Sez. Sandro Pertini

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Tesi Congresso Fiuggi

Dizionario Socialista

Il Partito Socialista


IL DIZIONARIO RIFORMISTA

 

AGENDA PER UN RIFORMISMO

SOLIDALE E MODERNO




Il Dizionario riformista è stato redatto a cura della Commissione nazionale per il programma dello SDI:

 

Salvo Andò (Presidente); Armando Anceschi; Benedetto Ballero; Roberto Biscardini; Enrico Buemi; Tommaso Casillo; Laura Castelletti; Luca Cefisi; Loredana Celegato; Enzo Ceremigna; Giovanni Crema; Maria Rosaria Cuocolo;  Lello Di Gioia; Marco DiLello; Marco Fasolo; Raffaele Gentile; Eugenio Giani; Ada Girolamini; Franco Grotto; Onofrio Introna; Antonio Landolfi; Alberto La Volpe;  Pia Locatelli; Pino Marango; Tiziana Medici; Vannina Mulas;  Riccardo Nencini; Angela Pace; Domenico Pappaterra; Angelo Piazza; Alberto Putamorsi,  Ha collaborato Andrea Millefiorini




PREMESSA

Esiste un filo di Arianna che ci ha fatto sempre ritrovare la via nel labirinto delle grandi trasformazioni avvenute in più di un secolo di storia: è la "politica delle cose" secondo una famosa definizione di Pietro Nenni.

L'analisi delle situazioni concrete è alla base della definizione di un'agenda per un riformismo solidale e moderno. Senza idee, principi e valori non è possibile sviluppare la politica delle cose; ma idee, principi e valori devono essere semplici e condivisi da cittadini che hanno concezioni filosofiche, religiose e di vita assai differenti. Giustizia sociale, libertà e pace erano le bussole principali dell'antico riformismo e lo sono ancora oggi del nuovo riformismo. La politica delle cose non di-sdegna di guardare a grandi utopie, ma considera essenziale il gradualismo per raggiungere qualsiasi obiettivo, grande o piccolo che sia.


 

La globalizzazione e la rivoluzione digitale

La globalizzazione cominciata nel XX secolo segna una nuova epoca. Mentre la rivoluzione industriale moltiplicò la forza fisica dell'uomo, la rivoluzione elettronica sta facendo crescere in progressione geometrica la forza del pensiero. La rivoluzione industriale creava delle "protesi" meccaniche all'uomo, la rivoluzione elettronica amplia a dismisura le potenzialità dell'umano, mettendo in crisi anche le tradizionali distinzioni tra attività manuali e attività intellettuali. Ecco che cosa rende profondamente diversa la globalizzazione contemporanea dalle altre che l'hanno preceduta nella storia dell'Occidente. L'industria ridusse le distanze, l'informatica le annulla. 

 

Nuove opportunità e nuove disuguaglianze

In questo contesto, non ha senso combattere la nuova globalizzazione, così come non lo aveva combattere l'industrializzazione. Tornare indietro significherebbe rinunciare anche alla rivoluzione mediatica. Si deve rispondere alle due rivoluzioni allo stesso modo. Secondo la filosofia del movimento socialista nascente che diceva "sì" al progresso - e con entusiasmo - ma nel contempo, attraverso il sindacato e la politica, tentava di correggere ingiustizie e squilibri, di dare guida, razionalità e finalità sociali a un processo tumultuoso.

