazione della produzione dei mercati hanno posto da tempo, con tutta evidenza, la formazione delle risorse umane come fattore strategico delle società avanzate. In Italia, invece, la necessaria azione di ammodernamento è rimasta impantanata prima in uno scontro ideologico, che è stato sempre molto forte in materia di educazione, poi nelle secche di un consociativismo che, attraverso continui rinvii e negoziazioni, ha fatto fallire qualsiasi tentativo di riforma. Il mancato ammodernamento del nostro sistema scolastico ha peraltro costituito un punto di debolezza del nostro paese nel contesto europeo.
Innovare ed elevare la qualità della scuola pubblica italiana è quindi obiettivo fondamentale e prioritario.
Pesa sul nostro Paese un deficit formativo che va risolto urgentemente. Tutti gli indicatori, rilevati da fonti autorevoli diverse, evidenziano che il sistema d’istruzione italiano non realizza le prestazioni medie della scuola europea. Nonostante il miglioramento che pure c’è stato negli ultimi anni, solo il 10% della popolazione italiana ha un’istruzione universitaria, contro il 26% della media europea. Solo il 30% della popolazione attiva possiede un diploma di scuola secondaria superiore. La dispersione scolastica è spia di un malessere più generale e profondo che investe la stessa efficacia della didattica in rapporto a modelli culturali e di apprendimento dei giovani.
L’inadeguatezza del sistema pubblico rischia di fornire una base di legittimazione a posizioni liberiste estreme, che puntano ad un’opera di smantellamento della scuola statale, che non funzionerebbe, che costerebbe troppo, magari accompagnata da una politica di sussidi alle famiglie, i famosi ”buoni scuola“. Per i riformisti nessun conservatorismo va incoraggiato, nessuna pigrizia va tollerata.
L’accesso all’istruzione è il primo ed essenziale diritto di cittadinanza; è la chiave per allargare le libertà e il benessere di una società che provoca nuove disuguaglianze, prima ancora di aver cancellato le vecchie.
Un’istruzione libera, laica, moderna, accessibile a tutti è il filo rosso della lunga tradizione del socialismo italiano.
Nella battaglia storica per un’istruzione aperta, sgombra da ipoteche ideologiche, pluralistica nella posizione dei saperi e delle idee, garante delle strutture di apprendimento, custode della libertà didattica degli insegnanti, fedele all’idea pedagogica della centralità dell’alunno nel progetto educativo e all’integralità della sua formazione umana e professionale, si riflette il significato più autentico del riformismo socialista nel Novecento.
La difesa del carattere pubblico e nazionale della scuola è il corollario essenziale della sua funzione sociale prevalente, che è quella di creare le condizioni per una reale integrazione.
L’istruzione è tuttora il terreno privilegiato di un riformismo moderno, che guarda al futuro.
Le linee di mutamento della nostra società per gli anni a venire sembrano tracciate. Siamo di fronte ad un nuovo modo di produrre conoscenze, prodotti, comunicazione e organizzazione.
Sono cambiamenti che influiscono sui sistemi educativi, ne mettono in discussione gli assetti tradizionali e lanciano nuove sfide all’istruzione e alla formazione. Ed esigono anche dalla politica un rapido aggiornamento di valori e di progetti. Come per le rilevanti questioni sociali del secolo scorso, s’impone una grande inchiesta sullo stato dell’istruzione nel nostro Paese.
La sfida è quella di concorrere con gli altri paesi europei a costruire, come indicato dal Consiglio europeo di Lisbona, l’Europa della conoscenza, cioè ”l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale“. In questa ottica le domande principali cui occorre dare una risposta sono: come assicurare una nuova preparazione culturale di base alle ragazze e ai ragazzi italiani nel nuovo contesto prodotto dalla globalizzazione e dalla società dell’informazione? Come promuovere lo spirito imprenditoriale e favorire la creazione di management innovativo? Come diffondere una formazione e un apprendimento per tutto l’arco della vita? Come favorire la ricerca per l’innovazione didattica, come valorizzare il lavoro dei docenti, veri protagonisti del cambiamento?
La consapevolezza che l’istruzione superiore è indispensabile, tanto quanto quella elementare lo era un secolo fa, ha portato i Paesi avanzati ad innalzare i livelli d’istruzione obbligatoria, e nella maggior parte di essi a spostare in avanti la preparazione al lavoro.
Una solida istruzione di base, obbligatoria, gratuita, unitaria per tutti, di durata decennale può meglio assicurare alle ragazze e ai ragazzi italiani, come è nella maggior parte dei Paesi europei, nella fascia di età più critica, pari opportunità nel decidere e progettare il proprio avvenire e costituisce l’equipaggiamento indispensabile per i successivi percorsi.
La creazione di un moderno serio canale di formazione professionale è la vera sfida della modernizzazione del sistema italiano. Sono note le carenze che l’Italia registra su questo terreno. Paghiamo tuttora lo scotto del vizio d’origine di un’impostazione storica e culturale che vuole la formazione professionale come scuola di serie B, a carattere popolare.
E’ una visione arretrata rispetto all’evoluzione del sapere e della società. In Europa la formazione professionale è riconosciuta a pieno titolo come parte dell’offerta formativa complessiva.
Occorre una profonda innovazione e riorganizzazione della formazione professionale che, attraverso una forte intesa Stato-Regioni, conferisca ad essa dignità di sistema nazionale e di percorso formativo legato al mondo del lavoro e dell’impresa, e quindi individui: gli assi portanti di un canale tecnico e professionale; i livelli essenziali ai fini di pari opportunità e di equivalenza per il riconoscimento sull’intero territorio nazionale delle qualifiche e dei diplomi; le fonti di investimento certe e continuative. Il punto più problematico è quello dei docenti: di come sostenerli nei nuovi compiti, di come motivarli, di come meglio retribuirli perché l’insegnamento non sia un lavoro da missionari o il rifugio dei meno capaci. Occorre invece fare ogni sforzo per attivare verso l’insegnamento i laureati migliori, perché è attraverso questo che passa la vera qualità della scuola.
