Sez. Sandro Pertini

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Il Partito Socialista

W

Welfare (riforma di)

Welfare della Famiglia

Welfare delle donne

Welfare Society



Welfare (riforma di)


Una politica del Welfare che tenga conto dell’esigenza da tutti condivisa di rinnovare radicalmente le forme di intervento dello Stato per garantire il soddisfacimento dei diritti sociali non può non affrontare contestualmente le politiche del lavoro, le politiche della famiglia, e le politiche educative.

Si tratta infatti di convertire i tradizionali strumenti volti a garantire l’assistenza attraverso sussidi più o meno mirati, a fronte delle diverse condizioni di disagio, in strumenti capaci di rimuovere alla radice le cause che producono il disagio, e di favorire in ogni caso un processo di integrazione sociale che recupera gli ultimi e che non espelle dall’area di coloro che vivono in condizioni di vita dignitose chi per qualche tempo della propria vita non riesce a tenere il passo del complessivo sviluppo della società.

Occorre rimuovere il disagio sin dalla prima fase di formazione dell’individuo facendo si che l’ambiente famigliare possa essere sostenuto adeguatamente al fine di evitare nella formazione del bambino ritardi che inevitabilmente si ripercuoteranno per tutto il resto della propria vita.

Occorre sapere soprattutto conciliare il lavoro e l’educazione dei figli, il lavoro e i tempi da dedicare alla famiglia, soprattutto garantendo la famiglia quel sostegno che sono in grado di eliminare il gap che si forma a livello delle capacità cognitive del bambino, cioè dal primo al quinto anno, quando ancora egli non frequenta la scuola, tra il figlio di una famiglia povera e il figlio di una famiglia che ha il reddito sufficiente.

E’ in questa fase della vita del bambino che i genitori devono essere sostenuti, attraverso un’educazione mirata, per potere svolgere i compiti educativi ad essi richiesti; e ciò richiede anzitutto tempo e quindi ore libere dal lavoro.

Occorre anche una politica fiscale che defiscalizzi le spese per il mantenimento e l’educazione dei figli, e complessivamente le spese necessarie per la famiglia, che sono spese obbligatorie e quindi che non vanno tassate.

Occorre infine una politica del lavoro che faciliti i processi di educazione permanente in una fase dello sviluppo come quello che vivono soprattutto le società occidentali alle prese con problemi di innovazione tecnologica che richiedono l’acquisizione di nuove capacità lavorative.

Si tratta come si diceva di ritrovare un nuovo senso del Welfare, di passare da un Welfare centrato sui diritti dei lavoratori a tempo indeterminato, che sostiene abbastanza efficacemente l’attuale sistema pensionistico e sanitario, ma che non protegge i soggetti marginali, i lavoratori precari, gli esclusi dal processo produttivo, ad un Welfare che promuova attivamente l’accesso al lavoro (Welfare-to-work).

Oggi la povertà non è più uno status stabile; non ci sono più i poveri a vita, ma la società produce un numero crescente di nuovi poveri. Dalla povertà insomma si entra e si esce anche attraverso i processi di mutazione che interessano il sistema produttivo.

Bisogna che il processo formativo dia senza soluzione di continuità capacità tali da consentire la conservazione del posto di lavoro, e quando ciò non è possibile di consentire il rientro nel mercato d lavoro al più presto possibile, consentendo frattanto, mentre viene erogato l’aiuto pubblico il sostegno di quelle capacità professionali che consentano di poter reggere domani le sfide poste dal processo tecnologico.


 


Welfare delle donne


L’Italia è insieme il Paese con il più basso tasso di natalità nel mondo e il più basso tasso di occupazione femminile in Europa. Si smentisce così la convinzione diffusa che la ragione della denatalità stia nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

All’origine di questi due dati negativi per lo sviluppo italiano sta invece il difficile rapporto tra lavoro e condizione femminile al quale si aggiungono le distorsioni dello Stato sociale (vd. Famiglia).

A fronte di un processo positivo costituito dalla liberazione delle donne, alcuni paesi hanno adottato politiche di welfare adatte a favorire questo processo (lavoro+sostegno+servizi). La stessa cosa bisogna fare in Italia. Si tratta di intervenire con misure che, attraverso una diversa organizzazione dei tempi di lavoro, promuovano le pari opportunità, che non devono rivolgersi esclusivamente alle donne, ma anche agli uomini per dare loro la possibilità di conciliare lavoro, famiglia e tempo libero, offrendo appunto pari opportunità, cioè pari diritti e pari doveri nel campo del lavoro familiare. Il soffitto di vetro nella vita professionale delle donne non potrà mai essere rotto se gli uomini non prendono parte alle responsabilità familiari, così come agli uomini non sarà consentito di vivere appieno la famiglia se l’organizzazione del lavoro non riconoscerà l’importanza del ruolo dei padri nelle famiglie.

