Sez. Sandro Pertini

Storia di Pertini

Tesi Congresso Fiuggi

Dizionario Socialista

Il Partito Socialista

U

Unione Europea

Università

Unione Nazionale




Unione Europea


La realizzazione dell’Unione europea è stato l’obiettivo di fondo che ha guidato la politica italiana degli ultimi cinquanta anni. La continuità della politica europea dell’Italia, che difendiamo e sosteniamo, è dettata dalla convinzione che gli stessi nostri interessi nazionali trovano nell’Europa unita la migliore tutela. I continui richiami del Presidente della Repubblica Ciampi al legame tra Italia e Europa trovano fondamento nella storia della nostra Repubblica.

L’Europa più larga deve essere anche più unita.

Inoltre, rapporti di cooperazione, in ogni campo, sono in atto e andranno rafforzati con la Russia. Nuove sfide si presentano all’Europa, sia all’interno, sia all’esterno. All’interno, molti problemi sono ancora da risolvere, con l’arrivo dell’Euro e dell’allargamento; si tratta di problemi che esigono una capacità di governo, da parte delle istituzioni comunitarie, ben superiore a quella attuale. Sono problemi di governo dell’economia, in funzione della piena occupazione, di salvaguardia e ammodernamento del nostro modello di Stato sociale. Sono problemi di garanzia della sicurezza interna e della sicurezza alimentare, della protezione della salute e dell’ambiente. All’esterno dell’Unione, la globalizzazione solleva enormi problemi di governance a livello mondiale per affrontare, da una parte, l’intollerabile divario esistente tra paesi ricchi e paesi poveri e, dall’altra parte, il dilagare dei conflitti locali, le emigrazioni di massa ed i rifugiati, il propagarsi del fanatismo religioso e del terrorismo. Tutti problemi che richiedono un ruolo essenziale nell’Europa a livello internazionale.



 

Unità nazionale


Il baricentro dell’azione politico amministrativa è ormai sempre più spostato verso una dimensione regionale. E’ in questo contesto che si dispiegano le politiche di welfare, di organizzazione del mercato del lavoro, di tutela dell’ambiente ed infrastrutturazione del territorio. Purtroppo il centro destra ha sviluppato queste politiche in una logica di separatismo istituzionale, volta a d esasperare lo sviluppo diseguale del Paese. A questa logica va opposto un nuovo sistema di ”governance“, fondato sulla cooperazione. E’ su questo terreno che si deve muovere una nuova iniziativa riformatrice dei socialisti: per evitare che, di fronte alle sfide della modernizzazione della Pubblica Amministrazione, del conferimento alle Regioni e agli Enti locali di importanti ambiti di autonomia normativa, finanziaria e fiscale, si mantengano aperti i rischi di un paese sempre più a due velocità, con ulteriori e più marcati squilibri territoriali.

Purtroppo la cd. riforma federalista del Titolo V realizzata dal Senato rischia di creare ulteriori distanze tra il paese ricco e quello ancora alle prese con veri e propri problemi di sottosviluppo. Ciò che preoccupa della ”riforma Bossi“ non è tanto la devolution alle regioni di competenze che esse peraltro avevano, ma lo scopo pratico perseguito attraverso la valorizzazione degli spazi di autonomia ”esclusiva“. La riforma voluta dal centro destra pare preliminare alla realizzazione di un federalismo fiscale che dovrebbe connotare un federalismo ”antagonista“, che non è praticato in nessun paese ove l’esperienza federalista si è compiutamente realizzata.