Viviamo inoltre in una società sempre più aperta, multietnica e multireligiosa, in cui valore fondamentale è la tutela e il rispetto delle libere scelte di ciascuno: una società nella quale non è lecito imporre o contrastare o limitare opzioni religiose e morali che appartengono alla sfera dell’individuo.
Tenuto conto di ciò, difendere la laicità dello Stato significa garantire uno spazio pubblico che renda possibile il confronto e la convivenza tra le diverse culture e progetti di vita.
Quando si parla del finanziamento alla scuola privata si indica l’Europa, dove tale sostegno è diffuso, ma non si dice che nessuno dei Paesi europei ha l’insegnamento della religione cattolica, come in Italia.
Oggi che nel nostro Paese si discute di riforme costituzionali, è giusto prendere atto che i tempi, le mutazioni sociali, l’Europa ci indicano su questo tema la necessità di un’innovazione coraggiosa, che ci consenta di andare oltre il Concordato, rivedendo l’anomalia dell’insegnamento della religione nelle scuole statali.
Il Governo Berlusconi ha bloccato la Legge 30/2000 sul riordino dei cicli e ne ha fatta approvare una alternativa, manifestando la volontà di una rottura e di una contrapposizione invece che una volontà tesa a correggere i punti critici, ad integrare e migliorare la riforma, anche sulla base delle obiezioni mosse dal mondo della scuola, lungo il cammino della sua concreta attuazione.
E’ opportuno spostare il confronto dall’architettura dei cicli ai contenuti e agli obiettivi di una scuola moderna e della sua funzione istituzionale e sociale.
Obiettivi prioritari di una riforma della scuola restano:
a) l’affermazione della centralità della scuola pubblica – che, al di fuori di ogni ambiguità, è la scuola statale, frequentata dal 93% delle ragazze e dei ragazzi del nostro Paese – e il pieno rispetto, senza sotterfugi, della Costituzione che pone in capo allo Stato laico e democratico la responsabilità dell’uguale diritto all’istruzione di tutti i cittadini al di là di ogni distinzione di censo o di credo religioso e politico;
b) il rispetto delle diverse culture, attraverso nuovi strumenti di conoscenza e d’interpretazione dei ”mondi“ che si confrontano in una società sempre più multietnica;
b) la riqualificazione sul piano professionale del sistema d’istruzione pubblica, rifiutando la gerarchia dei saperi e colmando la separatezza tra sapere teorico e sapere pratico, tra scuola, formazione professionale e mondo dell’impresa e del lavoro.

Scuola privata
Il pluralismo culturale è espressione del pluralismo sociale. La libertà della scuola non può non essere concepita anche come libertà di promozione e di organizzazione secondo criteri di libera opzione e in armonia con i principi dell’ordinamento e delle esigenze della collettività. In questo campo il centro sinistra ha votato una ”legge paritaria“, che prevede un sistema scolastico integrato in cui il pubblico fissa le mete e le regole comuni, ma alla persona deve essere riconosciuto il diritto non tanto a un’istruzione, ma al tipo di istruzione che preferisce. E tuttavia la neutralità dello Stato in materia di religioni e di opinioni politiche pare costituire la garanzia più efficace perché la scuola formi ad una vera ricerca, a una capacità critica, a un interesse al paragone tra le varie ideologie. A tal fine lo Stato deve essere in grado di garantire una reale autonomia della scuola pubblica e una reale libertà di insegnamento che assicuri nei fatti il pluralismo. Certo, si può scegliere una scuola più ”schierata“ anche in relazione alle proprie convinzioni religiose. A certe condizioni, però. E la prima condizione è che si rispetti fino in fondo l’art. 33 della Costituzione che riconosce un sistema della scuola libera ”senza oneri per lo Stato“. Ogni forma di finanziamento paritario costituirebbe oggettivamente un ostacolo all’efficace funzionamento della scuola pubblica, con grave pregiudizio del principio di equidistanza dello Stato tra le diverse convinzioni culturali e religiose.

Senato federale
La creazione del Senato delle regioni introdotta con la riforma costituzionale approvata in questa legislatura risponde certo alla esigenza imprescindibile di un ”sistema federale delle autonomie“ fondato su tre soggetti costitutivi: Stato centrale, Regioni potenziate nelle funzioni legislative e di governo, Enti locali, dalla radicata tradizione storica, con reciproche competenze chiare e definitive in funzione della specificità di ciascun livello, secondo il principio di sussidiarietà.
La riforma del titolo V approvata nella passata legislatura, pur tra molte imperfezioni tecniche e lacune – tra cui appunto quella della mancata previsione di una Camera delle Regioni a cui affidare la mediazione dei conflitti tra Stato e Regioni o Regioni che possono compromettere l’interesse nazionale – aveva una sua intima coerenza.
La riforma federale voluta dal centrodestra tende a realizzare più un federalismo punitivo, polemico, verso lo Stato unitario, che una nuova distribuzione armonica e funzionale dei poteri nel territorio. Un federalismo senza un progetto di ridefinizione dei meccanismi che preservano l’unità dello Stato è destinato a produrre inevitabili scontri tra i diversi livelli di governo. Una riforma così impegnativa, poi, non si può realizzare senza che alla base vi sia un progetto unitario che dia un senso al processo riformatore.
Il Senato delle regioni in modo emblematico riflette le contraddizioni che segnano negativamente la grande riforma voluta dal centrodestra.