Questo è un settore di intervento non della politica sociale soltanto, ma anche della politica economica ed occupazionale. Il cuore delle nuove politiche di welfare sta nell’offerta di servizi personalizzati che consentano a uomini e donne la conciliazione tra famiglia e lavoro, in una visione intrecciata dell’economia e del welfare che non lasci a soluzioni individuali, private, i particolarissimi pesi e responsabilità del crescere i figli, del prendersi cura dei familiari anziani, del gestire l’organizzazione familiare.


 


Welfare della Famiglia


Parlare di welfare state vuol dire parlare degli obiettivi e dei modelli organizzativi che una società assume per il raggiungimento del benessere dei cittadini e delle cittadine. Diritti civili, diritti politici, diritti sociali sono associati allo sviluppo della cittadinanza che legittima l’erogazione di prestazioni che contribuiscono alla crescita del benessere. I diritti sociali in realtà possono diventare esigibili solo se si realizza un impegno forte perché le norme programmatiche trovino attuazioni concrete. Le norme programmatiche non sono strutturate per obblighi e divieti, come le norme prescrittive, ma considerano innanzitutto le condizioni istituzionali, organizzative e gestionali necessarie per rendere operante il diritto considerato. Sul piano giuridico- istituzionale, il processo di decentramento della competenza e la valorizzazione degli enti locali, la programmazione partecipata, la co-progettazione dei servizi e il monitoraggio della loro efficacia, indicano la nuova dimensione del welfare state che sposta l’attenzione dal territorio, inteso come erogatore dei servizi, alla comunità intesa come realtà vitale segnata da legami di solidarietà. Il nuovo assetto istituzionale e la cultura della cittadinanza producono effetti anche sul sistema organizzativo dei servizi. Dal modello settoriale e centralistico si passa al modello della rete e del partenariato. Da una logica di servizio dell’autoriproduzione, della conformità, dell’autoreferenzialità, alla logica del risultato che prevede una lettura sistemica o la partecipazione attiva dei partner. Anche dove si tratta di servizi strutturati è necessaria l’interfaccia con la quotidianità del territorio per una modalità integrata di tipo operativo. Per migliorare il livello di competenza, la comunità (intesa come sottosistema socio-territoriale a confini amministrativi definiti) adotta strumenti d’analisi o mappatura del territorio, programmazione degli interventi attraverso il lavoro per progetti secondo l’ampio concetto del modello della rete. Attualmente i paesi sviluppati e tra essi l’Italia stanno vivendo una fase di straordinaria trasformazione demografica, i cui elementi essenziali sono costituiti dal declino della fecondità e dall’allungamento della durata media della vita. L’invecchiamento della popolazione è la logica e inevitabile conseguenza delle tendenze che hanno caratterizzato i mutamenti demografici dei paesi sviluppati negli ultimi trent’anni. Da un lato, l’invecchiamento è il prodotto della sensibile riduzione della mortalità che ha investito le classi, demograficamente assai numerose, nate in un periodo di elevata natalità. Dall’altro, esso è il risultato del divario tra i tassi di accrescimento della popolazione anziana e di quella giovanile. Le trasformazioni demografiche hanno sensibilmente modificato il corso della vita delle donne. Tutte le recenti teorie interpretative del calo della fecondità nei paesi occidentali formulate da demografi, economisti, storici e sociologi fanno riferimento al lavoro femminile e/o al cambiamento del modo di vita delle donne come a uno dei fattori determinanti del fenomeno. A livello macro-sociale, il grande aumento della scolarizzazione e il massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro sono elementi determinanti dello stesso cambiamento strutturale e culturale della società; a livello micro-sociale, tali fattori modificano profondamente lo stile di vita individuale, mentre i rapporti di coppia e la struttura del potere all’interno della famiglia stentano ad adeguarsi. Il profondo cambiamento del mondo di vita delle donne non è stato accompagnato da un’adeguata trasformazione delle norme, dei valori e dei comportamenti relativi alla divisione sessuale del lavoro. Nella società di oggi la donna riveste una pluralità di ruoli suddivisi in sette categorie: ruolo materno (la cura e l’allevamento dei figli), coniugale (i rapporti con il partner), domestico (il lavoro connesso al funzionamento della casa), occupazionale (il lavoro extrafamiliare), familiare (i rapporti con i parenti diversi da marito e figli), comunitario (i rapporti sociali esterni alla famiglia) e individuale. Quest’ultimo comprende sia le relazioni con gli amici che le attività rivolte a promuovere la propria auto-realizzazione. In un quadro concettuale più ampio, la riduzione della fecondità può essere vista come l’esempio più eclatante delle strategie adottate dalle donne per ridurre il lavoro di riproduzione e di cura e renderlo compatibile con altri impegni, interessi e ruoli o per far fronte ai conflitti sull’uso del tempo. Non solo i conflitti che hanno luogo all’interno dei propri molteplici ruoli (tra i quali sono rilevanti quelli tra ruolo materno e attività lavorative e autorealizzative) ma conflitti con i tempi maschili e coi tempi istituzionali e sociali (gli orari di lavoro, dei servizi, della vita quotidiana in generale). La divisione sessuale del lavoro familiare (inteso come il lavoro prestato gratuitamente dalle donne nella sfera familiare e nell’interesse della famiglia) e del lavoro di cura è generalmente riconosciuta come fattore ce incide profondamente sia sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro sia sulla fecondità. Accanto all’aumento del tempo che le donne impegnano nel lavoro per il mercato, non vi è un aumento neppure lontanamente confrontabile del tempo che gli uomini dedicano ala lavoro familiare e alla cura dei figli. Questo ci aiuta a capire perché in questo ultimo ventennio vi è stato un drastico calo nelle nascite (soprattutto dei terzi figli). Da un lato fattori connessi a un processo emancipatorio o liberatorio quali la diffusione e l’innalzamento del livello d’istruzione delle donne, l’aumento della loro partecipazione al mercato di lavoro e dall’altra l’affermazione di una domanda individuale d’autonomia e di autorealizzazione. La riduzione del numero dei figli si presenta quindi come frutto di una strategia complessa che, accanto ad elementi di libertà e di scelta, presenta anche caratteri di necessità e di vincoli. L’invecchiamento della popolazione costituisce il fenomeno demografico di maggior rilievo dei nostri tempi e lo sarà ancora più nei prossimi decenni, con conseguenze di enorme portata a tutti livelli: i comportamenti, gli atteggiamenti e i bisogni cambiano infatti fortemente con il variare dell’età degli individui. L’aumento delle persone anziane ha e avrà ancor più in futuro profonde ripercussioni sulla struttura economica, l’organizzazione sociale, la visone della vita, i ciclo di vita, il sistema di relazioni interpersonali e intergenerazionali. E’ convinzione diffusa che al giorno d’oggi gli anziani vivono in condizioni di isolamento e di marginalità rispetto alla loro famiglia e, in particolare, ai loro figli. La responsabilità delle cure grava in modo quasi esclusivo sul coniuge (nella maggior parte dei casi, una donna anziana anch’essa) o, in sua mancanza, sulle figlie, donne adulte che sono investite e delegate a svolgere tale compito dagli altri familiari e dalle aspettative sociali; essi si trovano così impegnate sui due fronti della cura dei figli che crescono e dei genitori che invecchiano. Anche le strutture familiari si stanno trasformando e si stanno diffondendo nuovi modelli; tra questi, emergono sia le famiglie formate da una sola persona, di solito una donna anziana sia quelle con un solo genitore, generalmente ancora una donna.