Il centro destra considera a tal punto irreversibile la accresciuta distanza tra il nord sviluppato del paese e le regioni meridionali, alle prese con i tradizionali problemi di carenza di infrastrutture e lavoro, da prevedere nuove regole in materia di distribuzione delle risorse tra le regioni, tali da scardinare l’impianto solidarista della Costituzione. L’idea, cara ai leghisti, di allocare nel territorio il gettito fiscale che nel territorio si produce è contraddetta ovunque dalle politiche fiscali degli Stati federali ”ben ordinati“. Il federalismo ha bisogno di livelli di sviluppo omogenei, ha bisogno quindi di forti meccanismi perequativi. Da questo punto di vista è sempre attuale la lezione che ci viene dalla Repubblica federale di Germania, che ha interpretato il proprio federalismo in modo tale da garantire l’eguaglianza sostanziale tra tutti i cittadini, ovunque essi vivono, realizzando cospicui investimenti nell’ex Germania comunista. Il federalismo, insomma, è uno strumento per garantire l’unità di una nazione, e non per aggravare le differenze delle condizioni di vita esistenti nelle varie regioni, così come è indicato nell’art. 120 della Costituzione che ”raccomanda“ di realizzare l’unità giuridica ed economica del Paese attraverso interventi sostitutivi, nei confronti degli organi regionali, del Governo.



Università


Le Università sono il luogo di incrocio della ricerca, dell'istruzione e dell'innovazione.

Esse hanno in mano sotto diversi aspetti la chiave dell'economia e della società della conoscenza.

Il sistema universitario italiano risente, come tutti i sistemi delle società industriali avanzate, degli effetti tipici delle trasformazioni della post-modernità.

Il passaggio dall'università di élite all'università di tutti non ha investito in profondità la struttura, l'organizzazione e le funzioni dell'università stessa.

E' questa la ragione principale della crisi endemica del sistema, cui si è risposto nel tempo con vari provvedimenti urgenti, sino al sostanziale svuotamento della legge n. 382 del 1980, all'adozione della quale peraltro si giunse con il ritardo di un decennio e che è rimasta in larga parte inapplicata per tutto il decennio successivo, tanto da apparire del tutto superata agli inizi degli anni '90, in un contesto economico, sociale e istituzionale ormai profondamente mutato, segnato dalla dilatazione delle nuove tecnologie della comunicazione, dall'accelerazione dei processi di integrazione europea e dalla crisi dello Stato nazionale.

Il conferimento dell'autonomia al nostro sistema universitario è stato una risposta a quest'ultimo aspetto, ma anche in questo caso, si è trattato di un processo non pienamente coerente e sotto molti aspetti persino contraddittorio. Basti pensare alle resistenze ideologiche, particolarmente forti negli anni 90, che sfociarono nella contestazione del disegno autonomistico del ministro socialista Ruberti, identificato ideologicamente sic et simpliciter con il processo di mercantilizzazione delle università, nonché le resistenze verso qualsiasi ripensamento della funzione dell'università, che non prescindesse dall'uso pratico della formazione e quindi dello stesso mercato del lavoro.

E' mancata insomma un'adeguata riflessione sui cambiamenti conseguenti al passaggio da una governance di tipo centralistico ad una governance di tipo autonomistico ed è tuttora irrisolto il nodo fondamentale del ruolo dello Stato in ordine al governo del sistema delle autonomie universitarie e alle garanzie istituzionali, che è possibile offrire ad un sistema pubblico d'istruzione superiore accessibile a tutti.

Ciononostante il sistema universitario italiano esprime valori medi ed alti nella ricerca scientifica, pur dovendo fare i conti con le scarse risorse impiegate. I più gravi ritardi si registrano nel processo formativo. E’ troppo elevato ancora oggi il tasso di abbandoni ; è poi forte il rallentamento nell’iter formativo (rapporto tra fuoricorso e iscritti in corso). Per quanto riguarda la frequenza ai corsi, esiste un forte divario tra quella ai primi anni e quella degli ultimi nelle facoltà cosiddette umanistiche, mentre nelle facoltà cosiddette scientifiche il grado di assiduità è molto più elevato. Il sistema, nel corso del tempo si è arricchito di nuove occasioni formative (esercitazioni, seminari, sperimentazione in laboratorio, ricerche sul campo etc.), ma la lezione cattedratica è pur sempre rimasta centrale nell’ordinamento degli studi. Anche in questo caso esiste una differenza rilevante tra le facoltà scientifiche, dove il rapporto tra docenti e studenti è molto più assiduo, rispetto a quelle umaniste, dove è piuttosto casuale ed erratico. Dal punto di vista del reddito e della cultura familiare, si può affermare che l’Università italiana conserva ancora una struttura scarsamente inclusiva nei confronti degli strati sociali a basso reddito e a basso livello d’istruzione famigliare. Ciò, del resto, corrisponde alla scarsa concorrenzialità (accesso e uscita) che esiste nel mondo delle professioni e dei lavori qualificati. Questa situazione configura gravissime disuguaglianze proprio ai punti di partenza, dove esse sono particolarmente inique ed odiose.