La riforma federale in particolare è stata una riforma costruita a più mani, votata a colpi di emendamenti e subemendamenti, attraverso i quali ogni soggetto politico della maggioranza ha voluto dimostrare di essere in grado di dare una propria impronta politica alla riforma. E’ questo, del resto, il metodo che ha ispirato l’intera riforma della Costituzione. Più che a una ”grande riforma“, che anche nelle forme della discussione parlamentare fosse in grado di esprimere forte tensione morale, e adeguata progettualità politica, si è proceduto a una serie di baratti all’interno dei vari gruppi della maggioranza che non hanno portato certo alla ”costruzione di una nuova Italia“, così come con ingiustificata euforia affermava qualcuno della maggioranza, ma alla banalizzazione della Costituzione. Sono mancate idee e tesi sul costituzionalismo in grado di confrontarsi liberamente. Sulla scrittura della Costituzione ha poi pesato il ricatto della Lega, partito ”di governo e di secessione“ che per le sue matrici culturali è il partito meno adatto a dettare le linee di una nuova Costituzione. L’assenza di un respiro organico che avrebbe dovuto connotare la ”grande riforma“ si riflette poi emblematicamente nel modo come è stato regolato il nodo del rapporto Stato-regioni. Il Senato federale è diventato un vero mostro giuridico. Non è espresso dai livelli di governo regionale – tipo il Bundestag tedesco – e non è neppure chiamato a condividere la responsabilità della definizione e gestione dell’indirizzo politico, riconosciuta in esclusiva all’altra Camera. Epperò, ciononostante, è chiamato a partecipare alla definizione dei principi generali da cui dipendono competenze strategiche da cui il Governo non può essere escluso; si pensi alla politica delle comunicazioni, della ricerca, del commercio estero, tanto per fare degli esempi. Al nuovo Senato dovrà allinearsi la durata dei Consigli regionali, che così dovranno essere o prorogati o sciolti prima della loro scadenza. Ma già i governatori hanno fatto sapere che non accetteranno decisioni dall’alto che incidano sulla stessa qualità democratica della vita politica regionale. E quindi sono prevedibili aspri conflitti che impegneranno la Corte Costituzionale.
L’idea, poi, di un Senato federale che davvero possa gestire un suo indirizzo politico, in materie di grande rilevanza, diverso da quello del Governo e in linea con la volontà delle Regioni, è contraddetta dalla realtà ”partitica“ del centrodestra, fatta da partiti ”padronali“ diretti da Roma. Questi elementi di debolezza dell’impianto su cui si regge il ”nuovo organo del federalism“, il Senato federale, dovrebbero determinare negli elettori, chiamati ad esprimersi con il referendum, ostilità verso l’uso politico che con questa riforma si intende fare della Costituzione. La nuova Costituzione è un vero e proprio abito di Arlecchino nel quale ogni partito della coalizione ha messo la sua pezza, ha cioè lasciato la sua impronta, senza preoccuparsi di garantire la coerenza dell’intero testo.

Separazione delle carriere
La distinzione tra separazione delle funzioni e separazione delle carriere è stata drammatizzata strumentalmente da chi mira a mantenere lo status quo. Chi si oppone alla separazione delle carriere chiede la separazione delle funzioni (che già c’è) perché tutto resti così com’è, e perché la eventuale ambiguità della riforma si presti poi a manovre restauratrici in seno al CSM. Il problema è quello di intendersi sui fini della riforma. Il magistrato inquirente non è un ”giudice“; non può quindi essere in possesso di capacità professionali che non ha acquisito, né godere delle stesse prerogative.
Non c’è dubbio che il mito dell’obbligatorietà dell’azione penale costituisce, anche nell’ottica delle riforme presentate dal governo, un pericoloso pretesto per rimettere in discussione anche in futuro i principi connessi alla ”separazione“ che si vogliono affermare con legge.
E’ infatti vero che l’obbligatorietà presuppone una cultura delle giurisdizione e tratti di formazione comune tra le due carriere (al livello iniziale). Il pericolo che va prevenuto, però, è quello di una contaminazione culturale tra due professionalità che sono finalizzate a funzioni di giustizia diverse. Tale pericolo può essere sicuramente scongiurato facendo sì che le due carriere non abbiano punti di contatto, sì da consentire transiti dall’una e dall’altra, e che gli operatori di giustizia dell’una e dell’altra carriera acquisiscano saperi diversi, necessari per fare ”mestieri“ diversi.
Si paventa da quarant’anni, tutte le volte che si parla di separazione delle carriere il pericolo di porre il PM alle dipendenze dell’esecutivo. Finché c’è l’obbligatorietà dell’azione penale ciò non potrà avvenire. Il giorno in cui passasse il principio della discrezionalità dell’azione penale, in base al quale principio il Guardasigilli è chiamato a decidere le politiche della giustizia, la ”dipendenza“, rispetto alla ”discrezionalità“, diverrebbe un insignificante dettaglio.

Sicurezza (Per una nuova)
Una politica delle garanzie non può non preoccuparsi di un contesto sociale nel quale regnano tensioni e diffuse paure per le condizioni di insicurezza in cui vivono i cittadini. Una politica garantista deve avere tra le sue naturali precondizioni una politica della sicurezza di alto profilo.
L’idea antica secondo cui il garantismo ha come obiettivo quello di legare le mani allo Stato per evitare l’abuso del potere, ai danni della libertà personale soprattutto, non tiene conto di quanto sia complesso oggi, in una società divisa a causa delle tante culture che devono coesistere e dei tanti conflitti che vanno mediati garantire i diritti.
Promuovere i diritti non significa solo reperire le risorse adeguate ad un soddisfacente esercizio, ma significa anche garantire condizioni di vivibilità generale tali da rendere la cittadinanza una condizione accettata da tutti con riferimento ai limiti reciproci nei rapporti tra gli individui che essa comporta.
Una società violenta, disordinata, nella quale viene disconosciuta l’autorità dello Stato soprattutto in grandi aree metropolitane, e nella quale le politiche della solidarietà sono considerate un lusso che di addice solo ad ambienti pacificati, inevitabilmente manifesta attitudini che vanno tutte nella direzione di un rifiuto de diritti.
Di ciò bisogna tener conto, quando si vogliono definire le linee di un nuovo garantismo, che non sia un garantismo contro, ma che sia un garantismo per, soprattutto per garantire una piena realizzazione della persona umana, utilizzando anche gli apparati di prevenzione e repressione dei crimini per dare ad ogni cittadino un complesso di certezze entro le quali vengono esaltate le sue responsabilità individuali.

