Tagli
Berlusconi, di fronte alla crisi di fiducia sempre più vistosa che si manifesta nel paese nei confronti del suo governo, e che in un certo senso caratterizza il fenomeno del cd. declino italiano, reagisce invocando una mobilitazione delle risorse migliori del paese contro ”la cultura appunto del declino“. Per realizzare tale mobilitazione, insomma per dare una risposta al paese, Berlusconi ha attuato un taglio simbolico delle tasse, assicurando che esso sarà più consistente entro la fine della legislatura.
Non è dato capire attraverso quali strategie egli possa raggiungere l’obiettivo annunciato i occasione dell’ultima finanziaria, di ”avere meno tasse per tutti“, mantenendo inalterati i livelli di welfare.
Berlusconi parla di ridurre la spesa pubblica. Si tratta di un obiettivo che pare poco praticabile, però, se si pensa che la spesa corrente è cresciuta nello scorso anno e che le campagne elettorali del 2005-2006 non consentiranno una politica dei tagli alla spesa pubblica.
Il governo parla sempre più spesso di tagliare gli sprechi.
Pare però che si sia fatto finora poco in questo senso. In ogni caso ridurre gli sprechi è un modo diverso di enunciare una politica di tagli della spesa. Nessun criterio in ogni caso il Presidente del Consiglio ha fornito in ordine ai modi come lottare gli sprechi.
Il modo più di ridurre il carico fiscale è quello di procedere ad altre una tantum. Ci pare però che Tremonti in questo senso abbia già raschiato il fondo del barile, producendo peraltro nel pese aspettative di ”mano morbida“ nei confronti delle diverse forme di evasione, che deprimono ulteriormente, come già sta avvenendo, il gettito fiscale.
Resta sempre un’altra strada per tagliare le tasse senza ridurre i servizi, quella di aumentare a dismisura il deficit pubblico. Da tutto ciò discende che lo slogan ”meno tasse per tutti“ è solo uno slogan elettorale, destinato ad essere contraddetto dai fatti, e quindi a produrre altra sfiducia e, inevitabilmente, un ulteriore declino del sistema paese.

Terrorismo
Il verificarsi di attentati terroristici in Europa, come quello di Madrid e di Londra, per le loro modalità di esecuzione e per il loro carattere simbolico, stanno ad indicare che nei prossimi anni il vecchio continente dovrà fronteggiare una minaccia terroristica destinata a produrre situazioni di allarme sociale, che rischiano di incidere sugli stessi stili di vita dei cittadini europei.
Ad essere duramente colpiti sono stati la Spagna, un paese che da anni fronteggia il terrorismo indipendentista e che è quindi aduso ad esercitare forme di controllo del territorio diffuse e ad affrontare la criminalità politica attraverso strumenti di intelligence assai sofisticati, e la Gran Bretagna impegnata militarmente in Iraq e comunque dotata di un tradizionale ed efficace servizio di intelligence che ha fronteggiato il terrorismo irlandese.
Ma il terrorismo islamico è un terrorismo diverso. E’ diverso per le strutture organizzative da cui viene la minaccia e per il loro carattere reticolare, è diverso perché lo spettro dei potenziali obiettivi è pressoché illimitato (si tratta di colpire tutto ciò che ”parla“ alla coscienza degli occidentali), è diverso perché i terroristi possono ormai avvalersi di una struttura di protezione che pur essendo esigua numericamente si nasconde in milioni di islamici che finora sono stati considerati, se non del tutto integrati nelle società europee, certamente capaci di esprimere una lealtà duale, verso il paese che li ospita e verso la civiltà di origine. L’Europa è una grande area geografica che tende a realizzare forme sempre più forti di unità politica, attraverso soprattutto una estesa circolazione di uomini e donne che vivono nei diversi paesi dell’UE. L’Europa larga, l’Europa a 25, a fronte di queste grandi masse di immigrati extracomunitari, non è in grado di garantire in ciascun paese membro forme di lotta al terrorismo che abbiano la stessa efficacia, soprattutto la stessa capacità di prevenzione. E, però, il senso di insicurezza che si diffonde nel continente rappresenta un serio ostacolo allo sviluppo e al processo ulteriore di integrazione politica. Occorre quindi centralizzare le attività investigative e di controllo sì da consentire ad ogni Stato europeo di potersi difendere efficacemente, evitando che paesi più deboli sul piano della capacità di difesa diventino facilmente penetrabili, e quindi rendono più vulnerabile il sistema delle difese comuni dell’UE.