Tutti i passi che sono stati fatti nel dare sempre maggiore autonomia agli atenei universitari ed agli stessi dipartimenti non sono stati in grado di creare un reale meccanismo di concorrenza tale da elevare i livelli di efficienza nella formazione degli studenti. La questione primaria non consiste nella selettività dei meccanismi di verifica, cioè gli esami tradizionali, quanto nella validità dei processi formativi rispetto ai meccanismi didattici che debbono svolgere compiti di istruzione e di educazione. In Italia, dato il valore legale del titolo di studio, esiste una sostanziale equivalenza, salvo qualche eccezione, tra i diplomi rilasciati da differenti sedi o facoltà universitarie, mentre viene data molta più importanza al voto finale di laurea. Il problema aperto consiste nel poter introdurre nel sistema universitario fattori di concorrenza che possano essere misurati anche ma non solo dal mercato. Il sistema pubblico della scuola, che garantisce standard di studio equivalente, è fondamentale e deve restare tale con il valore legale del titolo di studio universitario. E’ possibile, invece, sperimentare nuove forme di concorrenza che comportino un sistema misto pubblico-privato d’istruzione universitaria con l’abolizione del valore legale del . L’idea però di riqualificare l’Università solo attraverso la creazione di scuole di eccellenza a cui dovrebbero accedere solo i più meritevoli non può non contribuire alla dequalificazione ulteriore del sistema universitario ”normale“, destinato a coloro che sono privi di mezzi o manifestano minori talenti.

La riforma Moratti, se va condivisa nell’obiettivo dichiarato di garantire una più alta qualificazione degli studi universitari, non va condivisa con riferimento agli strumenti che a tal fine indica. Il progetto del governo, infatti, guarda soprattutto ai pochi in possesso di sicure capacità di studio, non preoccupandosi di favorire adeguatamente un più ampio uso sociale dell’Università. La riforma Moratti inoltre tende a ripristinare una gestione centralistica degli atenei a cui si accompagna una sostanziale deresponsabilizzazione dello Stato nel garantire le risorse necessarie al buon funzionamento di un’Università di massa.

Il rischio è che si oscilli tra una strategia che pensa di trasformare l'università in un'impresa commerciale e una strategia opposta, che consiste nel bruciare i ponti e ripiegare su una fortezza fuori mercato. Nell'uno e nell'altro caso si verrebbe meno al ruolo storico che le università hanno svolto in tutte le società moderne, ovvero al compito di garantire l'autonomia e la centralità del lavoro intellettuale, che nel primo caso si arrende e accetta la subordinazione alle forze di mercato, nel secondo caso si vede condannato ad una sostanziale irrilevanza sociale.

I punti di debolezza dell'università italiana sono sempre gli stessi: l'assoluta inadeguatezza dei finanziamenti pubblici, lo scarso rendimento sociale delle risorse investite, l'età elevata dei laureati, l'eccessivo numero degli studenti fuori corso, nonché l'alto tasso d'abbandono degli studi, che sono un costo economico, oltre che umano e sociale, non più tollerabile.

Dobbiamo porci il problema cruciale di come fare fronte alla carenza di risorse, non più compatibile con la centralità che la formazione superiore e la ricerca hanno nelle società della conoscenza, e occorre individuare modalità che ne consentano l'impiego ottimale.

Le università devono mantenere e rafforzare l'eccellenza in materia d'insegnamento e di ricerca; far crescere il sistema di relazioni con il mondo dell'economia e del lavoro; assicurare un accesso ampio, equo e democratico.