Sindacato e Concertazione
Uno dei modelli di regolazione delle relazioni sindacali affermatosi in Europa è quello della concertazione o dello ”scambio politico“ neocorporativo tra governi e parti sociali.
Attraverso questo modello si determina un meccanismo istituzionale che collega i soggetti della rappresentanza collettiva degli interessi dell’impresa e del lavoro alle strutture decisionali dello Stato, con uno schema in cui i governi si rendono disponibili a concedere risorse pubbliche sotto forma di allargamento delle politiche di Welfare e agevolazioni fiscali in cambio di moderazione salariale dei sindacati e di garanzia alla cooperazione da parte delle imprese; le politiche dei redditi, in questo modello, rappresentano lo strumento utilizzato per la regolazione condivisa delle variabili macroeconomiche, prezzi, tariffe e retribuzioni, quale esito naturale della convergenza in funzione anti-inflattiva degli interessi tra governi, in genere pro-labour, associazioni datoriali e sindacati.
Nei trascorsi anni Novanta la concertazione in Italia e in Europa è stata segnata da un processo evolutivo, attraverso cui le politiche dei redditi centralizzate si sono caratterizzate per la individuazione di obiettivi condivisi, come il risanamento dei bilanci pubblici, e non come scambio tra risorse materiali e legittimazione d’autorità, anche in ordine alle prescrizioni economiche imposte dal Trattato di Maastricht.

Socialismo
Il socialismo è storicamente nato come espressione politica e sociale del movimento dei lavoratori, che all’inizio del XIX secolo si andava organizzando a seguito della formazione dell’economia industriale e nelle campagne dove il feudalesimo latifondista cedeva il passo all’agricoltura moderna. Si presentava come un fenomeno rivendicativo: impegnato in lotte aspre, per ottenere garanzie giuridiche ed economiche all’epoca negate dalle stesse istituzioni liberali parlamentari, basate su suffragi ristretti.
La sua idea-forza fu quella della lotta di classe, allo scopo di ribaltare i rapporti sociali esistenti nel sistema capitalistico borghese. Si trattò del pensiero rivoluzionario, in parte ereditato dal giacobinismo della Rivoluzione francese, in parte mutuato dalle analisi teoriche di Marx. Tuttavia non mancarono progetti di riforma dell’economia e della società in generale, di tipo gradualistico, per l’influenza di pensatori come Owen, Saint Simon (che usarono per primi il termine socialismo) Fourier ed anche Proudhon, basati su principi corporativistici e partecipativi di tipo autogestionario. In tal modo le radici della cultura che promosse ed accompagnò lo sviluppo del movimento furono fin dalle sue origini multiformi, comprendendo una pluralità di fonti e correnti laiche, pacifiste, cristiane e liberali progressiste, democratiche e, in Italia, risorgimentali, come quella mazziniana e soprattutto garibaldina.
Il socialismo diede vita nei paesi europei, ed in altri continenti, a partiti nazionali, che si collegarono sul piano internazionale nelle Internazionali Socialiste che si succedettero dalla seconda metà dell’ottocento al Novecento. La Prima, fondata da Marx; la Seconda, fortemente influenzata dalla Socialdemocrazia tedesca, che entrò in crisi dopo circa venti anni, a causa del primo conflitto mondiale che ne lacerò l’unità; la Internazionale Operaia e Socialista, nel periodo tra le due guerre, ed infine quella sorta dopo la fine del fascismo e che è andata sempre più estendendosi, fino a costituire nel nostro tempo la più vasta organizzazione politica mondiale.
In questo suo percorso il socialismo è andato evolvendosi e trasformandosi, grazie anche alla sua duttilità culturale ed al pluralismo delle correnti che in essa si sono andate manifestando, tra cui quella riformista oggi largamente maggioritaria.
Il socialismo è andato così maturandosi quale forza di governo della società e dello Stato, senza tuttavia cancellare le sue caratteristiche rappresentative del mondo del lavoro; del quale ha saputo assecondare i notevoli cambiamenti intervenuti nella struttura sociale, nelle forme e negli obiettivi rivendicativi, inquadrandosi negli interessi generali della società.
Questa evoluzione ha condotto il socialismo a divenire protagonista, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, del modo di costruzione dello Stato Sociale, che ha offerto ai cittadini dei paesi europei e di altre aree del mondo, quel sistema di garanzie sociali per cui il movimento aveva avuto origine.
Allo stesso tempo si sono andate irrobustendo e solidificando le sue caratteristiche democratiche e liberali, nella sfida che ha saputo affrontare con il nazifascismo e con il comunismo: ai quali si è contrapposto, ritenendo indissolubile il legame tra il socialismo e la libertà.
Una profonda revisione in senso socialista liberale è intervenuta nei partiti socialisti degli anni Ottanta. Si è abbandonata ogni tendenza statalistica ed ogni residua influenza dogmatica ed ideologica, senza alterare il complesso di quei valori invarianti ed invariabili che ne caratterizzano la natura e la funzione storica. Essi costituiscono infatti il gene immodificabile del socialismo. Essi sono: la difesa della libertà, la solidarietà sociale ed umana; il rispetto della personalità individuale; la lotta per la giustizia sociale e contro le disuguaglianze di ogni tipo; il rifiuto di ogni forma di oppressione, di violenza e di terrorismo; l’impegno per la risoluzione pacifica dei conflitti internazionali.
Accanto ad essi vanno posti altri valori varianti che mutano con il trasformarsi della società, anche a seguito dell’azione che è testata e viene condotta dalle forze socialiste operanti nelle varie fasi storiche. Essi cambiano cioè a seconda delle condizioni derivanti dal cambiamento dei fattori molteplici di natura economica, scientifica, tecnologica, antropologica, geopolitica. La capacità di lettura e di interpretazione di tali mutamenti ha permesso ad un movimento come quello socialista, non condizionato da pregiudizi ideologici, di adeguare di volta in volta la sua strategia alle mutazioni in atto, rinnovando continuamente se stesso. Il complesso di tali valori, principi ed ideali, configura attualmente il socialismo come un modello di cultura, vale a dire un complesso di idee, di progetti e di comportamenti che esprime un arco di esigenze e di realtà vastissimo a livello mondiale, anche se radicato fortemente nelle singole realtà nazionali e continentali.