L'Italia nel nuovo mondo

Non solo tutto cambia, ma anche il modo con cui le cose cambiano non è più lo stesso. Prima i cambiamenti erano in qualche modo prevedibili, e dunque dominabili. Le cose mutavano in tempi ragionevoli, e prima che il cambiamento si diffondesse nella società c'era la possibilità, per la politica, di prepararsi a gestirne gli effetti. Oggi stanno mutando i modi di produzione, gli stili di vita, l'economia, la finanza e la politica. Ma ciò avviene in tempi sempre più rapidi e la diffusione delle novità sfugge al controllo della politica. Ciò riguarda anche l'Italia. Il nostro paese si appresta a superare i venti milioni di utenti connessi a Internet e a diventare la terza realtà europea in questo campo dopo Inghilterra e Germania. Mentre siamo già i primi nell'uso della telefonia mobile, che inoltre viene utilizzata non solo per la comunicazione tra persone, ma anche per la trasmissione e l'elaborazione di dati. Anche in Italia, il trading on line, cioè la pratica di negoziazione individuale degli investimenti attraverso Internet, è cresciuta ultimamente a tassi rilevanti.

 

La politica viaggia sulle nuove vie di comunicazione

Sottostimare la portata del cambiamento in atto significa precludersi ogni possibilità di svolgere un ruolo nel governo delle trasformazioni sociali, significa escludersi dalla politica. Molti attribuiscono alle nuove tecnologie una responsabilità negativa, legata all'impatto sugli assetti organizzativi delle imprese e dunque sull'occupazione. Tale posizione è inaccettabile per la cultura positiva e innovatrice del socialismo riformista. Non si tratta dunque di discettare sulla bontà della tecnologia, quanto di capire come è possibile piegarne le potenzialità al servizio degli uomini e delle donne, dell'equità dei rapporti sociali e dello sviluppo delle qualità e delle potenzialità umane piuttosto che di una selvaggia corsa al profitto. Non si tratta, dunque, di tecnologia sì o tecnologia no, ma di quale politica socialista nella società globale dell'informazione.

 

I valori dell'innovazione

Essere dalla parte dell'innovazione, capire i suoi nuovi valori, parlare le sue nuove lingue, condividere i suoi entusiasmi e le sue delusioni è dunque essenziale per essere in grado, anche nel XXI secolo, di coniugare l'antico corpo dei valori di giustizia sociale, di pari opportunità, di solidarietà tra uguali e di valorizzazione dell'uomo e della donna con la realtà. Non si tratta di chiudere gli occhi sulle distorsioni, gli errori, le palesi ingiustizie, le disuguaglianze crescenti ed inaccettabili nella ripartizione della ricchezza, ma di riportare l'attenzione sulla politica come strumento non neutrale di gestione ed indirizzo del cambiamento, contrastando una visione fatalistica del futuro come se questo fosse già scritto, determinato da forze superiori - il mercato e la tecnologia - su cui nessuno è in grado di agire.

 

Politica ed economia: confronto diseguale

Politica-economia è per i socialisti un binomio antico. Ma oggi, rispetto agli anni dei Proudhon, Owen e Marx lo scenario è radicalmente mutato. Rispetto alla fine del XIX secolo e soprattutto del XX secolo, correggere gli squilibri è, tuttavia, molto più difficile. L'industrializzazione, infatti, si sviluppava dentro un orizzonte nazionale e aveva di fronte una politica altrettanto nazionale, con la quale si misurava pertanto ad armi pari. Il confronto tra la nuova rivoluzione e la politica è invece impari, perché i poteri economici che guidano la globalizzazione si muovono senza confini, a livello mondiale, mentre i poteri politici sono invece ancora stretti nei confini nazionali. L'economia guarda avanti, la politica è ancora ferma all'Ottocento. Proprio un movimento come quello socialista, nato e cresciuto con una visione e una coscienza internazionalista, deve avere ben chiara questa situazione, sapere che in un mondo diventato per effetto del progresso piccolissimo e interdipendente le nuove frontiere della politica, della solidarietà e della libertà coincidono con il globo stesso. Il movimento socialista deve sapere che nessuna malattia sociale o atrocità, per quanto localizzata in un Paese remoto o povero, può restare senza conseguenze per i Paesi ricchi. Il caso delle Twin Towers ne è la metafora più atroce. Una malattia, infatti, maturata nell'angolo più periferico e arretrato del mondo, ha contagiato e colpito l'angolo più centrale e progredito del globo.