La valutazione delle università deve tenere conto di questi aspetti. In particolare occorre prevedere che il finanziamento statale sia modulato sulla base di indicatori di qualità della formazione, del costo totale di uno studente (da calcolarsi sul numero di anni di studio in modo da premiare gli sforzi messi in campo dai singoli atenei per ridurre il tasso di abbandono), dell'offerta di servizi agli studenti, dell'impegno dei docenti, della capacità di promuovere efficaci rapporti con il mondo della produzione, delle imprese e dei servizi, nonché della capacità di internazionalizzazione.

Si può essere d’accordo con l’interpretazione che il Ministro dà  allorché ci si spiega che l’autonomia non può essere intesa soltanto in termini amministrativi. Essa va affermata anche in termini di responsabilità, di concorrenza reciproca, di valutazione dei risultati. Tutto ciò postula un diverso e più coerente ruolo dello Stato, la cui funzione deve essere volta da un lato ad assicurare le garanzie costituzionali a tutela dell'uguaglianza dei diritti di cittadinanza e, dall'altro, ad incentivare, attraverso strumenti di premialità, lo sviluppo di obiettivi di grande rilevanza sociale: la qualità del sistema, la sua produttività e la sua competitività internazionale. Strategiche in questa ottica sono le scelte che si faranno in materia di politica del reclutamento dei docenti.

Sono ormai maturi i tempi per una moderna riforma delle carriere dei docenti e dei ricercatori basata sull'introduzione di indici di progressione stipendiale legati alla verifica dell'attività didattica e di ricerca svolte, alla promozione del lavoro interdisciplinare e al contributo dato al conseguimento degli obiettivi di facoltà e di ateneo. Bisogna puntare ad estendere la formazione superiore ad un numero sempre maggiore di giovani, con specifiche attenzioni ai più bravi, bisogna riuscire ad attrarre i "cervelli", italiani e non, incrementare la mobilità studentesca tra i Paesi dell'Unione, armonizzare i sistemi nazionali universitari, creare uno spazio europeo dell'università e della ricerca.

Per la circolazione dei giovani bisogna introdurre incentivi che premino i dottorati che accolgono laureati che provengono da sedi diverse da quelle in cui si svolge il dottorato. Bisogna riformare lo stato giuridico dei ricercatori e chiarirne le funzioni, scoraggiando però ogni forma di precariato sostanzialmente a tempo indeterminato.

L’Università ha bisogno certamente di risorse che non possono essere attinte tutte dalla finanza pubblica. I costi sostenuti per far raggiungere la laurea, nonostante i laureati siano una percentuale molto ridotta della popolazione, ricadono per la maggior parte sulla fiscalità generale (vd. Prestito d’onore).

Tutti, qualunque sia la condizione di reddito, devono poter accedere all’università, anche senza alcuna spesa d’ingresso immediata (diversamente da quanto, per es., avviene nel sistema americano), ma i costi devono poter essere recuperati almeno in parte dallo Stato

Si pone, comunque, per lo Stato il problema di tutelare un comparto pubblico nel sistema universitario sostenendo in particolar modo studi che difficilmente possono avere un grande supporto finanziario da parte del mercato. Esistono, infatti, materie di studio soprattutto nel campo storico, letterario ed umanistico che comunque dovrebbero essere sostenute e tutelate dallo Stato. I socialisti vogliono sottoporre queste idee come contributo allo sviluppo di un dibattito sul rinnovamento del sistema universitario. Si tratta, del resto, di un’idea che già alla fine del secolo scorso emerse nell’ambito del movimento socialista ed allora, in un ambiente e un clima sociale dominato dallo statalismo, non ebbe seguito, mentre oggi – nel momento in cui la socialdemocrazia europea accetta pienamente l’economia di mercato e non punta più ad estendere la sfera pubblica in funzione di contenimento del capitalismo privato – potrebbe avere maggiore fortuna, almeno come tema di confronto.