A partire dalla metà del secolo XX tale modello di cultura si è costituito grazie alla convergenza organica delle file del socialismo internazionale, di correnti ideali e politiche del liberalismo progressista e del cristianesimo sociale, che hanno contribuito in tal modo al rinnovamento programmatico del movimento.

Solidarietà internazionale
”Dopo l’11 settembre nulla sarà più come prima“: il movimento socialista internazionale – nella figura di alcuni suoi importanti esponenti – è stato forse il solo movimento politico a porre la questione dello sviluppo al centro di ogni politica che mira a isolare il fondamentalismo. ”La guerra per la pace“ da combattere nei prossimi anni deve essere fondata sul carattere necessariamente multidimensionale delle politiche della sicurezza.
Occorre riconvertire a questo scopo sistemi di sicurezza e alleanze militari. Purtroppo l’ONU è sempre meno un centro di iniziativa per la salvaguardia della pace e per l’intervento nelle crisi; la NATO stenta a trovare il nuovo ruolo che rivendica con riferimento alle missioni di pace, chiaramente riconosciuto dai componenti della coalizione; gli organismi economici internazionali, oggetto, tra l’altro, di una contestazione pregiudiziale internazionale, vedono completamente rimesso in discussione il loro ruolo di ”regolazione“; l’Europa politica e di difesa non trova ancora le ragioni di una sua fisionomia autonoma, ed ancor meno le troverà se si darà vita ad un direttorio che inevitabilmente spingerà verso l’Europa a due velocità. Un’Europa siffatta non sarà in grado di impegnarsi efficacemente nelle missioni di pace a livello internazionale.
Gli elementi di instabilità e di crisi (nel Medio Oriente, ma non solo), la crescita delle disuguaglianze tra Paesi, continenti e gruppi sociali purtroppo tendono a crescere. La guerra al terrorismo deve incardinarsi sulle Convenzioni dell’ONU, sul diritto internazionale e umanitario; e deve essere sostenuta da Europa e Internazionale Socialista.
Si tratta di entità che oggi rifuggono per contingenze storiche e per convincimenti antichi dalla accettazione di una concezione del nuovo ordine internazionale fondato sul ”potere imperiale“ esercitato da una o poche potenze. Ciò significa, in particolare, fare dell’allargamento dell’Europa uno strumento non solo di disciplina economica, ma anche di garanzia democratica: e nulla impedisce, allora, che questa duplice strategia venga utilizzata in aree (come il Mediterraneo e lo stesso Medio Oriente) la cui evoluzione è decisiva per il nostro futuro, perché sono soggette a crisi drammatiche. Jacques Délors, uno dei più grandi europeisti socialisti, ha spesso sottolineato la necessità di costruire l’unità europea non solo in base a regole, ma anche intorno a progetti e obiettivi comuni.
La solidarietà internazionale si esprime inoltre in termini di cooperazione allo sviluppo: però, di fronte alla richiesta delle Nazioni Unite agli Stati sviluppati di impiegare lo 0,7% del Pil in aiuti allo sviluppo, l’Italia di Berlusconi è penultima tra i Paesi occidentali con lo 0,16%; peggio fanno soltanto gli USA di Bush. il rilancio della cooperazione allo sviluppo é una delle più importanti prospettive per il nuovo secolo, guardando alla salvaguardia ed un’equa distribuzione delle risorse naturali (in primo luogo l’acqua) e alla crescita dei tassi di alfabetizzazione.

Sovranità
All’indomani della caduta del comunismo erano in molti a pronosticare la fine dello Stato nazionale.
Si pensava addirittura che il binomio Stato-diritti si fosse rotto per sempre e che la Comunità internazionale avrebbe provveduto a garantire le libertà civile ed economiche, e persino i diritti sociali. Non è stato così. La Comunità internazionale si è indignata di fronte alle più clamorose violazioni dei diritti umani; le N.U. hanno svolto un’attività normativa imponente per sanzionare le nuove violazioni dei diritti umani prodotti da un mondo sempre più disordinato. Ma gli interventi, pacifici o cruenti, necessari per tutelare i diritti umani sono stati sempre opera degli Stati o di una organizzazione di Stati. E sempre gli Stati sono chiamati a combattere il terrorismo ed a garantire la sicurezza delle popolazioni. L’idea che il declino degli Stati nazionali sia inarrestabile è stata contraddetta dai fatti. L’opinione pubblica, chiedendo più ordine nei rapporti tra gli Stati e dentro di essi, chiede il rafforzamento dei meccanismi decisionali e delle forme di esercizio dell’autorità pubblica che solo gli Stati sono in grado di garantire.
Lo Stato nazionale insomma non ha esaurito la sua funzione. Esso va solo ripensato. Va ripensato alla luce dei processi di interdipendenza che lo coinvolgono e delle rivendicazioni di autonomia provenienti dai livelli di governo ”minori“ e dalla società.
Lo Stato nazionale è sottoposto ormai da anni, infatti, ad un processo di erosione delle sue tradizionali competenze, dovuto, da un lato, alla necessità di fronteggiare fenomeni economici e sociali difficilmente ”governabili“ da parte di un singolo Stato; dall’altro, dall’esigenza di meglio organizzare le proprie funzioni nel territorio, impegnando esclusivamente i livelli di governo locale nell’erogazione di quei servizi per i quali una gestione organizzata dal centro produrrebbe diseconomie ed inefficienze. La crisi della sovranità nazionale non comporta però una dispersione della sovranità dello Stato o una totale devoluzione dei poteri dello Stato verso l’alto o verso il basso in via definitiva.
Solo lo Stato infatti può decidere sull’uso della forza nelle relazioni tra gli Stati (nelle forme stabilite dalla Comunità internazionale) e nel territorio nazionale; solo lo Stato può decidere quali prestazioni devono essere garantite agli individui e ai gruppi sociali perché si realizzi un completo esercizio dei diritti di cittadinanza; solo lo Stato può decidere se e come accogliere i cittadini degli altri Stati che vogliono porsi sotto la sua sovranità.