 

Lo Stato regolatore

Alla mondializzazione si addebitano non pochi vizi economici, ma le va riconosciuta almeno una virtù.

Nel momento dello sbiadimento dello Stato-Nazione, si è dovuto prendere atto che allo Stato va comunque delegato il compito di controllare e superare una serie di squilibri variamente definiti ed interpretati. Ed è paradossale che, proprio in una fase caratterizzata dall'affermazione dei principi del liberalismo, il tema dei disequilibri riproponga l'attenzione sul ruolo dello Stato. E' ovvio che il campo degli squilibri ha subito una serie di evoluzioni ed essi oramai tracimano dal puro campo economico a campi dai contenuti più complessi, a seconda della sensibilità culturale delle diverse comunità, con un allargamento dei fondamenti e degli obiettivi della politica economica.

Così il dilemma non è più tra liberalismo ed interventismo quanto piuttosto sugli obiettivi economico-politico-sociali delle strategie di intervento.

Ad essere rimessi in discussione non sono le visioni liberali o keynesiane dell'economia e le loro alternative valutazioni circa la necessità o l'inutilità delle politiche macroeconomiche, quanto piuttosto l'insieme delle correlazioni tra contenuti economici e principi fondanti delle moderne democrazie.


 

Un nuovo patto di solidarietà sociale

L'evoluzione del contesto economico, sociale e democratico impone un complessivo ripensamento delle politiche sociali che dovranno essere rimodulate per dare risposte adeguate sia ai bisogni fin qui trascurati, sia alle nuove esigenze emerse. In una società sempre più complessa, le politiche sociali non si possono indirizzare soltanto nell'assistenza a situazioni di profondo disagio, ma devono contribuire a mantenere o riaffermare un equilibrio sociale complessivo, creando un argine alla deriva che schiaccia verso il basso strati sempre più ampi di popolazione, mentre si allarga sempre più la distanza con i ceti economicamente più avvantaggiati. Dobbiamo ridefinire i termini di un nuovo patto di solidarietà sociale, tra lo Stato e i cittadini, ma anche all'interno della collettività. Occorre insomma una nuova cornice nazionale che individui le esigenze e le prestazioni basilari da cui nessuna devolution potrà derogare. E' questo l'unico modo di contrastare la frammentazione delle emarginazioni, che è uno degli aspetti più negativi verso cui si orienta la nostra società. Dobbiamo rendere le nostre politiche sociali più coerenti con quel "modello di welfare europeo" la cui realizzazione è uno degli elementi fondamentali per lo sviluppo dell' Unione e dei paesi che ad essa partecipano.

 

Il Mediterraneo e la globalizzazione

La consapevolezza delle grandi opportunità offerte dai processi di globalizzazione non deve farci chiudere gli occhi di fronte ai nuovi e vecchi problemi dello squilibrio sociale. Al momento, non cambia la mappa delle povertà, ma solo la natura di queste (e a volte anche la natura dei bisogni rimane identica). Nell'età di internet, solo sette uomini su cento sono collegati in rete. E solo venti su cento hanno mai utilizzato un apparecchio telefonico di qualsiasi natura. Ma non c'è solo l'analfabetismo elettronico. Rimane anche l'analfabetismo non metaforico. In India - circa un miliardo di abitanti - il 30% della popolazione non sa leggere e scrivere, mentre il 35% vive praticamente per strada. Il sei per cento della popolazione possiede quasi il sessanta per cento della ricchezza mondiale. Il numero delle persone che soffre quotidianamente la fame non riesce a scendere al di sotto dei due miliardi. Questo mondo minaccia il mondo ricco. Chiede di interloquire. La mondializzazione può essere una trappola, ma anche una via d'uscita da arretratezze secolari. È necessario trovare luoghi, aree, città dove sia possibile l'incontro tra il mondo ricco e quello povero. Esiste un'area più adatta del Mediterraneo?