Terzo Settore
La riorganizzazione del Welfare State, dovuta anche alle difficoltà dello Stato contemporaneo di fare fronte ad una domanda di prestazioni sociali cresciuta nella quantità, ma mutata anche nella qualità, ha creato spazi crescenti per l'affermarsi di nuovi erogatori di servizi pubblici che non sono più riconducibili alle tradizionali categorie del pubblico e del privato. Si tratta dei soggetti sociali rientranti nel cosiddetto "terzo settore", di soggetti cioè che svolgono attività di impresa senza perseguire fini di lucro (no profit). E' questa una forma di "impresa sociale" che si va diffondendo in tutto il paese, e che ha lo scopo non solo e non tanto di contenere i costi dei servizi pubblici, ma anche quello di promuovere e tutelare bisogni insoddisfatti, corresponsabilizzando gli stessi utenti nella gestione dei servizi (cfr. sussidiarietà, welfare society). Di fronte a tale disponibilità della società a collaborare con lo Stato per il raggiungimento delle finalità pubbliche, non solo è necessario promuovere un riassetto del sistema economico (accanto alle imprese pubbliche e private sono destinate a crescere le imprese sociali), ma è necessario promuovere altresì un nuovo assetto dello Stato che dovrà essere sempre più arbitro, cioè regolatore, del sistema delle prestazioni sociali, e sempre meno gestore, cioè "padrone" dei servizi pubblici tradizionalmente erogati. Bisogna insomma lasciare liberi i nuovi soggetti di esprimere tutta la loro creatività per rispondere adeguatamente a vecchi e nuovi bisogni sociali (cfr. volontariato).

Tolleranza
Il moderno concetto di tolleranza nasce nell’ambito dello sviluppo della civiltà borghese. La tolleranza – intesa come toleration, ovvero non solo come benevola indifferenza, bensì come fiducia operante nella razionalità ultima dell’agire umano – è un elemento fondamentale del processo di secolarizzazione. In questo senso, essa non può essere considerata come un atteggiamento universale. La tolleranza è il prodotto di un processo storico. E non può essere confusa, ad esempio, con la "pacifica convivenza" che caratterizza il mondo islamico. Questo vuol dire che le democrazie occidentali, da un lato debbono essere gelosi custodi di questo straordinario patrimonio di cultura politica e giuridica, e, dall’altro, che, nell’età globale, se si vuole evitare lo scontro delle civiltà, è necessario essere consapevoli che la verità dell’Occidente può (e deve) essere proposta, ma non imposta. Ciò vale non solo nelle relazioni tra gli stati, ma anche all’interno degli stati stessi. L’esperienza francese dimostra come una visione rigida della tolleranza coniugata con il centralismo e lo statalismo possa portare a dei paradossi, come è accaduto nel caso del divieto di esibire simboli di appartenenza religiosa nei luoghi pubblici. I socialisti guardano, in questo senso, con maggiore interesse all’esperienza del Regno Unito, dove, sulla base di un pragmatismo aperto e dialogante, le diversità convivono e interagiscono, senza compromettere la tradizione laica e liberale di quel paese.

Trasferimenti
Il taglio dei trasferimenti erariali, ha determinato notevoli problemi ai Comuni, ed in particolare a quelli di piccole e medie dimensioni. Se a questo si aggiunge il ritardo con il quale vengono accreditate queste risorse finanziarie si ha un quadro veramente allarmante della sottrazione che impedisce agli Enti Locali di fare fronte alle primarie necessità delle popolazioni amministrate.
Il taglio e il ritardo dei trasferimenti erariali alle Regioni provoca ulteriori elementi di preoccupazione perché, in questo sistema di finanza derivata, alla fine a pagare le conseguenze è sempre il Comune.
In questo scenario gli Enti Locali sono costretti, loro malgrado, per assicurare il minimo dei servizi per gli anziani, per i diversamente abili, per la scuola dell’obbligo, ad aumentare le aliquote delle imposte e delle tariffe, con ulteriore carico impositivo per le famiglie. Lo sbandierato calo delle tasse da parte del Governo Berlusconi suona quindi come una sonora beffa per i cittadini, ed in particolare per quelle famiglie che sopravvivono grazie alla riscossione di pensioni sociali, o sono monoreddito o, peggio ancora, vivono in grave stato di disagio per mancanza di reddito.
Il perdurare di questa situazione, contrariamente a quanto auspica con accorati appelli il Presidente della Repubblica, determinerà la crisi dei piccoli Comuni, per l’aumento della disoccupazione, per mancanza di afflusso di risorse nelle casse comunali e per la impossibilità di erogare i servizi primari ed essenziali.

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