Lo Stato quindi può accettare limiti alla propria sovranità nei rapporti esterni e forme decentrate di essa al proprio interno; tuttavia si tratta di una decisione che non può essere imposta allo Stato dall’alto (almeno fintantoché esso non minaccia la pace e la sicurezza internazionale), ma che è discrezionalmente assunta dallo stesso Stato.
La crisi della politica c’è, ma non riguarda il solo Stato nazionale, bensì la possibilità, in generale, di ancorare le decisioni di pubblico interesse a precise responsabilità individuali. Il fatto che il modello rappresentativo democratico, costruito su basi nazionali, si mostri in difficoltà rispetto all’evoluzione dei rapporti economici, delle realtà sociali e delle innovazioni tecnologiche, potrebbe comportare la ricerca di nuovi strumenti di responsabilizzazione politica.
Fintantoché però non saranno sperimentate efficaci forme di global governance, capaci di ristabilire una reale simmetria tra agenti decisori (che operano al di sopra degli Stati) e gli ambiti in cui le decisioni hanno effetto, e quindi a stabilire un accettabile equilibrio tra potere e responsabilità a livello sopranazionale, solo gli Stati potranno garantire il controllo democratico sulle decisioni, sia ovviamente che si tratti di decisioni che producono effetti solo nell’ambito del territorio dello Stato, sia che si tratti di decisioni i cui effetti si riferiscono ad un territorio più ampio di quello dello Stato.
Il fatto che lo Stato ceda progressivamente quote di sovranità, sia all’interno che all’esterno, e che anzi tali cessioni, come accade soprattutto in politica estera quando si tratta di proteggere diritti umani, siano da considerarsi sostitutive di scelte politiche statonazionali, non conduce ad un tramonto dello Stato stesso e ad una crisi irreversibile della politica.
Il mercato senza regole non è in grado di tutelare i diritti, non è in grado neanche di promuovere nuova imprenditorialità. Il mercato, invece, come istituzione sociale può promuovere la competizione non solo per garantire il profitto, ma per favorire lo sviluppo.
Solo la politica può venire a capo delle grandi emergenze internazionali interne agli Stati che scuotono il mondo nell’età della interdipendenza. La coesione sociale, l’instabilità in vaste regioni del mondo prodotta da situazioni di sottosviluppo insostenibili, che determinano vere e proprie migrazioni bibliche, gli ostacoli posti alla cooperazione tra gli Stati dal pregiudizio culturale e dalle divisioni religiose, il clima di insicurezza che regna nelle società sviluppate alle prese con i problemi prodotti dalla precarizzazione del lavoro, sono questioni politiche che possono essere adeguatamente affrontate solo attraverso decisioni assunte dagli Stati.

Spoil System
In un sistema di governo che funzioni in base al principio dell’alternanza al governo di due schieramenti politici, si possono nominare vertici burocratici e amministratori di aziende pubbliche, tenendo conto dell’appartenenza di essi allo schieramento politico che ha vinto le elezioni. E’ questo il metodo dello Spoil System. E, tuttavia, questo criterio non può violare i principi da cui dipende il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione. Soprattutto nei settori nei quali gli interessi degli utenti richiedono operatori tecnici di alto profilo professionale, lo Spoil System va bilanciato con altri criteri volti ad accertare in modo obiettivo la professionalità di coloro che concorrono alle nomine.
A questo proposito non si può non essere preoccupati, per es., per il modo come nelle ASL i Direttori Generali lottizzati tendono a lottizzare anche i posti di Primario e di aiuto. Quasi ovunque ormai il concorso di valutazione è una pura formalità, dopo di che, in base ai poteri di legge, il Direttore Generale nomina chi vuole o chi viene indicato dal suo sponsor politico. Ora, se lo Spoil System si può giustificare con riferimento ai vertici amministrativi degli Enti, ché si tratta di acquisire sul mercato il meglio sul piano della professionalità, tenuto conto della sintonia politica che deve esistere tra chi nomina e chi è nominato, quando si tratta di curare i malati nel migliore dei modi esso dovrebbe essere rigorosamente vietato.

Stato laico
Uno dei tratti fondamentali della civiltà moderna è la rigorosa separazione fra lo Stato e la religione: una separazione che è stata istituzionalizzata in tutto l’Occidente dopo secoli di atroci guerre di religione e di aspri conflitti. Su essa si basa lo Stato moderno in quanto istituzione sovrana che riconosce la più ampia libertà di coscienza, di religione, di culto e di proselitismo; e la riconosce a tutti i cittadini e, di conseguenza, a tutte le confessioni, nessuna delle quali può aspirare a un trattamento privilegiato. Ché, se così non fosse, verrebbe introdotto nella comunità politica una inaccettabile distinzione fra cittadini di prima classe e cittadini di seconda classe.
Il termine ed il concetto di laicità è derivato dall’esigenza storica di porre fine alla subordinazione dello Stato e della società civile al magistero non solo spirituale ma anche politico e giuridico delle istituzioni religiose. All’antica – ma ancora attuale – tendenza ad un rapporto tra Stato e Chiesa secondo cui il primo accetta di assoggettarsi alle istanze ed alle pretese della seconda, e conseguentemente ad orientare la propria legislazione ed i propri comportamenti alle direttive di ispirazione religiosa, si è, nel corso dell’età moderna, contrapposta una crescente autonomia dello Stato. Il conflitto che ne è conseguito è andato di pari passo con un processo di modernizzazione e di secolarizzazione della società e con la nascita della democrazia liberale, che ha visto nello Stato il soggetto garante della sfera delle libertà individuali, a cominciare dalla libertà religiosa e quindi dalla parificazione dei culti di fronte ad esso. Nel mentre la Chiesa tende a istituzionalizzare la fede, lo Stato laico punta a garantire la dimensione privata di tutte le fedi e la loro eguaglianza di fronte alla legge.