Welfare Society


Il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society può risultare efficace per conciliare tutela dei diritti e responsabilità finanziaria. Per realizzare, però, la Welfare Society non è sufficiente che vi sia la liberalizzazione dei servizi. E’ necessario che i parametri della erogazione dei servizi siano fissati dall’alto, così da non compromettere l’obiettivo, irrinunciabile per i socialisti, dell’eguaglianza sostanziale intorno al quale ruota tutto l’impianto dei servizi erogati dallo Stato solidarista.

A queste condizioni si possono ridistribuire le risorse anche senza fare riferimento necessariamente ad un apparato istituzionale, dando cioè attuazione al principio di sussidiarietà.

L’ente pubblico, insomma, fa un passo indietro rispetto ai privati in quanto non è più responsabile dell’erogazione dei sevizi e si limita a regolare questo nuovo ”quasi mercato“. Vi è un campo assai esteso nel quale sperimentare la Welfare Society, ad eccezione della sanità e della scuola dove il carattere pubblico è essenziale.

Sono molti gli strumenti operativi grazie ai quali è possibile trasferire alla Welfare Society interventi finora assolti dal Welfare State. Si può ricorrere a:

a)        Buono servizi a preventivo. Il finanziamento viene erogato direttamente all’utente e non sono previsti controlli pubblici sugli erogatori del servizio. Naturalmente il soggetto erogatore del servizio, solo se assolutamente affidabile può essere esonerato dal documentare la effettiva fruizione dei servizi. Questo strumento può operare efficacemente nei settori non strutturati, nei quali cioè non è possibile individuare esattamente le prestazioni, i soggetti erogatori, nonché gli standard qualitativi minimi dei soggetti privati. Il rischio è quello di un uso scorretto delle risorse erogate. Occorre quindi una attenta valutazione dei preventivi.

b)        Buono servizi a consuntivo. In settori ben strutturati nei quali si possono facilmente individuare le prestazioni da erogare e l’erogatore, si può procedere alle erogazioni a rimborso. E’ il sistema ottimale per controllare la spesa effettuata e le condizioni dell’utente.

c)        Detrazione fiscale. E’ una soluzione analoga a quella del buono servizi. Si evita però, ricorrendo alla leva fiscale, il costo amministrativo che l’intermediazione dei pubblici poteri comporta.