Questo conflitto è in molti paesi, tra cui l’Italia, ancora in corso. Esso riguarda molteplici aspetti della vita pubblica e di quella privata dei cittadini. Esso ha riguardato e riguarda l’istruzione e l’attività culturale; il diritto familiare; l’eutanasia; la regolazione delle nascite; la fecondazione assistita. Riguarda anche il progresso scientifico, dove si scontrano due concezioni opposte riguardo alle origini della formazione della vita umana.
I socialisti sono stati all’avanguardia nelle iniziative volte a garantire la laicità dello Stato, pur nel pieno rispetto della fede religiosa e del magistero spirituale della Chiesa oltre che della sua dottrina sociale, che ha molti punti di contatto con quella socialista. Le battaglie socialiste per la laicità dello Stato hanno dato un contributo fondamentale al consolidamento dello stato di diritto. Il voto contro l’articolo 7 della Costituzione e la legge Fortuna sul divorzio hanno rappresentato tappe fondamentali nella costruzione di un vero stato di diritto in Italia. Ma vanno in questo senso ricordate anche altre battaglie combattute dai socialisti, come quelle per la difesa della scuola pubblica e laica, per la fecondazione eterologa ed assistita, per la libertà di ricerca scientifica con l’uso delle tecniche rivoluzionarie nel campo della sanità che possono condurre alla cura di gravi malattie attualmente senza guarigione (diabete, sclerosi multipla, cecità, distrofia muscolare); ed ancora va menzionato l’impegno a favore dell’uso degli anticoncezionali, ai fini della limitazione dell’esplosione demografica nei paesi arretrati, e per porre un argine ala diffusione dell’AIDS, nonché l’azione di denuncia svolta per bloccare usanze mostruose, quali l’infibulazione delle donne arabe ed africane, prescritta dalla loro religione.
Giustamente, il Presidente Chirac ha recentemente definito ”non negoziabili“ i principi dello Stato laico, formalmente fissati in Francia con la legge del 1905 sulla ”separazione delle chiese e dello Stato“. Del resto, in un’Europa che, a motivo delle ondate migratorie da cui è investita, diventa ogni giorno sempre più multi-etnica, multi-confessionale e multi-culturale, gli unici principi che possono garantire la pacifica convivenza fra le comunità religiose, tutte poste su un assoluto piano di parità, sono, per l’appunto, quelli della cultura laica (cfr. Multietnica).
Le polemiche prodotte dalla proposta di inserire nella futura Costituzione Europea l’indicazione delle radici cristiane dell’Europa, ha riaperto all’interno di alcuni paesi membri, tra questi l’Italia, la questione dei rapporti Stato e Chiesa, e di come essi vanno regolamentati.
E’ tornato in particolare di attualità il tema della regolamentazione di tali rapporti attraverso il Concordato. In particolare, da più parti si contesta l’opportunità di garantire attraverso il Concordato uno statuto speciale alla Chiesa Cattolica.
Europa e cristianesimo hanno cessato di essere, come in passato, un’unica cosa. Tutte le rilevazioni statistiche ci dicono che gli atei e gli agnostici sono ormai milioni di milioni; come milioni e milioni sono i fedeli di altre tradizioni religiose. Di qui la richiesta sempre più pressante che lo Stato rispetti, in materia religiosa, il principio di eguaglianza solennemente proclamato nelle carte costituzionali.
Prima dell’avvento del fascismo, i governi si erano mantenuti fedeli al principio, laico e liberale, fissato da Cavour con la celebre formula ”libera Chiesa e libero Stato“. Ciò non costituiva una lesione dell’identità culturale della nazione italiana, che era sicuramente molto più cattolica di quanto non lo sia oggi.
Il Concordato costituisce quindi un’eredità del passato che pone la Repubblica italiana in una posizione insostenibile rispetto al moto storico che spinge tutta l’Unione Europea verso la più rigorosa laicizzazione delle istituzioni pubbliche.
Non si può non riflettere sul fatto che gli Stati – quello tedesco, quello spagnolo, quello portoghese, oltre a quello italiano – che hanno regolato i loro rapporti con la Chiesa cattolica con leggi concordatarie lo hanno fatto nella prima metà del secolo scorso per volontà di regimi dittatoriali.
In Germania come in Spagna e in Portogallo, sono da tempo nate associazioni che chiedono l’abrogazione delle leggi concordatarie; e lo fanno non in spregio alla religione cattolica, bensì perché prendono sul serio quello che è il valore supremo della civiltà moderna: l’eguaglianza dei cittadini e il loro sacrosanto diritto di professare, in un regime di assoluta libertà, la loro fede. Pertanto, chiedere in Italia il superamento del Concordato non significa riaprire il conflitto fra clericali e anti-clericali che per tanti anni ha avvelenato la vita pubblica ; significa, semplicemente, restaurare un principio di libertà che fu soppresso da Mussolini, con il risultato di ”contaminare“ la purezza del cattolicesimo nella misura in cui questo fu sfruttato dai fascisti come legittimazione ideologica del regime. Del resto la revisione del Concordato, promossa e realizzata da Craxi nel 1984, con l’eliminazione del cattolicesimo come religione ufficiale ha posto in sé il nucleo su cui fondare il superamento di privilegi per la Chiesa, affrontando il problema di una non mai chiusa ”questione vaticana“.

Sussidiarietà
Le modificazioni intervenute negli ultimi decenni nella domanda di Welfare sotto il profilo qualitativo e quantitativo e l’assenza di una vera competizione tra gli erogatori dei servizi pubblici hanno prodotto una standardizzazione dei servizi con un aumento di costi ed inefficienze. Tale situazione, insieme alla difficoltà che lo Stato incontra per finanziare con le risorse fiscali il sovraccarico di domanda, pone gli Enti pubblici di fronte a un bivio. O si riduce il prelievo, e di conseguenza si riducono le prestazioni, o si riducono gli interventi gestiti direttamente dalla struttura pubblica. Insomma, se non si vuole fare deperire irreversibilmente il sistema delle prestazioni sociali, occorre riformulare gli interventi finora effettuati dalla mano pubblica.
Si tratta quindi di saper realizzare un efficace sistema di concorrenza tra organizzazione pubblica e mercato; ma soprattutto di coinvolgere sempre più spesso la società nella erogazione di questi servizi, attraverso le organizzazioni non profit.
Insomma rimane compito essenziale della Repubblica rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dell’eguaglianza dei cittadini, nel senso indicato dall’art. 3, comma 2, della Costituzione.
Ciò che cambia sono gli strumenti per realizzare l’eguaglianza. Una volta che non è possibile dare a questo compito un’attuazione statalistica, bisogna dare una attuazione personalistica e autonomistica. Da ciò la riscoperta del principio di sussidiarietà (art. 118 Cost.), la crescente responsabilizzazione della società nella gestione dei servizi di pubblica autorità (vd Welfare Society).
Ciò che conta non è la natura degli strumenti attraverso cui realizzare l’impegno a garantire l’eguaglianza sostanziale, ma la loro presenza, cioè l’attuazione dei valori indicati in Costituzione. Non importa se sia il pubblico o il privato a farsi carico di quel compito. L’importante è che sia l’operatore pubblico a fissare gli standard delle prestazioni, a determinare chi ad esse ha diritto, a controllare se e come l’erogazione avviene.

SVILUPPO SOSTENIBILE
La Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED), svoltasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992, ha delineato il concetto di sviluppo sostenibile, tendente a rendere compatibili gli imperativi dello sviluppo economico e le esigenze della tutela ambientale e ad estendere la cooperazione internazionale alla soluzione dei problemi ambientali a carattere globale, in primo luogo i cambiamenti climatici, la perdita della diversità biologica e la deforestazione.
Dopo Rio, l’insieme delle regole internazionali aventi come obiettivo la tutela dell’ambiente, si è consolidato e in parte adattato, nella ratio e nel contenuto, alla nuova impostazione dello sviluppo sostenibile. I trattati internazionali ambientali hanno conosciuto un’evoluzione importante, qualitativa e quantitativa: accordi universali, regionali e bilaterali, globali o settoriali.
Va tuttavia osservato che il processo avviato a Rio non si è ancora esaurito, perché manca l'ultima fase, vale a dire quella in cui le obbligazioni contenute nelle convenzioni ambientali globali si trasformano, mediante l’adozione di specifici atti d’esecuzione (i protocolli), in precise norme di condotta contenenti obblighi dettagliati. In tal senso, può dirsi che i principi dello sviluppo sostenibile, a vocazione tendenzialmente universale, mancano ancora di tutti i necessari fattori d’applicazione.
La valutazione complessiva sul principio dello sviluppo sostenibile deve tener conto, inoltre, del fatto che attualmente la questione ambientale ha perso quella posizione centrale e prioritaria che aveva acquisito nel corso dell’ultimo trentennio del secolo scorso. Gli elementi che hanno causato questa inversione di tendenza sono molteplici. Anzitutto, il deterioramento della situazione economica generale e il timore che politiche ambientali troppo restrittive possano pregiudicare i benefici effetti del libero commercio ed avere ripercussioni negative sull’occupazione hanno ridimensionato l’impegno ambientalista delle potenze industriali, mentre i Paesi in via di sviluppo e quelli ex socialisti, a loro volta, si mostrano insofferenti ad assumere impegni giuridici che possano vincolare le loro politiche di sviluppo economico.
In secondo luogo, la comunità internazionale incontra notevoli difficoltà a fornire risposte adeguate alle esigenze ambientali in chiave di sviluppo sostenibile. Il Vertice di Johannesburg, svoltosi dal 26 agosto al 4 settembre 2002, non sembra aver apportato significative novità rispetto ai consolidati processi in atto. Esso ha costituito un momento di rinnovata riflessione sugli aspetti salienti dell’agenda ambientale, di chiarimento delle diverse posizioni in campo e di fissazione di nuovi obiettivi per l’avvio a soluzione dei principali aspetti irrisolti; un momento di verifica, dopo un decennio, degli impegni assunti dalla comunità internazionale alla Conferenza di Rio.
La Conferenza di Johannesburg si è limitata, tuttavia, a prendere atto di quanto esteso sia l’ambito del disaccordo, a livello internazionale, sui principali temi della questione ambientale. Tocca quindi all’Europa consolidare l’inserimento di considerazioni ambientali nelle politiche di cooperazione economica ed agire per un più netto collegamento tra protezione dell’ambiente, promozione dello sviluppo sostenibile e rispetto dei diritti umani, aspetto che sembra doveroso includere nella discussione sulla sostenibilità dello sviluppo futuro del pianeta.
Infine, vanno considerati nel loro giusto peso gli effetti talvolta contraddittori che il matrimonio tra ambiente e sviluppo ha provocato.
Il concetto di sostenibilità dello sviluppo è andato infatti ben oltre gli aspetti originariamente legati alla gestione e protezione delle risorse naturali, per divenire un concetto più ampio e globale nel quale confluiscono i temi della salute, dell’educazione, della riduzione del debito, della diffusione e del trasferimento delle tecnologie, del commercio, della lotta alla fame e ancora più in generale la lotta alla povertà.
Il rischio concreto è che la questione ambientale internazionale si diluisca in un contesto più ampio ed onnicomprensivo, ostacolando di fatto l’attuazione degli obiettivi più specifici determinati dalla maggioranza degli strumenti internazionali relativi alla protezione dell’ambiente.
Ma tale conclusione sarebbe in antitesi con il principio 4 della Dichiarazione di Rio, secondo il quale ”Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente costituirà parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere considerata separatamente da questo“ e sarebbe anche in contrasto con la necessaria dimensione etica del concetto di sviluppo sostenibile, il quale implica la piena realizzazione della dignità intrinseca di tutti gli esseri umani in un contesto di necessaria solidarietà e interdipendenza. In tal senso, lo sviluppo sostenibile deve continuare ad essere un obiettivo prioritario della comunità internazionale.

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